sabato 13 ottobre 2018

Olga Tokarczuk – Casa di giorno, casa di notte




L’unica cosa che posso dire di me stessa è che mi lascio vivere, scorro attraverso un luogo nello spazio e nel tempo e sono la somma delle proprietà di questo luogo e di questo tempo, niente di più.

Si, si può fare buona letteratura senza squilli di tromba o trovate sensazionalistiche e questo libro ne è la limpida dimostrazione. Con Casa di giorno, casa di notte, Olga Tokarczuk confeziona un ottimo piatto fatto con ingredienti poveri. Poveri ma genuini, veri, non sofisticati.
L’autrice ci porta a spasso per le strade di Nowa Ruda, una cittadina al confine tra Polonia, Germania e Repubblica Ceca e ci presenta le storie sgangherate di un’umanità variegata, composta da personaggi di paese, uomini e donne che sembrano trascinare a spasso le loro esistenze senza vedere oltre il proprio naso. Attenzione però a non trarre conclusioni affrettate, perché questa è solo l’apparenza. Come avverte la voce narrante all’inizio del libro: “l’immobilità di quanto vedo è apparente. Basta che lo voglia e posso penetrare l’apparenza”.
Pensieri, parole ed opere di una piccola comunità persa nella campagna polacca dunque, per un progetto narrativo che, mutatis mutandis, sembra avere parecchie analogie con quello di Jón Kalman Stefánsson: scrivere per non dimenticare, raccontare per continuare a far vivere un mondo che altrimenti sarebbe destinato all’oblio (che poi è la conclusione alla quale giunge anche Paschalis, l’incaricato di scrivere la vita della santa: “lo scopo della sua opera era conciliare tutti i tempi possibili, tutti i luoghi e i paesaggi in un’unica immagine, che sarebbe stata immobile e non sarebbe mai invecchiata né cambiata”).
Impossibile dar conto dei mille personaggi che incontreremo lungo il corso di questo viaggio stralunato: c’è Marta, la vecchia fabbricante di parrucche, convinta che i capelli crescendo assorbano i pensieri degli uomini, che parla solo degli altri e mai di se stessa e che immagina gli animali che Dio si è dimenticato di inventare. C’è Tal dei Tali, che “raccontava l’inverno” e che riusciva a vedere gli spiriti e c’è Marek Marek, un tipo la cui “sofferenza non veniva dall’esterno ma dall’interno” e che “nasceva per la stessa ragione per cui la mattina sorgeva il sole e la notte le stelle”, un’anima in pena che a causa del dolore che portava dentro di sé “non poteva portare a conclusione nessun pensiero, doveva cancellarli e scacciarli, così che smettessero di significare qualcosa”. Ci sono, intrecciate, la storie di Kummernis di Schonau, la santa barbuta e quella di Paschalis, che ne scrisse la biografia. Seguendo la voce narrante capiterà di imbatterci in ricette culinarie a base di funghi velenosi e turisti tedeschi che fotografano spazi vuoti e tra questi turisti Peter Dieter, venuto per rivedere il villaggio nel quale aveva vissuto e destinato a morire proprio sulla metà del confine. Incontreremo Agnieszka con le sue profezie e Franz Frost che vive di certezze, convinto che tutto ciò che è stato e che sarà esiste già ma che sarà messo in crisi dalla scoperta di un nuovo pianeta, al punto da diventare pazzo. Se riusciremo ad entrare in sintonia con la trama, non ci stupiranno certo la comparsa di un mostro nello stagno e neppure le profezie di Lew il veggente. Sarà bello lasciarsi affascinare dalle storie dell’uomo di seconda mano (convinto di essere la copia di qualcun altro), da quelle di Ergo Sum (anche nella sua seconda vita come Bronek), dei Von Goetzen e dei Coltellinai, senza trascurare quelle dell’uomo con la sega, di Gertrude Nietsche, di Lui e Lei e anche quella del misterioso R….
Insomma: storie, tante storie  cui star dietro, tante vite da rincorrere con il rischio di perdere l’orientamento. Sarebbe un peccato però, perché questo libro ha un’architettura che poggia su architravi solide: una sono i sogni, quei sogni che ricorrono costantemente e che secondo la voce narrante costituirebbero la parte più vera della vita, l’unica davvero autentica mentre la nostra realtà di esseri umani sarebbe una specie di stato di sospensione dal nostro vero ruolo. L’altro pilastro è la ricerca di un punto di equilibrio perfetto, aspirazione che sembra rintracciabile all’interno di molti degli episodi narrati, una specie di armonia superiore, uno stato quasi di immobilità, fuori dal tempo e dalle passioni, un distacco quasi atarassico dalle cose del mondo.
Casa di giorno, casa di notte è un libro che consiglio, soprattutto a quei lettori che non si sono ancora stancati di cercare storie curiose.

domenica 7 ottobre 2018

Lezioni di letteratura argentina: Sabato su Borges



 Borges ha una sola fede e una sola coerenza: lo stile.
Mica cerca la Verità! Percorre l’universo del pensiero come un collezionista alle prime armi la galleria di un antiquario, e le sue stanze letterarie sono arredate con il gusto squisito e l’insensato disordine con cui è arredata la casa di quel dilettante.
Borges lo sa benissimo, anzi ce lo suggerisce. Ma il lettore che, con timore reverenziale, si genuflette appena legge la parola aporia, prende per profonda inquietudine quel che è solo un sofisticato passatempo. E invece di tenersi caro il Borges veramente valido corre dietro all’autore di quei giochetti.
Borges ha paura della dura realtà dell’esistenza e produce due atteggiamenti simultanei e complementari: inventa un mondo per gioco e fa suo il platonismo, teoria intellettuale per antonomasia. L’intelletto (puro, trasparente, schivo) lo affascina. E siccome vuol continuare a giocare, ha un motivo in più per non partecipare all’incessante e duro processo della verità. Prende dall’intelletto quel che avrebbe preso un sofista. Non cerca la verità, il suo godimento sta nel dialogo per il dialogo e, soprattutto, dialoga con le parole sulle parole. Lo attira l’intelligenza vacua, bipolare, scacchistica, disimpegnata, giocherellona, non comune, sofisticata, lo soggioga l’ipotesi che tutti possono aver ragione e, quindi, che nessuno ce l‘ha.
[…] Tlön, Uqbar, Orbis Tertius rappresentano al meglio il suo ecclettismo: desideri, errori stanno tutto lì, e ci costruisce un universo acutissimo. Né lui né noi crediamo in quel che afferma, ma ci incanta la possibilità metafisica che esprimono. E così in tutta la sua opera: il mondo è un sogno reversibile, è sempre possibile un ritorno, e anche raggiungere l’immortalità nella memoria degli altri perché l’immortalità non esista nell’eternità. Tutto vale e niente vale.
[…] Eppure c’è una costante che sempre si ripete, forse per paura della dura realtà: l’ipotesi che questa realtà sia solo un sogno. E l’ipotesi che il razionalismo ha sempre difeso, l’autentico patrono di Borges è Parmenide. […] Ecco perché, per Borges, è la ragione che governa il mondo, e persino i suoi sogni ed incantesimi devono essere armoniosi e intelligibili, e i suoi enigmi, come nei romanzi polizieschi, hanno alla fine una chiave.
[…] Potremmo quasi affermare che Borges è il simbolo letterario dell’illustre problema della razionalità del reale e della sua (temibile) conseguenza: la paralisi.

[…]L’arte – come il sogno – è quasi sempre un atto antagonista della vita diurna. La crudeltà del mondo che ci circonda affascina Borges, e insieme lo spaventa. E si rintana nella sua torre d’avorio sotto a spinta di quella stessa potenza che lo affascina. Il mondo platonico è il suo bellissimo e inattaccabile rifugio: lì può abbandonarsi; è pulito il suo rifugio, e lui odia la sporcizia della realtà; è senza sentimenti, e lui non sopporta coinvolgimenti sentimentali; è eterno, e lui è afflitto dalla fugacità del tempo. Per timore, disprezzo, pudore e per malinconia, diventa platonico.
Chiuso nella sua torre, dunque, architetta i suoi giochi. Ma il lontano rumore della realtà lo raggiunge: filtra dalle finestre e sale dalle profondità del suo essere. Dopotutto egli non è una figura ideale del museo di Meinong, ma un uomo in carne ed ossa che – nonostante i suoi tentativi di sfuggire – vive in questo mondo. Non c’è solo il mondo fuori, nella strada: quel mondo ce l’ha dentro, nel suo cuore. E come si fa a liberarsi del proprio cuore?
[…] E l’uomo, dal suo amato esilio, ricompare forse indistinto, fugace, equivoco, con tanto di passioni e sentimenti.
E il Borges nascosto, quello che come tutti ha le sue passioni e meschinità, ce lo immaginiamo dietro le sue astrazioni: contraddittorio e colpevole.
[…] Il gioco lenisce ma non annulla le su angosce, la sua nostalgia, la sua tristezza più profonda, i suoi risentimenti più umani. Gli incantevoli inganni teologici e la magia puramente verbale, in definitiva, non lo appagano. E così le sue più profonde angosce e passioni ricompaiono in una poesia o in un frammento di prosa in cui davvero si manifestano quei sentimenti troppo umani.

Ma quello di Borges è un ritorno alla realtà sempre ambiguo, parziale: basta una frase o una variante a smentirlo. Forse è vittima della sua passione verbale, del suo ingegno retorico.

[…] E Borges, il corporale Borges, il sentimentale Borges, ha cercato l’ordine nel caos, la calma nell’inquietudine, la pace nella tragedia, cerca dalla mano di Platone la via per accedere all’universo incorruttibile. […] Sembra che per lui l’unica cosa degna di una grande letteratura sia il regno dello spirito puro. Mentre la cosa degna di una grande letteratura è lo spirito impuro: cioè l’uomo; l’uomo in questo confuso universo eracliteo, non il fantasma, il cielo platonico.
[…] Dio non scrive romanzi.
Quella specie di oppio platonico non ci serve. Anzi finisce per farci apparire tutto un gioco, un simulacro, un’infantile evasione. E anche se quel mondo fosse vero, confermato dalla filosofia e dalla scienza, questo mondo è per noi l’unico vero, l’unico che ci provoca dolore, ma pienezza: questa realtà di sangue e di fuoco, di amore e di morte in cui vive quotidianamente la nostra carne e l’unico spirito che veramente possediamo: lo spirito incarnato.

[…] Il Borges che vogliamo riscattare e che è davvero riscattabile è il poeta che qualche volta ha cantato cose umili e fugaci, ma semplicemente umane: un tramonto di Buenos Aires, un cortile dell’infanzia, una strada di periferia. Questo è (oso profetizzare) il Borges che resterà. Il Borges che dopo il suo frivolo periplo per i territori della filosofia e della teologia, in cui non crede, torna in questo mondo meno affascinante ma in cui crede; in cui nasciamo, soffriamo, amiamo e moriamo.

[Ernesto Sabato: “Lo scrittore e i suoi fantasmi”]

sabato 6 ottobre 2018

Dag Solstad – La notte del professor Andersen



 Erano ancora contro il potere, intimamente opposizionali, anche se ormai di fatto erano i pilastri della società.

Con questo libro Dag Solstad prosegue il cammino ideale iniziato con Timidezza e dignità, vale a dire una riflessione sul ruolo dell’intellettuale nella società norvegese contemporanea. Un ruolo che sembra aver perso le solide basi su cui fondava, di qui la sensazione di spaesamento, il sentirsi fuori posto, isolato e privo di prospettive del protagonista ( e anche dell’autore).
In quest’opera Solstad disegna una specie di dramma psicologico. È la vigilia di Natale quando il professor Andersen si trova ad assistere per caso ad un omicidio e la storia, nel senso di azione, è tutta qui, perché il resto del libro è dedicato a ragionare sul motivo per cui non sporge denuncia: una lunga serie di congetture che lo porterà molto lontano con le sue speculazioni ma che al tempo stesso non lo condurrà da nessuna parte.
Sa perfettamente che è suo dovere telefonare alla polizia, eppure non riesce a farlo. Perché il delitto ormai è avvenuto – si dice – e non può più essere impedito e lui non si sente di far arrestare un uomo (“Mi ripugnava essere quello che interviene perché giustizia sia fatta, lo immaginavo già tanto inorridito della propria azione che non volevo aggravare le sue sofferenze”). Eppure sa che il suo comportamento è sbagliato (“Il suo peccato d’omissione era indifendibile. Tutte le civiltà si fondano sul fatto che un simile atto sia indifendibile. È un principio assoluto, valido in ogni circostanza. Non rispettarlo faceva di lui un reietto, insieme all’assassino”) e nel suo immergersi nelle pieghe del ragionamento arriva – lui che non è assolutamente religioso - a tirar fuori Dio come arbitro della situazione.
Dalla riflessione sulla scelta di non denunciare l’omicidio, il professor Andersen passa a riflettere su se stesso e sui motivi per i quali avrebbe voluto legare il suo destino a quello dell’assassino: un goffo tentativo di essere ancora “alternativo”, diverso, non omologato? Probabilmente, ma al tempo stesso un pensiero quanto mai contraddittorio, considerato il ruolo centrale che riveste in quella società che pure critica.
Cosa è successo? Quand’è che le cose hanno cominciato a prendere questa direzione e lui a finire invischiato nei meccanismi di una macchina che voleva distruggere? Questo è a mio avviso il punto nodale intorno al quale si snoda il libro e a questo proposito molto interessanti sono le riflessioni di Solstad su come la modernità ha cancellato la coscienza storica riducendoci a vivere di presente o poco più e su come la letteratura moderna abbia perso la capacità di dialogare con quella del passato (“Negli Spettri come nelle tragedie greche. Il turbamento che può dare la creazione poetica. Era il turbamento che i borghesi di Kristiania avevano provato nella platea di un teatro, durante la prima rappresentazione di Spettri, lo stesso turbamento. […] Ma allora, perché noi quel turbamento l'abbiamo perduto?" […] "È molto peggio di quanto credessi", pensò. "Solo cent'anni ci separano da quel turbamento, che per tutta la storia dell'umanità è stato una condizione essenziale per una vita ricca di significato, e non siamo più capaci di afferrarlo. Così vicini, e tuttavia esclusi. È finita. Siamo esclusi da una delle possibilità più originali, più sostanziali della natura umana, documentata almeno per duemilacinquecento anni? Se questo è vero, vuol dire che sta nascendo una nuova tipologia umana e io, che lo voglia o no, ne sono un rappresentante, e anche i miei studenti, che nemmeno lo sanno", pensò il professor Andersen. "Poveri studenti miei", pensò, "che non lo sanno.").

domenica 30 settembre 2018

Jon Fosse – Melancholia




 “Penso che Lars è come il mare e il cielo, sempre cambia, dalla luce al buio, dal bianco al nero più nero.”

Melancholia è un dittico che ruota attorno alla figura di Lars Hertervig, paesaggista norvegese dell’Ottocento.
La prima parte del primo libro (quella principale) è focalizzata su un solo giorno nella vita del pittore, quello che rappresenta il punto di rottura, l’istante di non ritorno, il momento in cui la pazzia del protagonista si rende manifesta.
Una delusione amorosa è il primum movens della pazzia del protagonista (pazzia che, come scopriremo più avanti, era già in fieri ed aspettava solo di essere messa in moto), personaggio in bilico tra la convinzione di essere un grande pittore (“io so dipingere. Anche Gude sa dipingere. E pure Tidemann sa dipingere. Io so dipingere. Nessuno sa dipingere come me, solo Gude. E poi Tidemann.”) e la paura di sottoporsi al giudizio del suo maestro, che lo spinge a non presentarsi quella mattina all’Accademia delle Belle Arti per il timore che il suo quadro possa non piacere. Un personaggio senza equilibrio quindi, pericolosamente sospeso tra due assoluti (il cielo e la polvere), incapace di gestire i rapporti interpersonali, perché confonde i suoi pensieri con la realtà e non comprendendo ciò che lo circonda cerca rifugio nei ricordi e nelle allucinazioni condannandosi all’inazione.
Fosse dimostra di aver studiato a fondo la schizofrenia, perché nella figura di Hertervig che tratteggia ci sono tutte le caratteristiche della malattia: la vulnerabilità, la confusione spazio-temporale, la paranoia, le allucinazioni uditive e visive (“le vesti bianche e nere”), il rifugio in movimenti stereotipati auto-consolatori (“ E mi premo le mani contro la faccia, e comincio a dondolarmi con il busto, faccio dondolare il busto da un lato all’altro”)…
Originalissima la scelta dell’autore di raccontare Hertervig in prima persona e soprattutto di farlo dal punto di vista della malattia, la schizofrenia, che Fosse cerca di restituirci attraverso un corpo a corpo con la scrittura difficile da seguire, a tratti fastidioso, caratterizzato da frasi brevi e ripetizioni continue, pensieri e parole che il protagonista rimastica ossessivamente con l’intento di convincersi della veridicità dei suoi ragionamenti e finendo invece con il precipitarci dentro affondando sempre di più nella malattia. Sorprendentemente la scrittura con cui lo scrittore norvegese cerca di riprodurre la schizofrenia del protagonista, mostra anche parecchi tratti in comune con la pittura: le reiterazioni, i tentativi di definire, precisare, raccontare da capo quasi ininterrottamente, sembrano altrettante pennellate, strati su strati di colore, colate materiche versate sulla tela nel tentativo di riprodurre quella luce che in un gioco di rimandi sembra ossessionare tanto l’Hertervig del libro quanto l’Hertervig pittore, almeno a giudicare dai suoi quadri (Borgoya, uno dei principali, appare nella copertina del volume). La luce quindi come centro del libro proprio perché centro del dramma del protagonista, luce che vede provenire dagli occhi della sua amata e che lui sente essere la stessa luce verso la quale tendono i suoi dipinti e nella quale riesce ad entrare nei momenti, quasi mistici, di ispirazione.
“Io so dipingere, - dice ad un certo punto – perché infatti io so vedere, sì, io vedo tutto e vedo quello che altri non possono vedere e per questo so dipingere”. Ma più avanti aggiunge: “Vedo troppo. Vedo troppo per poter dipingere.”.

Una postilla, solo per aggiungere che purtroppo questo libro è costellato da un numero di refusi ed errori (soprattutto negli a capo) inusuale e piuttosto fastidioso.

domenica 23 settembre 2018

Joy Williams – L’ospite d’onore



 “Siamo soli in un mondo senza senso”

C’è solitudine nei racconti di Joy Williams, storie abitate da personaggi che sembrano non saper più comprendere l’altro, incapaci di condividere, chiusi nel loro bozzolo come se una frattura impossibile da rimarginare li separasse dal resto del mondo.
Spesso il motore della trama è un trauma, una tragedia che le persone non riescono ad affrontare, come se non avessero gli strumenti adeguati per farlo. Storie di disagio, di alcolismo (Ossa di balena, Foglie), di incomunicabilità, caratterizzate dal bisogno che qualcuno dica qualcosa e insieme dalla consapevolezza che la gente non sa più parlare: “Parlami” – dice la protagonista di Estate, ma quello che sa dirgli suo marito non è sufficiente. “È stenografia, solo squallida stenografia”.
Tutto è difficile a definire, da mettere a fuoco, anche i sentimenti (“Constance ci pensò su. Forse l’amore non era né l’obiettivo né la risposta. Forse la comprensione era più importante dell’amore, e forse la forma più alta di comprensione era la comprensione di se stessi, delle proprie motivazioni, dei propri desideri e delle proprie capacità. Constance si costrinse a rifletterci, ma l’idea non le piaceva in granché. Lasciò perdere”).
Sono i bambini quelli che incarnano al meglio il contrasto tra ciò che sono e ciò che vorrebbero essere e l’autrice è maestra nel descrivere quel momento della vita in cui le pulsioni non hanno ancora preso la forma di sentimenti, quello stato di provvisorietà in cui sogno e realtà si mescolano. Si tratta di una condizione propria dell’infanzia e dell’adolescenza e che con il tempo dovrebbe portare i personaggi ad evolvere, a definire i propri contorni acquisendo la consapevolezza propria della maturità, ma i personaggi di Joy Williams non sembrano in grado di fare questo passo, rimanendo condannati a vivere in una specie di limbo (“Avrebbe voluto dire qualcosa,” – pensa la protagonista de Il piccolo inverno – “ma no, non era nemmeno quello. Non voleva dire niente. Voleva capire qualcosa che non era in grado di dire.”).
Se la quotidianità si rivela un terreno sterile, nel quale gli attori di queste storie faticano a ritrovarsi, allora il surreale costituisce una via d’uscita quasi obbligata, un modo per spostare le cose su un piano diverso, un piano nel quale una pianta può diventare l’unica compagna di vita (ne Il giardiniere una felce “è circondata da tanto spazio in cui tutto può succedere, ma di sentimenti sa poco o nulla, perché è matta. Quindi è una confidente perfetta.”), una macchina sgangherata può finire in salotto (Ruggine) e una lampada può accompagnare una donna in giro per l’America alla ricerca della sua vera vocazione (Congresso).

Joy Williams racconta le sue storie con frasi brevi, secche, affilate come lame, attenta a lasciar emergere i caratteri dei personaggi più dalle descrizione dei loro comportamenti che da quello che dicono o pensano, seguendo i canoni di un minimalismo che ricorda Carver pur mantenendo una propria originalità.

domenica 16 settembre 2018

Anatomia di una sconfitta (ipse dixit).




 “…gli era capitato qualcosa che gli risultava difficile da capire e con cui gli era difficile anche riconciliarsi. Ed era una sensazione gradualmente crescente di essere stato messo socialmente fuori gioco. Lo tormentava molto, e gli sembrava anche stupefacente che dovesse essere così. Ma era come se poco di quanto gli veniva offerto come essere sociale lo interessasse ancora davvero. Né la televisione né i giornali riuscivano più a stimolarlo. Sul perché non ci riuscissero, gli era difficile dare una risposta razionale. Comunque non ci riuscivano. Spesso cercava di dirsi: Non è poi così male. I giornali hanno sia notizie che contenuti culturali; di cosa mi lamento in verità? Ed era poi tanto meglio prima? No che non lo era. La gente si è sempre lamentata dei giornali e soprattutto della televisione; anch'io. Quando però, la mattina dopo, riapriva un giornale, provava la stessa sensazione di essere stato lasciato fuori. Le cose che avrebbero dovuto interessarlo, le notizie del giorno e gli argomenti culturali non riuscivano a coinvolgerlo abbastanza; sfogliava il giornale e basta, spesso con un gesto irritato della mano. Lo stesso con la televisione. Quando si metteva a seguire un dibattito televisivo era uguale. Quello che i partecipanti dicevano non lo interessava più di tanto, […]
Aveva come la sensazione di non riuscire più a stare dietro al suo tempo, e nessuno ha mai avuto quella sensazione senza provarne dolore, forse anche rabbia. Guardava le immagini di gente che doveva essere famosa e che aveva appunto compiuto questa o quella impresa; ma il motivo per cui era famosa non gli diceva niente e non lo impressionava neanche un po'; e il particolare exploit che aveva fatto gli pareva piuttosto insignificante, mentre quello che per lui era importante doveva dunque andarselo a cercare come qualcosa di recondito, nel migliore dei casi. Era il sistema gerarchico dei giornali a indignarlo, e a deprimerlo. Era che gli opinionisti che influenzavano la società giudicavano e rispecchiavano la realtà in un modo che sembrava degradare tutto quanto lui rappresentava, che lo metteva quotidianamente fuori gioco, che lo obbligava ad ammettere che giornali e televisione significavano per lui il confronto quotidiano con una personale sconfitta senza fine.[…]

Se c'era qualcuno che aveva dimostrato la propria fedeltà verso questa società, era lui. Aveva dedicato sette anni della sua vita agli studi per prepararsi a essere un pubblico educatore della gioventù norvegese. Dopo di che, per quasi venticinque anni, aveva avuto come missione quotidiana quella di tramandare alla nuova generazione l'autocoscienza della nazione e il suo fondamento. Tutto questo l'aveva fatto del tutto spontaneamente, a occhi aperti, anzi, l'aveva proprio deciso scegliendo liberamente tra molte altre possibilità a sua disposizione; […] aveva scelto di studiare filologia per diventare un fedele educatore della società, per portare avanti quel fondamento su cui tutta la società era, e doveva essere, basata, […] La sua scelta era stata fatta con cognizione di causa, tenendo conto della soddisfazione interiore che gli avrebbe dato il suo lavoro quotidiano di insegnante di scuola superiore, e che quella soddisfazione avrebbe prodotto una luce interiore che avrebbe reso indifferente il grigiore che poteva apparire dal di fuori, convinzione che rivelava una fiducia nella società norvegese e nel suo fondamento che non poteva definire che commovente, perfino bella, […] Perciò lo feriva profondamente il fatto che i giornali e la televisione non si rivolgessero evidentemente più a lui e a quelli come lui. Era come se i nuovi araldi della società non si curassero proprio più di lui. Al contrario, era come se guardassero ostentatamente al di là di lui, e addirittura quasi come se provassero una gioia particolare nel farlo. Era diventato trasparente per loro, come aria, e questo Elias Rukla lo trovava profondamente offensivo. Che cazzo, pensò, sono un normale essere umano interessato alla società, con una buona formazione e una capacità di giudizio complessivamente buona. Sono anche colto. Perché allora sono diventato così poco interessante per gli opinionisti, che neanche più fanno lo sforzo di salutarmi? […] Si sentiva sconfitto. Tutto quanto lui rappresentava era stato cancellato dal linguaggio quotidiano della società. […]
La cosa peggiore era che gli sembrava di non avere più niente da dire. Se non a se stesso. Un'epoca era tramontata, e lui era lì a parlare con se stesso. Un'epoca era tramontata e, con lei, Elias Rukla in quanto essere sociale, perché era proprio a quell'epoca che lui si era messo a disposizione, quale pubblico educatore. Aveva poca voglia di diventare educatore di un'epoca nuova, e per altro neanche aveva le qualifiche per farlo, per dirla in modo blando. E semplicemente così, sbottò. E questo, cazzo, che si prospetta. Decadenza da ogni parte. Basta che ti guardi intorno, gridò. Non riesci cazzo più neanche a parlare. Quand'è l'ultima volta che hai fatto una conversazione? Dev'essere stato anni fa, pensò assorto. Se vuoi trovare qualcosa che per te abbia un senso devi andare a rovistare in mezzo a un pantano di interessi economici, aggiunse. Si può ammutolire per meno. Ma loro chiamano questo pantano democrazia. Anzi, se io lo chiamo pantano vengono a dirmi che disprezzo il popolo, pensò indignato. E forse hanno ragione, pensò assorto. Forse non credo più alla democrazia. Senti, adesso smettila, Elias. Adesso sei sbronzo, si disse severo, e per sicurezza lo disse ad alta voce, per verificare se biascicava un po', e con grande sollievo lo constatò. Ma la cosa si ripeteva. Svariate volte, la sera tardi, oltre mezzanotte, Elias Rukla si sorprendeva ad avere certi pensieri, e ogni volta si deprimeva. Anche questa! Che nemmeno era più un democratico in cuor suo! E quale sarebbe stata la prossima?! Era perché era stato sconfitto? Che la causa della sua sofferenza sociale stava nella democratizzazione della cultura e anche della vita stessa? Ma lui era contro! Lo indignava! E allora perché avrebbe dovuto essere un sostenitore della democrazia, se poi le espressioni della democrazia lo indignavano? Sei sbronzo, Elias, sentiva nuovamente dire dalla sua voce, vai a letto, è notte fonda. Ma non andava a letto. Continuava a pensare, più a fondo che poteva. Provava a consolarsi col fatto che è abbastanza normale che una minoranza sconfitta, e quasi annientata, abbia difficoltà a rendere onore a chi l'ha sconfitta e alle armi usate per sbaragliarla in modo così totale. Ma a lui quel dovere toccava, dal momento che erano stati la voce del popolo e il suo diritto d'espressione a sconfiggerlo. Mi rifiuto di considerarmi un antidemocratico, pensava testardamente. Non mi rassegno. Perciò devo ammettere, non senza repulsione, tutto considerato, che se vuoi presentarti come sostenitore della democrazia, devi esserlo anche quando sei in minoranza ed essere convinto, intellettualmente e soprattutto nel tuo intimo, che la maggioranza, nel nome della democrazia, possa abbattere tutto ciò che tu rappresenti e che significa qualcosa per te, di più, che ti dà la forza di vivere e resistere, anzi, che dà una specie di significato alla tua vita, qualcosa che trascende il tuo destino piuttosto casuale, si può dire. Quando gli araldi della democrazia urlano e sbraitano trionfanti le loro volgari vittorie, giorno dopo giorno, in modo da far soffrire sul serio, come soffro io, si deve comunque accettarlo, perché non voglio che mi si appiccichino altre etichette, pensava. Poi restava immobile, sprofondato nei pensieri, lo sguardo fìsso davanti a sé per un lungo momento. È orribile però, aggiungeva, alzandosi di scatto per andare a letto. E poi non ho più nessuno con cui parlare, sospirava. […]

Non aveva più niente da dire, e non sembrava nemmeno che ci fossero altri della sua cerchia, o ceto culturale, che avessero più qualcosa da dire. Sembrava che non interessasse più a nessuno dialogare. Discutere davvero insieme, tendere insieme verso una comprensione, di carattere personale o sociale, non fosse che per la momentanea scintilla di quella comprensione. Da parte sua Elias Rukla doveva ammettere di non esserne più capace, semplicemente non sapeva più parlare. Non sapeva nemmeno più come comportarsi per avviare una di quelle conversazioni cui aveva così spesso partecipato, e che pure anelava a ristabilire. […]
Nella sala insegnanti della scuola di Fagerborg, si ritrovavano ogni giorno quaranta, cinquanta individui che erano complessivamente detentori delle conoscenze generali del nostro tempo […] e sebbene nessuno di quelli lì riuniti fosse un luminare nel suo campo, capace di elaborare nuove idee nella sua disciplina, avevano comunque una preparazione abbastanza vasta da essere in grado di valutare le nuove acquisizioni nel loro campo e capirle, […] Ciò che quindi colpiva Elias come estremamente singolare, era quanto poco quella riserva di conoscenze, di più, quell'alto livello culturale influisse sulla personalità del singolo. Anzi, era come se dovessero negare a tutti i costi di trovarsi a quell'alto livello culturale e di poterlo quindi usare con la massima naturalezza come punto di partenza quando si esprimevano. Si presentavano invece come schiavi dei debiti. Era di questo che parlavano, era quello l'argomento principale della loro conversazione. Ogni mattina, quaranta, cinquanta schiavi dei debiti si trovavano con il loro pranzo portato da casa nella sala insegnanti della scuola superiore di Fagerborg. Si chiacchierava del più e del meno. Dell'entità del loro debito per gli studi pro tempore e pro anno, dell'entità del mutuo della casa p.t. e p.a., dell'entità del prestito per l'acquisto dell'automobile e le rate p.t. e p.a.  […] tutti parlavano della propria vita come schiavi dei debiti presenti o passati, era l'argomento preferito della pausa pranzo; […]
Era come se solo partendo da se stessi in quanto schiavi dei debiti riuscissero a vedersi come esseri sociali, cioè come persone che potevano parlare insieme di qualcosa che è comune ed essenziale per tutti coloro che partecipano alla conversazione. Partendo dal proprio livello culturale si nutriva infatti un giustificato timore di fare un effetto, socialmente parlando, «strano», anzi «innaturale»; mentre come schiavo dei debiti si viveva una vita sociale quasi drammatica, su cui si potevano esprimere commenti e intrattenersi e intrattenere gli altri. È vero che, in quanto schiavo dei debiti, si era un perdente, uno che non aveva realmente successo, ma questo metteva l'individuo in relazione con la vita sociale e lo rendeva pienamente moderno. Partendo da sé in quanto schiavi dei debiti ci si poteva anche lanciare sui giornali e sui programmi televisivi e provare la gioia di commentare quello che vi si diceva, e che non era altro che l'espressione delle tendenze diffuse dai leader di opinione; e in quanto schiavi dei debiti non era così difficile condividere i valori e le preferenze, addirittura l'atteggiamento di vita che vi venivano espressi. Elias Rukla non aveva niente da dire, eppure anche lui continuava a parlare di niente. Come gli altri. Spesso e volentieri con una distanza critica e ironica da tutto, ma pur sempre di niente. […]
Il dialogo si era bloccato. La gente dello strato sociale di Elias Rukla non parlava più insieme. O solo per poco e superficialmente. Praticamente si facevano spallucce l'un l'altro. Anzi, forse anche l'uno con l'altro in una sorta di ironica intesa. Perché lo spazio pubblico richiesto da un dialogo è occupato. Vi si svolgono altre attività, come si suol dire. Si diventa «artificiosi» a starne fuori e constatare che lo spazio pubblico è occupato. Con «innaturale» sorpresa si deve constatare che non esiste più. Non esiste più, non esiste più.”

Dag Solstad, uno di noi.

[Dag Solstad – Timidezza e dignità]

sabato 8 settembre 2018

Franco Stelzer – Cosa diremo agli angeli




Vedere è un processo che parte dagli occhi ma arriva al cuore.

Cosa diremo agli angeli è romanzo indubbiamente originale. Il racconto in prima persona di un addetto al controllo dei passaporti d’aeroporto che osserva la gente passare e intanto fantastica su quello che dirà agli angeli quando sarà il momento. Il lavoro manuale (un vano che sta costruendo nella sua casa) è il legame che tiene ancorato il protagonista alla vita reale, il resto è immaginazione, una sorta di voyeurismo delicato, immaginare le vite degli altri come modo per guardare (anche) dentro se stesso.
Cosa diremo agli angeli è un libro breve, frasi corte, sincopate, ma cesellate come strofe di una poesia. Ma al tempo stesso è anche un fiume tranquillo, con Stelzer che dilata il tempo della narrazione per permetterci di godere della bellezza di ogni singolo istante, per aiutarci a recuperare il “nostro” ritmo, quello scandito dai grani della clessidra e non dal cronometro dell’epoca che viviamo. La lentezza è la vera misura, sembra indicarci l‘autore, quella che ci permette di vedere davvero le cose, quella che ci consente di fermarci senza provare sensi di colpa, di lasciare da parte la fretta per apprezzare ogni momento, ogni singolo gesto, di perderci nel mondo e di perderci dentro l’immaginazione.
Stelzer invita il lettore a rivedere le sue priorità, a cercare la bellezza nelle piccole cose, nei particolari secondari, in quello che rimane nell’ombra. Quello che ci propone è un universo nel quale la realtà si allunga verso il sogno e viceversa, un vivere languido ma anche malinconico perché il protagonista è consapevole di quanto la sua esistenza sia sbilanciata verso la contemplazione del mondo, sul pensiero più che sull’azione, anche se si tratta di un pensiero in grado di aprire porte su mille mondi diversi.
Come detto, è una vena lirica quella che attraversa le pagine di questo libro e che accompagna lo sforzo dell’addetto al controllo passaporti di avvicinarsi al cuore delle cose accontentandosi però di rimanere sulla soglia, di guardarle come si guarda un fiore che si teme di rovinare cogliendolo, di vivere rimanendo sempre un passo indietro per paura della delusione, per paura che lasciarsi toccare dalla felicità possa illuderci di possederla per sempre.