domenica 20 novembre 2016

Bruno Schulz – Le botteghe color cannella




Libro di una bellezza struggente, che testimonia la superiorità della (grande) letteratura sulla realtà. Di fronte all’angosciante situazione personale, politica e sociale che si trovava a vivere, Schulz reagisce rifugiandosi nell’immaginazione, costruendo una cosmogonia che ha al centro il padre-demiurgo, personaggio dai tratti donchisciotteschi, al quale fa da contraltare la domestica Adela, figura che incarna il potere della ragione che si oppone e schiaccia la fantasia.
Le botteghe color cannella è un viaggio sorprendente, una cavalcata attraverso i tentativi del padre e poi anche del figlio di rompere le maglie di una realtà che ha imprigionato gli uomini nel ruolo di attori per farsi protagonisti, creatori di un loro mondo. Si tratta di tentativi attuati in maniera diversa ma accomunati dal carattere della provvisorietà, dal fatto che entrambi non si propongono di arrivare per forza a un risultato concreto; proprio perché sono giocati nel campo della fantasia, questi tentativi devono rimanere sul lato del possibile e non su quello del certo, in maniera da poter sempre essere alimentati da nuova linfa, da nuove idee. 
Il tentativo prometeico del padre è ben esplicato nell’esposizione del “Trattato dei manichini”, teoria con la quale egli dichiara di voler diventare creatore “in minore”, di una sfera più piccola rispetto a quella del divino, ma con una sua identità ben definita:
Troppo a lungo abbiamo vissuto sotto l'incubo dell'irraggiungibile perfezione del Demiurgo, diceva mio padre, troppo a lungo la perfezione della sua opera ha paralizzato il nostro slancio creativo. Non vogliamo competere con lui. Non abbiamo l'ambizione di eguagliarlo. Vogliamo essere creatori in una sfera nostra, inferiore, aspiriamo a una nostra creazione, aspiriamo alle delizie della creazione, aspiriamo, in una parola, alla demiurgia.
Il tentativo del figlio invece è affidato  al racconto dell’”Epoca geniale”, periodo della vita del protagonista in cui egli si proporrà di perseguire gli stessi scopi del padre con strumenti diversi (il disegno) e soprattutto con la ricerca di simboli, quali il Libro, l’Autentico, il depositario del sapere universale, che prende vita e vigore dalla natura mortale degli altri libri, mentre lui non può finire, ma si espande durante la lettura.
I racconti de Le botteghe color cannella sono un caleidoscopio di colori, odori, sapori, un fluire di pensieri fantastici che si spandono in ogni direzione, un’esplosione di trovate alla quale si fatica a star dietro: dall’idea di far covare uova di uccelli esotici da galline locali con il risultato di ritrovarsi con strani animali per casa, alla Via dei Coccodrilli, grigio quartiere della città nel quale le carrozze circolano senza conducente, i tram sono sventrati e spinti da facchini e i treni non si sa quando passeranno e dove si fermeranno.
E poi ancora: la trasformazione del padre in scarafaggio e successivamente la sua ricomparsa in vita dopo la morte (se è davvero morto) sotto forma di gambero o di scorpione, la storia di Francesco Giuseppe I e di suo fratello (se è davvero suo fratello) e il richiamo in vita di una serie di personaggi storici con i quali il protagonista si imbarca in una strampalata avventura che non arriverà alla conclusione perché egli abdicherà al suo ruolo di guida. Ci sono gli studi di “meteorologia comparata” del padre che spiega il prolungarsi dell’estate nell’autunno con l’influenza della mielosità dell’arte barocca che finirebbe con l’influenzare anche il clima, e la possibilità di rallentare il tempo, sospenderlo, cancellarlo, fino ad avere tanti tempi individuali al posto di un tempo assoluto, c’è il “mesmerismo”, l’idea dell’uomo come stato transitorio della materia e la teoria della Natura che sfrutterebbe gli esperimenti dell’uomo per un fine che non conosciamo… Insomma: Le botteghe color cannella è un fiume che ha rotto gli argini e si spande in ogni direzione nel tentativo di sfuggire all’obbligo di correre all’interno di quelle sponde nelle quali è da sempre stato costretto, un fiume scosso dalla curiosità, animato dalla voglia di vedere cosa c’è dall’altra parte, in quei territori che gli sono sempre stati proibiti.

Nei Diari, Gombrowicz ha per l’amico (?) Schultz parole al vetriolo e lo definisce un masochista, impaurito dalla sola idea di esistere; respinto dalla vita, si muoveva di soppiatto ai suoi margini, aggiungendo poi che Schulz era l’autoannullamento nella forma: il pazzo annegato. Io (ça va sans dire…) ero l’aspirazione a raggiungere, attraverso la forma, il mio “io” e la realtà, il pazzo ribelle.
Sorprendente? Fino a un certo punto. Ovvio che una personalità strabordante ed egocentrica come Gombrowicz cercasse di sminuire l’importanza di Schulz: lui era un’ape regina e non tollerava che qualcuno potesse fargli ombra, tantomeno un amico, tantomeno uno che pescava nel suo stesso mare. Ingeneroso, certo, ma per quel che mi riguarda il suo posto nel Pantheon dei Grandi del Novecento Gombrowicz se l’è conquistato con i suoi romanzi più che con qualche rancoroso giudizio.

Tornando ab ovo: considero Le botteghe color cannella lettura consigliata a tutti ma necessaria a quelli che credono nel potere magico della Letteratura. Per loro questo sarà un libro iniziatico, il Libro, l’Autentico. E Schulz il Messia.

sabato 5 novembre 2016

Georgi Gospodinov – …e altre storie


Anche nei racconti (che pure non mi sembrano la forma letteraria che più gli è congeniale) Gospodinov si conferma una delle voci più interessanti nel panorama letterario europeo contemporaneo.

“…e altre storie” è una raccolta in bilico tra reale e surreale, nella quale ritroviamo di frequente episodi dell’infanzia dell’autore che filtrati dalle esperienze successive finiscono per diventare qualcosa di diverso. Infanzia come regno della fantasia che genera possibilità infinite ed altrettanti mondi, ai quali si contrappone la realtà monolitica delle età successive, per definizione unica e immodificabile.

La capacità di inventare storie è la strada che Gospodinov ci indica per sfuggire al grigiore di una vita altrimenti destinata a correre sui binari delle certezze, ma lo scrittore non si ferma qui: l’ironia lieve che attraversa queste storie e che sembra voler togliere peso alle situazioni narrate è una specie di cavallo di Troia che nasconde al suo interno un disegno eversivo, visto che lo stesso autore non manca di farci notare come ormai nessuna storia può più essere inoffensiva (“La mosca nel pisciatoio”). Nella lotta contro la realtà la fantasia diventa un’arma in grado di  generare conseguenze imprevedibili: basta il saluto di una sconosciuta ad innescarla, forse perché siamo in qualche modo “predisposti”, in attesa dell’imprevisto, di qualcosa fuori dagli schemi in grado di modificare la routine (“Cristina che saluta tutti dal treno”).

Ma la fantasia può essere un’arma pericolosa anche per chi la usa, come in “Un regalo arrivato tardi”, quando un poveraccio crede di essere inquadrato dalla televisione e si sente costretto ad improvvisarsi intrattenitore per una notte intera, o come nel bellissimo “Peonie e pansè” che ci mette in guardia sul rischio di rimanere abbacinati dalla bellezza del sogno finendo per perdere di vista i tempi della vita o magari per auto-suggestionarsi come il vecchio di “Anima viva” che parla con i defunti del cimitero come se fossero vivi.

Storie per recuperare la capacità di volare, storie per ingannare il tempo, storie per difendersi dalla realtà… ne abbiamo bisogno, questo è il punto: sono belle di per sé, per il solo fatto di esistere, e pazienza se ad ascoltarle è qualcuno che non capisce la nostra lingua (come in “Una seconda storia”, uno dei racconti più interessanti della raccolta).

domenica 30 ottobre 2016

del tentativo chagalliano di Cărtărescu di uscire da una vita bidimensionale


E noi, persone senza importanza, simili alle formiche sopra i tronchi d’albero, cieche a tutto ciò che è a più di due centimetri dai nostri corpi sodi e bruni. La nostra vita con due centimetri di spessore. Allora mi è accaduto qualcosa: guardavo come la mamma fluttuava in cucina, immersa fino al petto, insieme col mulino e con l’inverno e con i colombi, nelle acque dense del mio manoscritto, e a un tratto mi sono chiesto se in qualche modo anche il mondo è un forma di realtà, magari consistente quanto la finzione, se in qualche modo anche la vita è autentica quanto i sogni.


[Mircea Cărtărescu:”Abbacinante- L’ala destra”]

sabato 22 ottobre 2016

Tommi Wieringa – Questi sono i nomi




Homo hominis lupus/homo hominis deus

Un Wieringa sorprendente, lontano anni luce dai fuochi d’artificio di Joe Speedboat, confeziona qui un gran un romanzo partendo da un tema di triste attualità, quello dei migranti. In Questi sono i nomi due sono le storie che si alternano fino ad incontrarsi e poi diventare una sola: le traversie di un gruppo di disperati che tentano (credono) di fuggire da un non precisato paese dell’Asia seguendo il miraggio di un vita migliore e la storia di Pontus Berg, commissario di polizia in un posto di frontiera, anche lui alla ricerca di qualcosa: la sua identità, capire chi è.
Interessante e originale è il parallelismo tra le peripezie dei migranti e quelle degli ebrei in fuga dall’Egitto, come a dirci che non c’è nulla di nuovo sotto il sole e che i problemi dell’uomo che scappa dall’uomo continuano ad essere gli stessi. Interessante è anche come Wieringa concentri l’attenzione sul fatto che i vari personaggi del racconto, al di là dei bisogni materiali, sentono forte la necessità di credere in qualcosa, di affidare a qualcuno (che sia una divinità o un portafortuna) il ruolo di guida per le loro vite. Interessanti sono poi le riflessioni sulle dinamiche comportamentali del gruppo, su come le difficoltà e l’influenza dell’ambiente ostile facciano regredire l’uomo a livelli subumani, quasi a ricordarci che i comportamenti animali sono una parte di noi che non vogliamo vedere e che fatichiamo a tenere a freno, le stesse dinamiche che, mutatis mutandis, ritroviamo anche nella descrizione delle società delle repubbliche asiatiche post-sovietiche, dove domina la legge del più forte ed imperano ingiustizia e clientelismo.

Questi sono i nomi è un libro sull’uomo, sulle sue domande che non trovano risposte e sulla partita a scacchi che gioca con la vita, scopo della quale, per dirla con le parole del rabbino Eder, “ sarebbe condurre l’avversario in una selva oscura, quella in cui due più due fa cinque, e il sentiero per uscirne è abbastanza largo solo per uno dei due”. 

domenica 9 ottobre 2016

Juan Carlos Onetti - Il cantiere




Triste, solitario y final

Romanzo imprescindibile nella bibliografia onettiana, nel quale ritroviamo Larsen - il Raccattacadaveri protagonista della saga di Santa María - al passo d’addio.
L’autore ce lo presenta nel momento in cui fa la sua comparsa nella cittadina. Ed è una presentazione da par suo:
Larsen scese dalla fermata delle corriere che arrivano da Colón, posò un momento la valigia a terra per tirarsi verso le nocche i polsini di seta della camicia e si avviò verso Santa María proprio quando aveva da poco smesso di piovere, lento e dondolante, forse più grasso, più basso, anonimo e in apparenza domo.”
In apparenza domo. Tre parole, poste alla fine della prima pagina, pesanti come macigni, tre parole con le quali Onetti traccia la strada, i binari sui quali correrà il romanzo. Si tratta di binari privi di suspense perché le cose, come spesso succede nei romanzi dello scrittore uruguayano, sono già scritte fin dall’inizio. Se e è vero infatti che sono il caso e il destino a riportare Larsen a Santa María, “per concedergli l’ingenua rivincita di imporre nuovamente la sua presenza alle strade e ai locali pubblici dell’odiata città”, è anche vero che la rivincita che Raccattacadaveri vorrebbe prendersi è, appunto, “ingenua”, destinata cioè a fallire in partenza.
Larsen è destinato alla sconfitta. Il massimo a cui può aspirare è “continuare a perdersi senza doverlo accettare, senza che la sua rovina diventasse lampante, pubblica, spassosa”, ha intuito di essere cascato dentro una trappola, eppure decide di giocare una partita che non può vincere piuttosto che provare a tirarsene fuori e lo fa “perché questa era la sua ultima possibilità di illudersi”.
Larsen è l’uomo che si trova nel fondo del dirupo e decide di rimanervi, perché quella è la sua vita, e al di fuori “non c’è altro che l’inverno, la vecchiaia, il non sapere dove andare, persino la possibilità della morte”. Ma Larsen è anche l’uomo che cerca di tirarsi fuori dal baratro nel quale è sprofondato e e l’appiglio che trova è quanto di più pericoloso poteva aspettarsi, vale a dire le braccia di Jeremías Petrus, un vecchio faccendiere ed impostore che sta precipitando nel vuoto come lui, ma che a differenza di Larsen non se ne cura. Sul fondo del pozzo a fare compagnia a Raccattacadaveri c’è la lunga teoria dei vinti, degli sconfitti dalla vita: c’è chi, come Galvéz, cercherà di ribellarsi al suo destino finendone schiacciato, chi, come Angelica Inés, vive nella prigione dorata della sua pazzia, e poi gli altri, un’umanità dolente che si trascina per le strade di Santa María indifferente a tutto quello che succede, un po’ per abitudine, un po’ perché non sa, non può o non vuole fare altrimenti.
Larsen si sente diverso dagli altri e cerca di lottare per sfuggire alle sabbie mobili, senza rendersi conto che più si muove e più rapidamente il fango lo risucchia al suo interno.
Larsen gioca a carte con la Vita, ad ogni giro crede di avere in mano le carte per conquistare la posta e poi finisce per perdere la scommessa. Eppure non si rassegna e rilancia, consapevole che quella che sta giocando è l’ultima partita, la sua ultima possibilità di avere se non un futuro almeno un presente, e si ingegna a trovare una via d’uscita dall’angolo nel quale la Vita lo ha schiacciato. Rilancia al buio, bluffa, prova a confondere il suo avversario, tira fuori tutto l’armamentario che ha accumulato in anni e anni di partite a carte pur di rimanere a galla.
Tutto inutile, dall’altra parte del tavolo siede la Vita, un avversario che nessuno ha mai sconfitto perché sa sempre che carte abbiamo in mano.