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sabato 8 giugno 2024

Saša Sokolov – Trittico

 


Saša Sokolov – Trittico
(trad. Martina Napolitano)
Miraggi Edizioni, 2024

Sperimentale.

Già da tempo erano evidenti i segnali di un cambio di rotta nel percorso letterario di Sokolov e Palissandreide in questo senso risulta paradigmatico, con il tentativo di contenere tutto: prosa alta e bassa, citazionismo, utilizzo di registri diversi, salti temporali… il passo successivo era nell'aria e ora possiamo dire che la bolla, dopo essersi tanto gonfiata, è scoppiata.
Dall'esplosione è saltato fuori Trittico, un esperimento di "proezia", insieme di prosa e poesia che sembra essere la nuova isola verso la quale lo scrittore russo ha puntato le vele. Si tratta di tre testi non strettamente legati tra loro se non sul piano ideale, che vanno letti senza cercare di seguire una trama che non c'è ma concentrandosi sulla forma più che sul contenuto, sulla scrittura che cerca di avvicinarsi alla musica. Testi che semplificando possiamo riassumere a riflessioni sul Bello, sull'Arte come unico strumento in grado di elevare l'uomo portandolo verso una dimensione superiore.
Dispiace che Sokolov abbia deciso di interrompere la sua esperienza nel campo della narrativa dopo solo tre romanzi, soprattutto perché dava l'impressione di avere ancora tanto da dire, e nutro un po' di apprensioni per quello che ci riserverà in futuro perché il rischio che si avventuri in uno sperimentale troppo "spinto", ai limiti dell'illeggibile (almeno per me), sembra reale.

Link
https://www.esamizdat.it/ojs/index.php/eS/article/view/23/15

domenica 15 settembre 2019

Saša Sokolov – Palissandreide



Sokolov è probabilmente il più interessante degli autori russi contemporanei e con Palissandreide (opera del 1985 e che arriva da noi con colpevole ritardo) firma una sorprendente e scoppiettante incursione nel postmoderno.
Inutile avventurarsi in una descrizione della trama, talmente ricca di episodi e personaggi da risultare difficilmente riassumibile. Diciamo che si tratta di un memoriale tra il picaresco e il distopico (è ambientato nel 2757, periodo del Nontempo) che narra le vicende di Palisandr Dal'berg, pronipote di Berija e nipote di Rasputin, da orfano del Cremlino e maestro di chiavi alla Casa dei massaggi governativa a capo dello stato e gran maestro dell'ordine supremo; semplificando rozzamente potremmo dire che si tratta di una presa in giro della gerontocrazia sovietica (il protagonista è una specie di satiro gerontofilo) che finisce vittima di un curioso contrappasso con gli eredi dei perseguitati di un tempo che si ritrovano talora a tiranneggiare i discendenti dei loro aguzzini.
Detto questo, è bene aggiungere che la trama è la cosa meno importante del libro e che con Palissandreide Sokolov continua il percorso iniziato con La scuola degli sciocchi, 'smonta' cioè il romanzo spostandone la centralità dalla trama alla scrittura, sviluppando una ricerca sulle possibilità della parola che a tratti definirei charmsiana. Quella che ci propone è una lingua ricca, scintillante, con una serie infinita di doppi sensi, allusioni, citazioni, metonimie e soprattutto con un intertesto sconfinato che finisce per tracimare dalle pagine e travolgere il testo vero e proprio, una lingua sulla quale tutto si regge e va da sé che si tratta di un equilibrio altamente instabile.
Sì perché Sokolov non si accontenta di giocare solo con lo stile, ma mette in discussione ogni singola parte del romanzo: gioca con i generi, alternando letteratura alta e popolare, citando ad esempio pensatori importanti e subito dopo distorcendone il credo fino a storiella da pettegolezzo, mescola tradizione e innovazione, ortodossia e folclore, prosa e poesia (è Sokolov stesso ad usare per le sue opere il neologismo di 'proesia'), passa senza preavviso dalla prima alla terza persona e dal discorso diretto a quello indiretto, fa saltare il continuum narrativo con ripetute divagazioni che finiscono per portare il lettore lontano dal punto di partenza, gioca con le coordinate spazio-temporali e ed anche con i canoni che definiscono i personaggi al punto che nel corso del romanzo Palisandr si comporta prima da uomo, poi da albero ed infine da ermafrodito, in piena sintonia con il pensiero espresso dall'autore che "è il linguaggio che definisce il carattere dei personaggi", tornando così al punto iniziale, al linguaggio che regge tutta la costruzione del romanzo.
Palissandreide è un'opera complessa di un autore importante, speriamo solo di non dover attendere altri trent'anni prima che qualche editore illuminato decida di pubblicare altro di Sokolov.


domenica 20 maggio 2012

La scuola degli sciocchi - Sokolov



Consiglio: scegliete una bella giornata. Facciamo un sabato, un sabato mattina. Prendete la vostra copia de “la scuola degli sciocchi”, lasciate il cellulare in casa ed uscite. Potete andare al mare, al fiume, in campagna, al lago, al parco... andate dove volete, ma uscite. Trovatevi un posticino tranquillo e poi partite con la lettura.
Vi aspetta un viaggio stralunato, che dallo stagno della stazione vi porterà a spasso per le dacie della campagna russa ed oltre, attraverso uno spazio ed un tempo che si dilatano e restringono a piacimento. Accompagnerete lo scolaro tal del tali, della scuola differenziale, attraverso le varie tappe della sua vita, seguirete la sua via, “che non è né breve né lunga, ma simile al tragitto di un pallido ago da cucito che ricuce una nuvola stracciata dal vento”.
Probabilmente vi ci vorrà un po' per entrare nel ritmo e nello stile di Sokolov, ma insistete. Salire su questa giostra sulle prime potrà farvi girare la testa, ma ne varrà la pena. Fidatevi.
Farete la conoscenza di Micheev (o Medvedev), il postino, ma soprattutto il Suscitatore del Vento. Incontrerete il maestro Norvegov, uomo libero e sognante. Vi ritroverete nel fossato del castello di Milano a dialogare con Leonardo e poche pagine più in là vi imbatterete in Rosa Ventosa, la bambina di gesso, e poi nella direttrice didattica Trachtemberg (o Tinbergen) e nel suo giradischi. Scoprirete chi sono Veta Akatova (o Arkad'evna), l'insegnante della scuola e il naturalista Akatov, suo padre, studioso delle “galle” delle piante.
Ancora un'avvertenza: come avrete capito, per apprezzare la poesia di questo libro sarà necessario lasciarsi portare dalla corrente, senza cercare di trovare una spiegazione per ad ogni cosa.
Solo così sarà possibile accettare che il protagonista si trasformi in ninfea, ma solo in parte. Solo così si potrà accompagnare “Quelli che Sono Venuti” fino a casa dell'ispettore tal dei tali, per sapere se il pigiama che indossa è stato comprato o fatto in casa. Solo così si potrà viaggiare per la Terra del Caprimurgo Solitario, uccello della bella estate.
Proprio quando avrete cominciato a prendere confidenza con la narrazione, vi troverete davanti ad un inaspettato salto di ritmo ed alla bellezza struggente dei racconti del capitolo secondo (le storie scritte sulla veranda). Leggerete di “nuvole flaccide come muscoli di uomini vecchi”, di un “autunno che si estendeva di là dai vetri della finestra” e di “passanti che si affrettavano verso casa sognando di trasformarsi in uccelli”. Scoprirete cos'è il Criterio delle Pantofole, introdotto dal preside della scuola e cos'è la memoria selettiva, “che ci permette di vivere come vogliamo, perché ricordiamo solo ciò che ci serve”. Giocherete a scacchi con l'elefancavallo, ascolterete l'odore dell'inverno ed urlerete dentro le botti per riempire il vuoto. Scoprirete che “nessuno è in grado di imparare a memoria il rumore della pioggia e il profumo della violaciocca”. Vedrete un ponte spalancarsi in tutta la sua struttura “come la spina dorsale di un gatto spaventato”, e sentirete Rosa Ventosa cantare “con voce simile al planare di un uccello ferito, al colore di un bagliore di neve.”
Se vi lascerete portare dalla corrente sarete ripagati con la moneta della bellezza, la bellezza un libro sull'infanzia “che passa come un tram arancione che sferraglia sopra il ponte”.
E pazienza se poi, alla fine del libro, sarà finita anche la magia. Tornare alla quotidianità sarà inevitabile, ma nella Terra del Caprimurgo Solitario voi ci sarete stati, ed ora saprete che passare dall'altra parte dello specchio è possibile.

lunedì 9 aprile 2012

Sul concetto di tempo

...ancora oggi non riesco a essere preciso e a dare giudizi definitivi su qualsiasi cosa sia collegabile, anche in minima parte, al concetto di tempo. E' come se tra noi e lui, il tempo, ci fosse una sorta di malinteso, di confusione, come se non tutto fosse a posto. I nostri calendari sono basati sull'arbitrio: i numeri che vi sono scritti non significano niente, non sono garantiti da niente, come soldi falsi. Perché, per esempio, dopo il primo di gennaio deve venire il due e non subito il ventotto? E possono forse i giorni susseguirsi l'uno l'altro, e basta? Non è un'assurdità poetica la successione dei giorni? Ma non c'è nessuna successione, i giorni vengono quando uno di loro si sente di venire, e qualche volta ne arrivano parecchi, tutti insieme. Oppure un giorno non viene per tanto tempo.

[Sasha Sokolov: "La scuola degli sciocchi"]