sabato 8 marzo 2014

Se potessi vivere di nuovo la mia vita



Se potessi vivere di nuovo la mia vita. 
Nella prossima cercherei di commettere più errori. 
Non cercherei di essere così perfetto, mi rilasserei di più. 
Sarei più sciocco di quanto non lo sia già stato, 
di fatto prenderei ben poche cose sul serio. 
Sarei meno igienico. 

Correrei più rischi, 
farei più viaggi, 
contemplerei più tramonti, 
salirei più montagne, 
nuoterei in più fiumi. 

Andrei in più luoghi dove mai sono stato, 
mangerei più gelati e meno fave, 
avrei più problemi reali, e meno problemi immaginari. 

Io fui uno di quelli che vissero ogni minuto 
della loro vita sensati e con profitto; 
certo che mi sono preso qualche momento di allegria. 

Ma se potessi tornare indietro, cercherei 
di avere soltanto momenti buoni. 
Chè, se non lo sapete, di questo è fatta la vita, 
di momenti: non perdere l'adesso. 

Io ero uno di quelli che mai 
andavano da nessuna parte senza un termometro, 
una borsa dell'acqua calda, 
un ombrello e un paracadute; 
se potessi tornare a vivere, vivrei più leggero. 

Se potessi tornare a vivere 
comincerei ad andare scalzo all'inizio 
della primavera 
e resterei scalzo fino alla fine dell'autunno. 

Farei più giri in calesse, 
guarderei più albe, 
e giocherei con più bambini, 
se mi trovassi di nuovo la vita davanti. 

Ma vedete, ho 85 anni 
e so che sto morendo.

[Jorge Luis Borges]

domenica 2 marzo 2014

Cercando di dare un senso alle cose


[...] la nostra epoca scoppia di dinamismo. Non vuole saperne di pensieri, chiede soltanto azioni. Questa terribile energia proviene unicamente dal fatto che non si ha nulla da fare. Internamente, voglio dire. Ma infine anche esternamente ciascuno ripete per tutta la vita la stessa identica azione: entra in un’attività professionale e seguita per quella via. 
È così facile avere attività e così difficile cercare un senso alla propria attività! 

[...] si vive divisi, e con parti intrecciate ad altre persone; ciò che si sogna è connesso col sognare e con quello che sognano gli altri; le nostre azioni sono interdipendenti ma ancor più dipendenti dalle azioni degli altri; e ciò di cui siamo convinti è in correlazione con altre convinzioni che noi solo in minima parte condividiamo: voler agire nella propria piena realtà è dunque una pretesa sommamente irreale.

[Robert Musil: "L'uomo senza qualità"]

sabato 1 marzo 2014

Cormac McCarthy - Sunset Limited


Un libro “concentrato”, più che un libro breve. Un dialogo, una pièce teatrale, una partita a scacchi dove il Bianco e il Nero sono la ragione e la fede. 
Una partita che, nonostante i tentativi del Nero, non può essere giocata perché non esiste un terreno comune dove confrontare le tesi che i due contendenti esprimono; tesi che, riprendendo la metafora del Sunset Limited (il treno della metropolitana newyorkese) corrono su binari paralleli, destinati a non incontrarsi mai, eppure necessari entrambi per la corsa del treno. 
Il Nero cercherà fino alla fine di aiutare il Bianco a trovare i motivi per desistere dal proposito suicida. Invano però, perché il Bianco ha già analizzato nei dettagli la situazione ed il suicidio è la soluzione alle sue domande; un un sorprendente finale ci dimostrerà che è il Nero quello che cerca una ragione per cui valga la pena vivere, quello che ha “bisogno” di aiutare l l'altro per trovare un motivo per andare avanti. 
Il dramma del testo nasce, come detto, dall'impossibilità di far dialogare Bianco e Nero, due metà incompatibili eppure entrambi presenti nell'animo umano. Siamo fatti (anche) di contraddizione, mi verrebbe da dire. Né tutti neri, né tutti bianchi, siamo sfumature di grigio. 
 Che lo si accetti o no.

domenica 23 febbraio 2014

Fëdor Michajlovič Dostoevskij - Povera gente

Succede che un giorno, mentre te ne stai andando verso i cinquanta, ti sorprendi a pensare che hai letto poco di Dostoevskij. 
Succede che pensi che non sta bene. Che a te non sta bene. 
E allora decidi che è arrivato il momento di mettersi a leggerlo. 
Dall'inizio. 
Tutto. 

Opera prima di Dostoevskij, pubblicata nel 1846 all'età di ventiquattro anni e certamente opera minore, nonostante l'immediato successo riscosso. 
Si tratta di un romanzo epistolare ambientato a Pietroburgo e parzialmente ispirato al Cappotto gogoliano. Una trama lineare: il fitto carteggio ed i pochi incontri tra Makar Djevuskin e Varvara Dobrosjelova, lui maturo copista e lei giovane orfana, che si raccontano le reciproche disavventure, i casi della vita, le loro storie di povera gente, cercando di sostenersi a vicenda, lasciando intravedere un sentimento destinato a rimanere sulla carta perché Djevuskin non vorrà mai ammetterlo, parlando sempre di amore paterno. Alla fine Varvara deciderà di accettare la proposta di matrimonio di un ricco e vecchio possidente per togliersi dalla posizione di indigenza ed anche per aiutare economicamente l'amico Makar che però precipiterà nello sconforto non riuscendo ad accettare la decisione della ragazza. 
Pur nella semplicità dell'argomento trattato, con descrizioni di maniera e qualche scivolamento nel patetismo, mi sembra di poter dire che in Povera gente è già in nuce quell'attenzione all'introspezione, quello scavo nei sentimenti dei protagonisti che caratterizzeranno tutta la produzione letteraria di Dostoevskij. L'affetto che Makar e Varvara dicono di provare l'uno per l'altro alla prova dei fatti dimostra di non essere immune da una buona dose di egoismo. Il copista, ad esempio, sacrifica buona parte dei suoi magrissimi guadagni ed accetta di vivere nella miseria più nera pur di aiutare la ragazza, ma il suo aiuto non sembra poi tanto disinteressato (“voi intanto pensate di lasciarci; ma tenete bene a mente che a me può capitare un guaio serio. Voi rischiate di rovinarvi, e di rovinare me”). Più che sostenere la giovinetta Makar sembra volerle rimanere attaccato come un naufrago ad una zattera dalla quale dipende la sua salvezza (“ma se poi vi aiuto, povero me, mi scappate via come un uccellino dal nido che quei brutti gufi, quegli uccellacci da rapina si preparano a farne un boccone”). Dal canto suo Varvara dimostrerà di non essere da meno: quando capita l'occasione propizia la coglie al volo, accettando di sposare un uomo che non ama, dimostrando di riuscire a mettersi alle spalle il passato senza troppi sensi di colpa nei confronti dell'amico. 
Anche il genere letterario scelto da Dostoevskij per il suo primo romanzo è funzionale al tipo di ricerca che l'autore si propone di sviluppare. Grazie all'epistola, infatti, può esprimersi per monologhi più che per dialoghi, monologhi che – come osserva M. Bachtin – sono costruiti tenendo sempre in considerazione l'interlocutore assente (“nella sua prima opera Dostoevskij elabora lo stile così caratteristico di tutta la sua opera, di tutta la sua creazione, determinato dalla intensa anticipazione della parola altrui”). In Povera gente l'altro, anche se non nominato, è sempre presente: Djevuskin si sente giudicato, pensa sentendosi osservato e poi agisce in base a questo sentire. Quella dell'altro è una presenza qui solo abbozzata e non ancora pienamente sviluppata ma è una costante fondamentale che verrà ripresa ed esplorata più compiutamente nelle opere successive del grande russo.

sabato 22 febbraio 2014

Quel che impararono gli allievi di Amalfitano


E cos'è che impararono gli allievi di Amalfitano? Impararono a recitare a voce alta. Mandarono a memoria le due o tre poesie che più amavano per ricordarle e recitarle nei momenti opportuni: funerali, nozze, solitudini. Capirono che un libro era un labirinto e un deserto. Che la cosa più importante del mondo era leggere e viaggiare, forse la stessa cosa, senza fermarsi mai. Che una volta letti gli scrittori uscivano dall'anima delle pietre, che era dove vivevano da morti, e si stabilivano nell'anima dei lettori come in una prigione morbida, ma che poi questa prigione si allargava o scoppiava. Che ogni sistema di scrittura è un tradimento. Che la vera poesia vive tra l’abisso e la sventura e che vicino a casa sua passa la strada maestra dei gesti gratuiti, dell’eleganza degli occhi e della sorte di Marcabruno. Che il principale insegnamento della letteratura era il coraggio, un coraggio strano, come un pozzo di pietra in mezzo a un paesaggio lacustre, un coraggio simile a un vortice e a uno specchio. Che leggere non era più comodo che scrivere. Che leggendo s’imparava a dubitare e a ricordare. Che la memoria era l’amore.

[R. Bolaño: "I dispiaceri del vero poliziotto"]