domenica 11 gennaio 2009

Nulla due volte

Nulla due volte accade
nè accadrà. Per tal ragione
nasciamo senza esperienza,
moriamo senza assuefazione.

Anche agli alunni più ottusi
della scuola del pianeta
di ripeter non è dato
le stagioni del passato.

Non c'è giorno che ritorni,
non due notti uguali uguali,
nè due baci somiglianti,
nè due sguardi tali e quali.

Ieri, quando il tuo nome
qualcuno ha pronunciato,
mi è parso che una rosa
sbocciasse sul selciato.
Oggi, che stiamo insieme,
ho rivolto gi occhi altrove.
Una rosa? Ma cos'è?

Forse pietra, o forse fiore?

Perchè tu, ora malvagia,
dài paura e incertezza?
Ci sei - perciò devi passare.
Passerai - e in ciò sta la bellezza.

Cercheremo un'armonia,
sorridenti, fra le braccia,
anche se siamo diversi
come due gocce d'acqua.

[W. Szymborska: "Vista con granello di sabbia"]

domenica 4 gennaio 2009

Dal marzo '79



Stanco di chi non offre che parole, parole senza lingua
sono andato sull'isola coperta di neve.
Non ha parole il deserto.
Le pagine bianche dilagano ovunque!
Scopro orme di capriolo sulla neve.
Lingua senza parole.

[T. Transtromer: "Poesia dal silenzio"]

venerdì 2 gennaio 2009



Un album da disegno
perduto o lasciato
Volta le pagine la mano del vento
come quel giorno le pagine del Libro
come quel giorno la talare ai porporati


Un tentativo di barca, per il bambino che disegna
voglia di volare, per l'Uomo Che Sogna

E' macchia che imbratta la tela
è piroscafo, e gozzo, e vela
è punto interrogativo che galleggia nel vuoto
è sogno
è ricordo
è vita che scorre e pensiero che resta
è voglia di esserci e bisogno di annullarsi
è metafora e luogo comune
è archetipo
è anelito di libertà
è qualcosa che sfugge
è altro ancora


[Lars W. Vencelowe: "Mater Mare"]

venerdì 26 dicembre 2008

Don Chisciotte


[...] Fine della storia? Non proprio, perché alcune osservazioni vogliamo ancora farle.
Innanzitutto sul fatto che Don Chisciotte sia realmente rinsavito: probabilmente questa è una nostra interpretazione per cercare di difendere l’eroe cavaliere al quale ci siamo affezionati, ma anche Cervantes ci mette qualcosa di suo per confondere le acque, spiegando che Don Chisciotte cade malato, vittima di una febbre che dura alcuni giorni, poi si addormenta e quando si sveglia pronuncia il discorso che abbiamo appena sentito. Bene, le parole di ravvedimento sono pronunciate da un malato grave, con il pesante condizionamento di una febbre persistente, che sappiamo bene come possa alterare le facoltà di giudizio. La domanda è: siamo così sicuri che Don Chisciotte ora sia lucido e prima fosse pazzo? E se fosse il contrario?
Seconda osservazione: non appena ha riacquistato il senno il nostro eroe non vuole più essere chiamato Don Chisciotte ma Alonso Quijano. Ne deduciamo che allora è questo Alonso Quijano il convertito, il saggio, colui che non crede alla cavalleria ed anche colui che muore. Seguendo questo ragionamento ne consegue che Don Chisciotte della Mancia, il cavaliere dalla trista figura, il cavaliere dei leoni, non è né ravveduto né morto.

A sostegno di ciò diremo come nel settantaduesimo capitolo Cervantes faccia dire ad un certo Don Alvaro Terfe di aver fatto la conoscenza di quel don Chisciotte di cui si parla in un libro che gira per la Spagna, e di averlo persuaso ad andare alle giostre di Saragozza; noi sappiamo che Don Chisciotte non andrà mai a queste giostre, perché rinsavirà, ma se accettiamo il fatto che a rinsavire è Alonso Quijano, in un colpo solo permetteremo a Don Chisciotte di andare a Saragozza, di vivere in eterno e di affrancarsi definitivamente dal libro di Cervantes.


[LWV: "Considerazioni sul Don Chisciotte"]

giovedì 11 dicembre 2008

Elena


Nessun senso, dunque, le cose e gli eventi; - così come le parole, benchè
con esse denominiamo alla meno peggio ciò che ci manca o ciò
che non abbiamo mai visto - le cose immateriali, come le chiamiamo, le cose eterne;-
parole innocenti, fuorvianti, consolatrici, equivoche sempre
nella loro affettata precisione; - che triste storia,
dare un nome a un'ombra, proferirlo durante la notte a letto
col lenzuolo sollevato fino al collo, e ascoltandolo illudersi, gli stolti,
che possediamo la sostanza, ch'essa ci possiede, che ci aggrappiamo al mondo.


[G. Ritsos: "Quarta dimensione"]