sabato 27 luglio 2019

Andrej Belyj – Il colombo d'argento



 Era questo per lui il cammino della Russia, dove era iniziata la grande trasfigurazione del mondo o la morte di esso.

Il colombo d'argento è un libro profetico che si pone perfettamente a metà tra lo spirito del secolo d'oro e quello d'argento della letteratura russa riflettendo le tensioni tra l'anima ottocentesca da un lato, ancorata alla campagna, alle izbe, ai muzik ed ai riti immutabili di una religione antica e lo spirito dei tempi nuovi dall'altro, caratterizzato dallo scoppio deflagrante dei contrasti sociali e dal fiorire di eresie che intrecciano aspetti filosofici a forme di culto diverse dalle precedenti. Semplificando, si potrebbe dire che procedendo lungo un ipotetico percorso cronologico questo libro segue i Demoni di Dostoevskij, è vicino al Sanin di  Arcybašev e precede l'Anno nudo di Pil'njak, raccontando di un mondo nel quale le vecchie certezze stanno crollando e le nuove sono ancora avvolte nel dubbio.
Lo stile dell'opera può apparire un po' datato, appesantito da descrizioni fin troppo minuziose e ricche di aggettivi, con metafore e simboli che ricorrono sovente e uno sperimentalismo che può sembrare un po' di maniera, troppo visibile, a scapito della scorrevolezza di una trama che però si sviluppa in maniera superba, rappresentando alla perfezione il caos delle forze centrifughe che spingono l'animo umano verso direzioni nuove e contrastanti alla disperata ricerca di qualcosa a cui attaccarsi, di qualcosa in cui credere. In questo senso la Russia, con le sue vicende travagliate e dolorose, ha rappresentato una specie di laboratorio per studiare l'uomo ed i suoi grandi scrittori non si sono lasciati scappare l'occasione per esercitarsi in questa ricerca.
Tensioni e spinte centrifughe, si  diceva. Bene, tutto questo lo ritroviamo alla massima potenza nella figura di con Dar'jal'skji, il protagonista del romanzo, un personaggio nel quale le contraddizioni la fanno da padrone: ateo dichiarato, con i piedi ben piantati sulla terra, eppure "alla ricerca dell'enigma della propria alba", sinceramente innamorato della bella e giovane Katja eppure inspiegabilmente affascinato da Matrëna, una contadina dal viso sfregiato dalle pustole del vaiolo che lo attira all'interno della setta del Colombo, "la cui dottrina era tanto nebulosa e astrusa che era impossibile coglierla nel suo insieme, e quel poco che si poteva comprendere sembrava irrazionale e spaventoso".
La confusione che regna nell'animo di Dar'jal'skji non è un unicum, ma semplicemente lo specchio fdele delle contraddizioni che regnavano all'epoca nella società, al punto che anche la libertà alla quale anela la gente diventa  "libretà", come a dire che anche gli stessi ideali erano tutt'altro che chiari (per non dire poi di come venissero perseguiti attraverso percorsi tutt'altro che univoci).
Si viaggia su un sentiero stretto e su un terreno che rischia di franare ad ogni passo. Tutto è incerto, discutibile, la stessa Katja, una ragazzina o poco più, ha una personalità difficile da decifrare: "era dotata di un intuito sottile per tutto quello che riguardava la natura e che amava e comprendeva l'arte; ma se aveste cercato di articolare un vostro pensiero, o fare sfoggio di cultura o d'intelligenza, tutto sarebbe scivolato oltre senza sfiorarla, avrebbe fatto spallucce e avrebbe riso di voi. Era intelligente Katja? – si chiede l'autore – Davvero, non saprei…"
Quella del primo decennio del Novecento è una Russia che oscilla pericolosamente sull'orlo dell'abisso, con il presente che è un filo sottile sospeso tra passato e futuro, tra ortodossia ed eresia, tra cautela e slancio eroico, tra Occidente ed Oriente… troppe tensioni, troppe spinte in direzioni opposte per pensare di poter evitare un conflitto sanguinoso tra le diverse anime.
"La Russia cela un mistero inespresso – dice ad un certo punto lo zia di Katja a  Dar'jal'skji, fotografando alla perfezione la situazione del momento – La Russia è un paese infelice, voi parlate di cose inespresse; dunque nel vostro animo c'è qualcosa  he non potete esprimere: voi, giovanotto, non siete solo strambo e anche balbuziente, voi siete un infelice, giovanotto, incapace di parlare, come sono tutti i giovani di oggi; si esprimono in una lingua gravida di silenzi perché non riescono a spiegarsi in modo articolato. Parlare di cose inespresse è un sintomo pericoloso; questo dimostra che l'umanità è regredita a una condizione bestiale; purtroppo oggi tutti sono simili alle bestie, non solo i russi!".


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