martedì 21 ottobre 2014
sabato 18 ottobre 2014
Ovunque potrebbe essere in un posto qualsiasi
Forse sono venuto dall'altipiano, o forse dalla pianura, non ricordo. Forse sono venuto dalla città, ma quale città e in quale paese mi sfugge del tutto. Forse sono venuto dalle propaggini di una città da cui altri sono venuti, o forse di una da cui sono venuto solo io. Chi lo saprà mai? Chi stabilirà se è piovuto o se c'è stato il sole? Chi ricorderà? Si dice che qualcosa stia accadendo sul confine, ma nessuno sa su quale confine. Parlano di un hotel che si trova lì, dove non importa se ti sei dimenticato la valigia, ce ne sarà un'altra che ti aspetta, grande abbastanza, tutta per te.
[Mark Strand: "Quasi invisibile"]
domenica 12 ottobre 2014
Della distanza tra parola e significato
Sono così poche le cose di cui l’uomo ha bisogno, amare, gioire, mangiare, e poi un giorno muore. Eppure si parlano più di seimila lingue nel mondo, che bisogno c’è che siano così tante, per esprimere desideri così semplici? E perché ci riusciamo solo di rado, perché la luce che abita nelle parole impallidisce già mentre le scriviamo? Una carezza può dire più di qualsiasi parola del mondo, è vero, ma la carezza svanisce con gli anni e allora abbiamo di nuovo bisogno delle parole, sono le nostre armi contro il tempo, contro la morte, contro l’oblio, contro l’infelicità. Quando l’uomo ha pronunciato la sua prima parola è diventato quel filo che oscilla in eterno tra la cattiveria e la bontà, tra il paradiso e l’inferno. Sono state le parole a recidere le radici tra l’uomo e la natura, sono state il serpente e la mela e ci hanno elevato dalla sublime e ignorante condizione animale fino a un mondo che ancora non comprendiamo. La storia afferma che qui, una volta, quasi al principio dei tempi, la differenza tra parola e significato era a stento misurabile, ma le parole si sono consumate nel corso del cammino umano e la distanza che le separa dal loro significato si è talmente dilatata che nessuna vita, nessuna morte sembra più poterla colmare. Eppure le parole sono l’unica cosa che abbiamo.
[Jón Kalman Stefánsson: "Il cuore dell'uomo"]
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sabato 11 ottobre 2014
Michel Houellebecq - Estensione del dominio della lotta
Poche settimane della vita di un trentenne analista-programmatore. Incontri e colloqui con colleghi, clienti, amici. Un protagonista apatico, indifferente al mondo che attraversa la vita senza farci caso, senza uno scopo (non si può non ricordare il Solitario di Ionesco). Dialoghi sempre sull'orlo dell'abisso, la sensazione che ad ogni passo la terra rischi di franarci sotto i piedi.
Houellebecq divide e io fatico a metterlo a fuoco.
Mi ispira, da subito, un'antipatia spontanea, ma non capisco se la scelta di dire cose sgradevoli, che vanno contro l'opinione corrente sia di forma o di sostanza, se cioè sia veramente convinto di quello che scrive o non voglia piuttosto provocare, andare contro l'opinione corrente e accreditarsi come principe del contro-pensiero, interpretare il ruolo del "diverso", del lupo solitario fuori dal coro.
Differenza non da poco, quella che corre tra uno vero e uno furbo, tra uno che lo è e uno che lo fa, tra spontaneità ed artificiosità. Magari ci stanno tutti e due gli aspetti.
Per ora: giudizio sospeso.
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domenica 5 ottobre 2014
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