Penso che in questo momento
nell’universo forse nessuno mi pensa,
e che io mi penso da solo,
e se adesso morissi,
nessuno mi penserebbe, nemmeno io.
E qui l’abisso comincia,
come quando prendo sonno.
Sono il mio solo sostegno, e mi detraggo.
Ricopro la vita d’assenza, la tappezzo tutta.
Chissà, sarà per questo
che a volte pensare ad un uomo
è come salvarlo.
Ognuno se ne va come può,
alcuni con il petto semiaperto,
altri con una mano sola,
alcuni con la carta d’identità in tasca,
altri con questa nell’anima,
alcuni con la luna attorcigliata nel sangue,
e altri senza sangue, né luna, né ricordi.
Ognuno se ne va, sebbene non possa,
alcuni con l’amore tra i denti,
altri mutando la propria pelle,
alcuni con la vita e la morte,
altri con la morte e la vita,
alcuni con la mano su quelle spalle,
altri sulle spalle di chissà che cosa.
Ognuno se ne va perché deve,
alcuni con chiunque albeggiando tra le ciglia,
altri senza aver mai visto nessuno,
alcuni dalla porta che dà o sembra dare sul cammino,
altri da una porta disegnata sulla parete o forse in aria,
alcuni senza aver mai iniziato a vivere,
altri senza aver mai iniziato a vivere.
Ma tutti se ne vanno con i piedi legati,
alcuni verso il cammino che hanno fatto,
altri verso quello che non hanno fatto,
tutti verso il cammino che non faranno mai.
Un giorno troverò una parola
che penetri il tuo corpo e ti fecondi,
e che si posi sul tuo seno
come una mano aperta e chiusa al tempo stesso.
Troverò una parola
che trattenga il tuo corpo e lo faccia girare,
che contenga il tuo corpo
e apra i tuoi occhi come un dio senza nubi
e che usi la tua saliva
e ti pieghi le gambe.
Tu forse non la sentirai
o forse non la capirai.
Non sarà necessario.
Vagherà dentro di te come una ruota
fino a percorrerti da un estremo all’altro,
donna mia e non mia
e non si fermerà nemmeno alla tua morte.
sabato 31 dicembre 2022
sabato 10 dicembre 2022
Punto di fuga – Mikhail Shishkin
La vita è antinomia.
L'epistolario, Pismovnik nel titolo originale, è un genere letterario ampiamente usato. In questo caso sono lettere d'amore che intercorrono tra Volodja, giovane scrittore arruolatosi come volontario nella rivolta dei Boxer del primo Novecento e Saška, l'innamorata che vive nella provincia russa. Sentimenti, progetti, sogni di felicità. ricordi ed esperienze di vita… nella corrispondenza tra i due ritroviamo tutto quanto ci si attende dalla narrativa di genere ma Shishkin ha la capacità di rivitalizzare una forma narrativa un po' consunta inserendo la trama all'interno di un raffinatissimo progetto nel quale adotta costruzioni della geometria descrittiva: prospettiva e punto di fuga (da qui il titolo dell'edizione italiana, per una volta migliore dell'originale) diventano così strumenti letterari attraverso i quali l'autore riesce ad imprimere profondità e vitalità a una storia che altrimenti correrebbe piatta, uguale a mille altre.
Punto di fuga è un gioiello di abilità formale nel quale però la tecnica sopraffina è sempre al servizio del messaggio che deve veicolare. Aprire lo spazio narrativo a vie di fuga che corrono in direzioni diverse e non coincidenti comporta però il rischio di amplificare le eventuali sbavature della trama e di perdere per strada il lettore, Shishkin invece governa con penna sicura il materiale che dispone sulla pagina: amore/morte, realtà/fantasia, presente/ricordo, superfluo/necessario… il romanzo è costellato da coppie di concetti che contrastano l'uno con l'altro e che indicano i punti lungo i quali corrono le linee della vita ( "Guarda, la prospettiva tiene insieme il mondo, come una corda appesa a un chiodo tiene un quadro. Se non fosse per quel chiodo e quella corda, il mondo cadrebbe a pezzi." E ancora "E all'improvviso ho distinto chiaramente le linee che collegano tutti gli oggetti a quel punto di fuga, come fili. O meglio, come elastici tesi allo stremo").
Vivere è inevitabile, le cose succedono, ma all'interno di questa cornice tutto è relativo, anche il tempo che corre a una velocità diversa per ogni persona ("il tempo siamo noi. Forse che il tempo esiste senza di noi?") e così anche le lettere che i due innamorati scrivono si perdono nel mare dell'asincronia risultando in realtà messaggi in bottiglia, missive scritte più a se stessi che all'altro. Ma anche la scrittura si proietta verso due punti di fuga divergenti e così si deve scrivere perché "solo le parole giustificano in qualche modo l'esistenza delle cose, anno un senso all'attimo, rendono reale l'irrealtà, mi rendono me stesso" ma contemporaneamente "le parole sono ingannatrici. Ti promettono di portarti in viaggio, poi se la svignano a vele spiegate, mentre tu rimani a terra. E soprattutto, il reale non sta in nessuna parola. Il reale ti ammutolisce. Tutto ciò che di importante accade nella vita è al di sopra del reale".
Mikhail Shishkin è il nome che aggiungo a quelli di Lobo Antunes, Cărtărescu, e Krasznahorkai nel mio gotha degli scrittori contemporanei.
giovedì 8 dicembre 2022
domenica 6 novembre 2022
Museo animale – Carlos Fonseca
La vita, un Infinite Jest.
Storie nelle storie. Museo animale è un'opera notevolissima che guarda a Bolaño, Piglia e forse anche a Cortázar. Un romanzo a strati, archivio di materiali eterogenei che Fonseca governa con scrittura precisa, sebaldiana, inserendo ampie digressioni in una trama caratterizzata, tra l'altro, da una buona "profondità" dei personaggi, spesso caratterizzati da un articolato percorso di vita nel quale si mescolano vero e falso in maniera da non lasciare mai al lettore l'impressione di comprenderli nella loro interezza, così che continuano a suggerire nuove possibilità alla trama.
Storie nelle storie. Tra le pagine di questo libro si perde e ci si ritrova come in un labirinto: storie collegate tra loro, che muovono le une dalle altre, aprendo nuove direzioni senza mai garantire al lettore la loro veridicità. Una narrazione centrifuga, che disorienta ed attrae, un viaggio alla ricerca di un mistero che si moltiplica lungo la strada e che in fondo è soli un pretesto per dipanare i temi cari dell'autore.
Qui si parla di camuffamento e fake news, del ruolo dell'arte e della storia, qui si parla di bellezza e distruzione, della ricerca di identità e delle ossessioni. Qui si parla, come in tutti in grandi romanzi, della vita. Qui si costruiscono mondi.
Storie nelle storie. Storie di gente che ha già scelto la sconfitta e non per questo ha smesso di cercare. Storie di gente che decide di intraprendere un percorso tanto folle, provocatorio e ricco di incognite, quanto affascinante. Storie di naufraghi della vita che seguono un sogno e ne fanno un'idea, sapendo che alla fine della strada non troveranno nulla ma che ne sarà valsa comunque la pena perché cos'è la vita? «un progetto che gli uomini si proponevano per perdere tempo, per nascondere il fatto che le fatiche degli uomini sono inutili, magnifiche ma inutili come le belle piume del fagiano».
La vita è un sogno e «il sogno doveva essere così, un lungo scherzo al quale arrendersi, rassegnati al fatto che solo alla fine capiremo qualcosa.»
Forse.
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domenica 16 ottobre 2022
Il peso delle cose – Marianne Fritz
Un militare, Wilhelm, che torna dalla guerra per assolvere alla promessa fatta a un commilitone caduto al fronte: sposare Berta, la ragazza dalla quale il defunto aspetta un figlio. Il matrimonio, un nuovo figlio e poi il dramma, la pazzia di Berta, il suo ricovero in un ospedale psichiatrico e il matrimonio di Wilhelm con Wilhelmine, amica della ex-moglie. A questo si riduce la trama de Il peso delle cose, ben poco ma più che sufficiente per fare di questo libro uno di quelli che si definiscono romanzi perfetti, di quelli che si estendono non tanto longitudinalmente quanto in profondità.
Non una parola in più o una in meno, personaggi perfettamente definiti attraverso descrizioni precise come chiodi piantati nella pagina. Berta Faust è «sempre con la testa altrove, mai nel presente», «È l'interiorità. L'interiorità mi manca. Sono troppo superficiale, troppo rivolta all'esterno». Wilhelm, "il sorridente", lo chauffeur, il "vieni-qui", «credeva in tutto e in niente, dubitava di tutto e di niente, era un sognatore nato e non sognava. In breve, era un degno rappresentante della sua nazione». Wilhelmine è una donna dinamica, il contrario di Berta, «per tutto aveva la risposta necessaria» e per lei «ogni cosa ha il suo ordine e il suo posto stabilito».
Oltre che da una precisa caratterizzazione dei personaggi, affidata anche a frasi che ripetono continuamente («qualcosa deve succedere», dice spesso Wilhelmine, «ecco, ecco» è il "mantra" bartlebiano di Berta), il romanzo è attraversato da collegamenti più o meno espliciti, come la musica (l'insegnate di violino, il Danubio blu e il nome di fantasia, Donaublau, della cittadina che fa da sfondo all'azione) e da oggetti che rivestono un ruolo fondamentale nell'economia del racconto, come la catenella con la madonnina di latta.
E poi c'è il non detto, che rimane sullo sfondo ma pesante come un macigno: la Seconda Guerra mondiale, ma soprattutto la società austriaca del tempo, con il suo carico di indifferenza e perbenismo.
Sì, Il peso delle cose è a suo modo un romanzo perfetto, anche perché non spiega ma si limita a descrivere, ci accompagna sull'orlo dell'abisso e ci mostra l'orrore, la solitudine e il vuoto senza esprimere giudizi. Vediamo con gli occhi di Berta, la donna che cerca di proteggere se stessa e i figli dal peso delle cose, soffriamo con lei il fardello di una situazione troppo grande e ineluttabile che sappiamo finirà per schiacciarla.
«Il 14 gennaio 1963 Berta Schrei eliminò dalla sua vita il marito, la parola e il suo spaesamento», così inizia l'ultima pagina del libro. Una frase che in realtà è solo il primo colpo di pala nel terreno, il punto nel quale Marianne Fritz inizia a scavare per una ricerca che la porterà a scrivere migliaia di pagine intraducibili, un progetto sperimentale, uno studio "matte e disperatissimo" con il quale si condannerà alla stessa sconfitta di Berta.
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