sabato 17 novembre 2018

Wolfgang Hildesheimer – Tynset



Strano destino, quello di Tynset. Hildesheimer teorizza la fine della letteratura e per dimostrarlo scrive questo libro che in realtà si rivela un gran romanzo (se possiamo definirlo tale, perché sulla classificazione di quest'opera lo stesso autore sembra nutrire dei dubbi).
Tynset è un lungo monologo, che a tratti rimanda a Bernhardt  a tratti a Sebald. Pensieri in libertà di un uomo che vive tra il letto e la stanza, quasi paralizzato in un'immobilità beckettiana, presente e assente al tempo stesso. Un solitario che vive con l'unica compagnia di Celestine, la domestica che sembra uscita dalle pagine di un romanzo di Dostoevskij, una donna che beve e prega, occupata a portare il fardello della sua colpa (qualunque essa sia) perché convinta che questo sia il suo ruolo.
Tynset è un'idea, il nome di una cittadina norvegese che serve a muovere le acque del pensiero del protagonista, a sollecitarne la fantasia per costruire progetti destinati a rimanere sulla carta. Tynset è qualcosa a metà tra uno scopo, un gioco e un sogno.
Pensieri in libertà, si diceva. Pensieri che spaziano dalla superficie delle cose alle profondità, arrivando a sfiorare l'irrisolto, il non detto che giace nel fondo dell'anima tedesca, quel senso di colpa con il quale molti ancora convivono. Uomini che vivono come fantasmi e che il protagonista rincorre per un po' per spingerli a fare i conti con la loro coscienza.
Il protagonista del libro è un uomo che ha rinunciato alla vita attiva ("Ma io so dove mi trovo? Dove? Qui… da nessuna parte: ecco l'unico luogo dove posso respirare, libero, sciolto da ogni cosa, non assalito da nient'altro che dalle intemperie. Non aver colloqui, non eseguire incarichi, non pronunciar sentenze, non avere colpe. […] mi lascio portare finché non esisto più.") e che combatte l'insonnia dedicandosi alla memoria e ad imitare la vita. Ha provato a scrivere un elenco telefonico inesistente per immaginare un mondo che però finisce sempre per dover fare i conti con quello  reale. Un uomo che vive nella quotidianità  ma solo a mezzo servizio ("sono nel quadro e sono fuori del quadro, lo contemplo dal di fuori, sono solo e siamo in due… in due? Ma con chi?"). Un uomo bernhardiano, che definisce la vita "inganno e menzogna e umiliazione", una "gabbia che non offre possibilità", un luogo che abita "senza sapere qual era il mio posto". Unico scopo è il nulla, inteso come "lo spazio frapposto tra una cosa e l'altra, questo soltanto", un nulla però che gli risulta inaccessibile.
In Tynset ricordi e fantasie si mescolano, aiutati dall'alcool confondono i loro confini in una dissolvenza che lascia filtrare solo immagini sbiadite, figure vere e inventate che si incrociano in una danza assurda, abitanti di un labirinto dal quale sembra impossibile uscire, impresa che poi forse è anche inutile perché ogni sforzo è inutile, perché non c'è un altro posto dove stare, e allora non vale nemmeno la pena dedicare troppo tempo ad ognuna delle storie che il protagonista immagina e poi abbandona. Una serie di bozzetti sterili, di possibilità inespresse che servono solo a far trascorrere la vita e che fanno di Tynset un grande romanzo espressionista.

sabato 10 novembre 2018

Ernesto Sabato – Lo scrittore e i suoi fantasmi



La vera patria dell’uomo è quella zona intermedia e terrena, duale e lacerata da dove scaturiscono i fantasmi della finzione romanzesca. Gli uomini scrivono finzioni perché sono incarnati, quindi imperfetti. Dio non scrive romanzi.

Un quaderno di appunti assai interessante, uno zibaldone di pensieri di uno dei più importanti scrittori argentini del Novecento.
Riflessioni sulla scrittura e sugli scrittori, con pagine di vera e propria critica letteraria (notevoli e “pungenti”, ad esempio, quelle su un mostro sacro della levatura di Borges).
Sabato prende le mosse dalla considerazione che “la letteratura non è né un passatempo né un’evasione, ma il modo – forse il più complesso e profondo – di esaminare la condizione umana” e che nell’analisi dell’individuo è implicita anche l’analisi della società in cui egli vive.
Una visione antropocentrica del romanzo quindi, inteso come “destinato a suscitare la ricomposizione dell’uomo scisso tra idee e passioni, sintesi tra l’io e il mondo, tra l’inconscio e la coscienza, tra la sensibilità e la ragione”. Romanzo quindi come sincretismo tra ragione e sentimento, sintesi di contrari che solo filosofia e narrativa sono in grado di esprimere.
Per Sabato, che fu anche scienziato, solo l’Arte può provare a spiegare l’uomo perché “alla severa oggettività della scienza corrisponde un linguaggio univoco e letterale, che culmina nella tranquilla carrellata di simboli della logica. Ma agli uomini concreti quel linguaggio non serve […] perché l’uomo concreto non solo non si propone di comunicare verità astratte, ma ha bisogno di esprimere sentimenti ed emozioni, cercando di agire sull’anima degli altri, incitandoli alla simpatia o all’odio, all’azione o alla contemplazione. Per questo fa uso di un linguaggio assurdo ed efficace, contraddittorio e possente”.
“Dio non scrive romanzi” è uno degli assunti fondamentali di Sabato, convinto che il torrente che porta acqua al mare della scrittura possa sgorgare solo dalle passioni, dalle turbolenze e dalle contraddizioni dell’anima (oltre che dalle altezze dello spirito).
Oltre alle osservazioni sulla natura del romanzo, l’autore dedica pagine interessanti anche a pensieri sullo scopo della letteratura, sostenendo che quella attuale ha sostituito la finalità estetica che caratterizzava la letteratura delle epoche precedenti con quella escatologica e anche pagine sulla struttura (che per Sabato ha sempre il primato rispetto al linguaggio) del romanzo moderno e sui motivi per i quali è più difficile da comprendere rispetto a quanto avvenisse in passato.
Libro decisamente interessante e utile per una miglior comprensione della trilogia del grande scrittore sudamericano.

domenica 4 novembre 2018

Réjean Ducharme – Inghiottita




Bérénice va alla guerra.

Libro strano, meno semplice di quanto possa sembrare ad una prima lettura. Se ci si fermasse all’apparenza, ad un’analisi superficiale del tema trattato, ad uno stile fatto di frasi brevi, monologhi incentrati su sensazioni e sentimenti, narrazione in prima persona, uso di forme gergali (“vaccata di una vaccata”), registro stilistico proprio del ragazzino, sarebbe anche troppo facile rubricare quest’opera come una delle tante che trattano il tema dell’adolescenza (ormai una vera e propria narrativa di genere), considerare l’autore come uno dei milioni di epigoni più o meno riusciti di Salinger e salutare nella protagonista l’ennesima “giovane Holden” che si affaccia sul panorama letterario. Nulla di più sbagliato, perché questo libro è altro e Bérénice, la protagonista, una figura di adolescente ribelle che trova pochi uguali nella narrativa contemporanea.

È una bambina figlia di una coppia disfunzionale, di due genitori che hanno deciso di dividersi la cura dei figli. La sua educazione spetta a Einberg, il padre, che prova a crescerla secondo i dettami dell’ebraismo, mentre quella del fratello Christian è affidata a Gatta Morta (nomen omen), la madre, che dovrebbe instradarlo al Cristianesimo. Una situazione sostenibile? Ovviamente no e la vita di Bérénice sarà pesantemente influenzata dalla mancanza di amore, dalle assenze e dalle contraddizioni che un ambiente del genere comporta.
Il rischio di finire inghiottita da un mondo che reputa ostile la porta a inventarsene uno suo, dove vivere in solitudine e dove organizzare le sue difese e poi passare al contrattacco. Gli altri non servono, sono il nemico, perché è convinta che vogliano manipolarla.
E allora: offendere per non essere offesa, inghiottire per non finire inghiottita.
Costruirsi un castello nel quale esiliarsi non è impresa semplice, specialmente se sei una bambina di nove anni. Non è facile imporsi un distacco dagli affetti, perché soprattutto la madre esercita un fascino al quale è difficile sottrarsi. Eppure Bérénice lavora su se stessa alacremente, conosce le sue debolezze e si impegna per cercare di superarle. Usa la forza di volontà per soffocare le emozioni, sforzandosi di fabbricarsi un’armatura di ferro, una personalità forte, un rifugio che la protegga dagli attacchi del un mondo. Si impone di cancellare dal suo vocabolario la parola amore per sostituirla con possesso. Amare significa essere volubili, finire in trappola, preda di quei sentimenti che lei combatte. Il coinvolgimento è pericoloso, “ciò che importa è volere, è avere ciò che si vuole nell’anima”;  esercitare il potere sugli altri è “trionfare sulla loro volontà e su ciò che mi porta ad amarli”.
Di nuovo: inghiottire per non essere inghiottita.
Bérénice va alla guerra, ma fare guerra alle leggi di natura, sottrarsi a sentimenti e pulsioni connaturate alla natura umana non è un’impresa da bambini e le crepe nelle sue difese si fanno man mano evidenti: si sente brutta, si scopre a provare invidia e tristezza, preda di passioni che era convinta di riuscire a tenere fuori dalla porta. Prova a reagire alla debolezze coltivando l’odio, una furia cieca contro tutto e tutti ma la sua è una lotta impari: il rifiuto di parlare e poi l’anoressia sono i segni di un  coscienza che sta andando in frantumi. Rabbia e pietà, amore e odio, energia e rassegnazione, indifferenza e bisogno, certezze e poi dubbi… più che artefice della sua vita, Bérénice ne è vittima, passeggera di una giostra impazzita che gira a mille all’ora e che sembra costantemente sul punto di scaraventarla fuori.
Il tentativo di fuga di Bérénice dal mondo disegna una parabola destinata a trasformarsi in una discesa agli Inferi, in una caduta negli abissi dell’Io che può concludersi solo con uno schianto rovinoso e con la conseguente esplosione e frantumazione  della sua identità. A forza di tendere quelle corde che tengono insieme le contraddizioni di cui è fatta la sua coscienza, Bérénice finisce per romperle, a forza di camminare pericolosamente sulla corda del borderline, Bérénice scivola nella  psicosi, probabilmente schizofrenica.

Inghiottita è un libro duro, un atto d’accusa verso un mondo, quello degli adulti, autoreferenziale e incapace di aprirsi a quello affascinante e complesso dei bambini. “Se al mondo non ci fossero i bambini, non ci sarebbe niente di bello”, sono le parole con cui Ducharme chiude questo volume: provocatorie, probabilmente eccessive, ma vere.

domenica 28 ottobre 2018

Hermann Broch – La morte di Virgilio



 La bellezza non salverà il mondo

Una sfida. Un libro ostico, oscuro, a tratti incomprensibile. Una lettura faticosa, spesso estenuante. Frasi lunghe, ampollose, ridondanti, che più di una volta fanno venir voglia di scagliare il libro contro il muro (e trattandosi nel mio caso di lettura su kindle, la cosa potrebbe essere pericolosa). Una scrittura pesante, respingente, lontana anni luce dalla prosa che siamo abituati a leggere, che rischia spesso di far calare l’attenzione del lettore, costringendoci a tornare sulla stessa frase più volte. Ci vuole pazienza con quest’opera, la tentazione è quella di correre avanti, di saltare qualche paragrafo poco chiaro per rincorrere la storia, i fatti, le azioni, ma l’autore è li con noi e ci costringe a rallentare per provare a capire, ad aspettare, a non trascurare nessuna delle sue parole.
Se le cose stanno così (e, credetemi, stanno davvero così), perché continuare? Perché La morte di Virgilio è un libro che merita il nostro sforzo, perché Broch è Broch e la sua lettura premia sempre il lettore.

La trama è il racconto delle ultime ventiquattro ore della vita di Virgilio, da quando il poeta, malato e ormai lucido solo a tratti, arriva a Brindisi al seguito della flotta di Ottaviano Augusto, fino alla sua morte. La storia è come una sinfonia musicale in quattro parti, caratterizzate ognuna da un ritmo diverso e sviluppate con uno stile che avvicina la poesia lirica.
Virgilio, prossimo alla fine, prova a fare un bilancio della sua vita e si rende conto di non aver ottenuto nulla di quello che si proponeva, quello che rimane del suo tentativo  di trascendere la natura umana per raggiungere un’eternità impossibile è un pugno di mosche, la consapevolezza che la vita dell’uomo è simile a quella di un naufrago e che alla fine di tanto vagare ci si ritrova sempre al punto di partenza. Virgilio ha fallito perché la poesia (lo strumento al quale il poeta si era affidato per arrivare alla Verità) ha fallito e la Bellezza alla quale egli anelava non era altro che la fuga in un mondo di illusioni, una prigione sterile perché incapace di ulteriori sviluppi.
Per Virgilio/Broch la Bellezza non salverà il mondo, e l’Artista che si abbandona ad essa sacrifica la ricerca della conoscenza, sacrifica il contenuto in nome della forma. Bruciare l’Eneide è la conseguenza di questo suo ragionamento e se alla fine il poeta desisterà dal suo intento è solo per ottenere dall’Imperatore la libertà dei suoi schiavi e del denaro per il popolo di Brindisi, riscattando così in qualche modo il suo fallimento.
L’ultima parte di quest’opera è poi una specie di inno con pagine di rara bellezza formale, un viaggio verso l’Assoluto e un ritorno nel mondo degli uomini nel quale tutto si mescola e si confonde come in una grafica di Escher, come se il Tempo fosse un unico istante, con il giovane Lisania a farci da guida simile al Virgilio della Commedia che poi muta in una Plozia molto vicina alla Beatrice del Paradiso, in una metamorfosi continua di incomparabile bellezza.

Con La morte di Virgilio Broch si muove lungo una linea ideale che è quella dell’Ulisse dantesco, del Rilke delle Elegie Duinesi, della Cvetaeva e che arriva, azzardo, fino a Cărtărescu. Una corda sospesa sulla testa degli uomini, un tentativo di indossare le ali di Icaro sapendo già di finire bruciati.
Il filosofo Günther Anders ha definito questo libro “un libro per nessuno” e credo che non abbia tutti i torti. In effetti si tratta di una lettura che non mi sento di consigliare a nessuno ma anche di un viaggio affascinante ai confini dell’uomo che porterò sempre con me.

domenica 21 ottobre 2018

Roberto Arlt – I lanciafiamme





“Vorrei sapere se lei è un commediante, un cinico o un avventuriero”.
“Tutti e tre i concetti esprimono la medesima cosa”.

Questo il dialogo tra l’avvocato amico di Haffner e l’Astrologo, questa più o meno la definizione di Arlt data da Onetti (“non so se sia stato un angelo, un figlio di puttana o un commediante, o forse tutte e tre le cose insieme”). Arlt, il più “irregolare” dei grandi scrittori argentini del Novecento, che con I lanciafiamme firma un grande romanzo, che non perde un’oncia del peso specifico de I sette pazzi, opera della quale rappresenta il seguito.
Un romanzo dalla struttura quasi frammentaria, privo di un centro forte intorno al quale ruoti la trama e costituito da tanti nuclei che portano acqua alla storia. Un romanzo di personaggi, l’identità dei quali viene fuori da quello che dicono e fanno ma anche da come appaiono nel racconto degli altri. I protagonisti sembrano porsi le domande giuste (il senso della vita, il loro ruolo nel mondo…), ma poi non hanno strumenti sufficienti a costruire le risposte adeguate: vanno per approssimazione, per convenienza, per sopravvivenza. Sono uomini e donne che sembrano appartenere al sottosuolo dostoevskijano, e in effetti si sarebbe tentati  di leggere questo libro come un Delitto e castigo porteño se non fosse che il delitto di Erdosain non è tanto quello (mancato) di Barsuit o quello della Guercia, quanto quello che la società ha commesso nei suoi confronti e che lui tenta in qualche modo di espiare, con il risultato sorprendente di condurre la storia dalle parti del dramma esistenziale (e con un certo anticipo sui tempi).
Erdosain e l’Astrologo sono le figure che dominano la trama, accomunati dall’idea di distruggere lo status quo attraverso una rivoluzione sociale che prevede uno sterminio di massa preludio di una ricostruzione che spetterà ad altri, ma profondamente diversi nei loro caratteri. L’Astrologo è un cattivo maestro, un teorico che ammalia con il fascino dei suoi discorsi e ha facile presa sulle personalità più influenzabili, una mente lucida e folle al tempo stesso che, come tutti i cattivi maestri, manda gli altri a morire in nome delle sue idee. Erdosain è un solitario, un uomo privo di speranze ma anche di illusioni, uno che odia la società per quello che è diventata, che ama la vita ma odia quello che le hanno fatto gli uomini, uno che soffre davvero e da così tanto tempo da essere stato profondamente cambiato dal dolore fino a diventare una miscela esplosiva di sadismo, sensi di colpa, odio, frustrazioni, cattiveria, debolezze e fanatismo, un individuo amorale che vive con l’unica certezza che la liberazione alle sue sofferenze arriverà con il suicidio.

I mostri avrebbe dovuto essere in origine il titolo di questo libro, poi modificato in I lanciafiamme, probabilmente perché più “letterario”, meno disturbante. In realtà I mostri sarebbe stato più indicato perché mostri sono per un motivo o per l’altro tutti i personaggi che incontriamo durante la storia: gente disposta a vendere la figlia minorenne, gente che uccide o lascia morire gli altri senza manifestare compassione o altri sentimenti. Mostri ma con una vita interiore, abitati da angosce profonde e legati mani e piedi da nodi che non riescono a sciogliere.
A ben pensarci però, se i personaggi creati di Arlt dimostrano di essere così contraddittori è giusto che anche l’autore, almeno nel titolo del libro, si ponga al loro stesso livello.

Aggiungo che nell’albero genealogico di Roberto Bolaño, da qualche parte deve esserci un antenato di nome Roberto Arlt.

sabato 13 ottobre 2018

Olga Tokarczuk – Casa di giorno, casa di notte




L’unica cosa che posso dire di me stessa è che mi lascio vivere, scorro attraverso un luogo nello spazio e nel tempo e sono la somma delle proprietà di questo luogo e di questo tempo, niente di più.

Si, si può fare buona letteratura senza squilli di tromba o trovate sensazionalistiche e questo libro ne è la limpida dimostrazione. Con Casa di giorno, casa di notte, Olga Tokarczuk confeziona un ottimo piatto fatto con ingredienti poveri. Poveri ma genuini, veri, non sofisticati.
L’autrice ci porta a spasso per le strade di Nowa Ruda, una cittadina al confine tra Polonia, Germania e Repubblica Ceca e ci presenta le storie sgangherate di un’umanità variegata, composta da personaggi di paese, uomini e donne che sembrano trascinare a spasso le loro esistenze senza vedere oltre il proprio naso. Attenzione però a non trarre conclusioni affrettate, perché questa è solo l’apparenza. Come avverte la voce narrante all’inizio del libro: “l’immobilità di quanto vedo è apparente. Basta che lo voglia e posso penetrare l’apparenza”.
Pensieri, parole ed opere di una piccola comunità persa nella campagna polacca dunque, per un progetto narrativo che, mutatis mutandis, sembra avere parecchie analogie con quello di Jón Kalman Stefánsson: scrivere per non dimenticare, raccontare per continuare a far vivere un mondo che altrimenti sarebbe destinato all’oblio (che poi è la conclusione alla quale giunge anche Paschalis, l’incaricato di scrivere la vita della santa: “lo scopo della sua opera era conciliare tutti i tempi possibili, tutti i luoghi e i paesaggi in un’unica immagine, che sarebbe stata immobile e non sarebbe mai invecchiata né cambiata”).
Impossibile dar conto dei mille personaggi che incontreremo lungo il corso di questo viaggio stralunato: c’è Marta, la vecchia fabbricante di parrucche, convinta che i capelli crescendo assorbano i pensieri degli uomini, che parla solo degli altri e mai di se stessa e che immagina gli animali che Dio si è dimenticato di inventare. C’è Tal dei Tali, che “raccontava l’inverno” e che riusciva a vedere gli spiriti e c’è Marek Marek, un tipo la cui “sofferenza non veniva dall’esterno ma dall’interno” e che “nasceva per la stessa ragione per cui la mattina sorgeva il sole e la notte le stelle”, un’anima in pena che a causa del dolore che portava dentro di sé “non poteva portare a conclusione nessun pensiero, doveva cancellarli e scacciarli, così che smettessero di significare qualcosa”. Ci sono, intrecciate, la storie di Kummernis di Schonau, la santa barbuta e quella di Paschalis, che ne scrisse la biografia. Seguendo la voce narrante capiterà di imbatterci in ricette culinarie a base di funghi velenosi e turisti tedeschi che fotografano spazi vuoti e tra questi turisti Peter Dieter, venuto per rivedere il villaggio nel quale aveva vissuto e destinato a morire proprio sulla metà del confine. Incontreremo Agnieszka con le sue profezie e Franz Frost che vive di certezze, convinto che tutto ciò che è stato e che sarà esiste già ma che sarà messo in crisi dalla scoperta di un nuovo pianeta, al punto da diventare pazzo. Se riusciremo ad entrare in sintonia con la trama, non ci stupiranno certo la comparsa di un mostro nello stagno e neppure le profezie di Lew il veggente. Sarà bello lasciarsi affascinare dalle storie dell’uomo di seconda mano (convinto di essere la copia di qualcun altro), da quelle di Ergo Sum (anche nella sua seconda vita come Bronek), dei Von Goetzen e dei Coltellinai, senza trascurare quelle dell’uomo con la sega, di Gertrude Nietsche, di Lui e Lei e anche quella del misterioso R….
Insomma: storie, tante storie  cui star dietro, tante vite da rincorrere con il rischio di perdere l’orientamento. Sarebbe un peccato però, perché questo libro ha un’architettura che poggia su architravi solide: una sono i sogni, quei sogni che ricorrono costantemente e che secondo la voce narrante costituirebbero la parte più vera della vita, l’unica davvero autentica mentre la nostra realtà di esseri umani sarebbe una specie di stato di sospensione dal nostro vero ruolo. L’altro pilastro è la ricerca di un punto di equilibrio perfetto, aspirazione che sembra rintracciabile all’interno di molti degli episodi narrati, una specie di armonia superiore, uno stato quasi di immobilità, fuori dal tempo e dalle passioni, un distacco quasi atarassico dalle cose del mondo.
Casa di giorno, casa di notte è un libro che consiglio, soprattutto a quei lettori che non si sono ancora stancati di cercare storie curiose.

domenica 7 ottobre 2018

Lezioni di letteratura argentina: Sabato su Borges



 Borges ha una sola fede e una sola coerenza: lo stile.
Mica cerca la Verità! Percorre l’universo del pensiero come un collezionista alle prime armi la galleria di un antiquario, e le sue stanze letterarie sono arredate con il gusto squisito e l’insensato disordine con cui è arredata la casa di quel dilettante.
Borges lo sa benissimo, anzi ce lo suggerisce. Ma il lettore che, con timore reverenziale, si genuflette appena legge la parola aporia, prende per profonda inquietudine quel che è solo un sofisticato passatempo. E invece di tenersi caro il Borges veramente valido corre dietro all’autore di quei giochetti.
Borges ha paura della dura realtà dell’esistenza e produce due atteggiamenti simultanei e complementari: inventa un mondo per gioco e fa suo il platonismo, teoria intellettuale per antonomasia. L’intelletto (puro, trasparente, schivo) lo affascina. E siccome vuol continuare a giocare, ha un motivo in più per non partecipare all’incessante e duro processo della verità. Prende dall’intelletto quel che avrebbe preso un sofista. Non cerca la verità, il suo godimento sta nel dialogo per il dialogo e, soprattutto, dialoga con le parole sulle parole. Lo attira l’intelligenza vacua, bipolare, scacchistica, disimpegnata, giocherellona, non comune, sofisticata, lo soggioga l’ipotesi che tutti possono aver ragione e, quindi, che nessuno ce l‘ha.
[…] Tlön, Uqbar, Orbis Tertius rappresentano al meglio il suo ecclettismo: desideri, errori stanno tutto lì, e ci costruisce un universo acutissimo. Né lui né noi crediamo in quel che afferma, ma ci incanta la possibilità metafisica che esprimono. E così in tutta la sua opera: il mondo è un sogno reversibile, è sempre possibile un ritorno, e anche raggiungere l’immortalità nella memoria degli altri perché l’immortalità non esista nell’eternità. Tutto vale e niente vale.
[…] Eppure c’è una costante che sempre si ripete, forse per paura della dura realtà: l’ipotesi che questa realtà sia solo un sogno. E l’ipotesi che il razionalismo ha sempre difeso, l’autentico patrono di Borges è Parmenide. […] Ecco perché, per Borges, è la ragione che governa il mondo, e persino i suoi sogni ed incantesimi devono essere armoniosi e intelligibili, e i suoi enigmi, come nei romanzi polizieschi, hanno alla fine una chiave.
[…] Potremmo quasi affermare che Borges è il simbolo letterario dell’illustre problema della razionalità del reale e della sua (temibile) conseguenza: la paralisi.

[…]L’arte – come il sogno – è quasi sempre un atto antagonista della vita diurna. La crudeltà del mondo che ci circonda affascina Borges, e insieme lo spaventa. E si rintana nella sua torre d’avorio sotto a spinta di quella stessa potenza che lo affascina. Il mondo platonico è il suo bellissimo e inattaccabile rifugio: lì può abbandonarsi; è pulito il suo rifugio, e lui odia la sporcizia della realtà; è senza sentimenti, e lui non sopporta coinvolgimenti sentimentali; è eterno, e lui è afflitto dalla fugacità del tempo. Per timore, disprezzo, pudore e per malinconia, diventa platonico.
Chiuso nella sua torre, dunque, architetta i suoi giochi. Ma il lontano rumore della realtà lo raggiunge: filtra dalle finestre e sale dalle profondità del suo essere. Dopotutto egli non è una figura ideale del museo di Meinong, ma un uomo in carne ed ossa che – nonostante i suoi tentativi di sfuggire – vive in questo mondo. Non c’è solo il mondo fuori, nella strada: quel mondo ce l’ha dentro, nel suo cuore. E come si fa a liberarsi del proprio cuore?
[…] E l’uomo, dal suo amato esilio, ricompare forse indistinto, fugace, equivoco, con tanto di passioni e sentimenti.
E il Borges nascosto, quello che come tutti ha le sue passioni e meschinità, ce lo immaginiamo dietro le sue astrazioni: contraddittorio e colpevole.
[…] Il gioco lenisce ma non annulla le su angosce, la sua nostalgia, la sua tristezza più profonda, i suoi risentimenti più umani. Gli incantevoli inganni teologici e la magia puramente verbale, in definitiva, non lo appagano. E così le sue più profonde angosce e passioni ricompaiono in una poesia o in un frammento di prosa in cui davvero si manifestano quei sentimenti troppo umani.

Ma quello di Borges è un ritorno alla realtà sempre ambiguo, parziale: basta una frase o una variante a smentirlo. Forse è vittima della sua passione verbale, del suo ingegno retorico.

[…] E Borges, il corporale Borges, il sentimentale Borges, ha cercato l’ordine nel caos, la calma nell’inquietudine, la pace nella tragedia, cerca dalla mano di Platone la via per accedere all’universo incorruttibile. […] Sembra che per lui l’unica cosa degna di una grande letteratura sia il regno dello spirito puro. Mentre la cosa degna di una grande letteratura è lo spirito impuro: cioè l’uomo; l’uomo in questo confuso universo eracliteo, non il fantasma, il cielo platonico.
[…] Dio non scrive romanzi.
Quella specie di oppio platonico non ci serve. Anzi finisce per farci apparire tutto un gioco, un simulacro, un’infantile evasione. E anche se quel mondo fosse vero, confermato dalla filosofia e dalla scienza, questo mondo è per noi l’unico vero, l’unico che ci provoca dolore, ma pienezza: questa realtà di sangue e di fuoco, di amore e di morte in cui vive quotidianamente la nostra carne e l’unico spirito che veramente possediamo: lo spirito incarnato.

[…] Il Borges che vogliamo riscattare e che è davvero riscattabile è il poeta che qualche volta ha cantato cose umili e fugaci, ma semplicemente umane: un tramonto di Buenos Aires, un cortile dell’infanzia, una strada di periferia. Questo è (oso profetizzare) il Borges che resterà. Il Borges che dopo il suo frivolo periplo per i territori della filosofia e della teologia, in cui non crede, torna in questo mondo meno affascinante ma in cui crede; in cui nasciamo, soffriamo, amiamo e moriamo.

[Ernesto Sabato: “Lo scrittore e i suoi fantasmi”]