mercoledì 27 luglio 2016

Maschere



I
come ricordava Bruno, «persona» vuol dire maschera e ognuno ha molte maschere: quella di padre, quella di professore, quella di amante. Ma qual era la vera? E ce n’era realmente una vera? In alcuni momenti pensava che l’Alejandra che ora vedeva lí, che rideva alle battute di Quique, non era, non poteva essere la stessa che conosceva lui e, soprattutto, non poteva essere la piú intima, meravigliosa e terribile Alejandra che lui amava. Ma spesso (e col passare delle settimane se ne convinse sempre di piú) tendeva a pensare, come Bruno, che tutte le maschere erano vere e che anche quel viso-boutique era autentico e in qualche modo esprimeva una delle anime di Alejandra: quella che gli era estranea, forse non era la sola.

II
Sempre, diceva, portiamo la maschera, una maschera che non è mai la stessa, e cambia per ognuna delle parti che ci ha assegnato la vita: quella del professore, dell’amante, dell’intellettuale, del marito ingannato, dell’eroe, del fratello affettuoso. Ma quale maschera rimane quando si è soli, quando crediamo che nessuno, nessuno, ci osservi, ci controlli, ci ascolti, ci comandi, ci supplichi, ci diffidi, ci attacchi? Forse il carattere sacro di quel momento è dovuto al fatto che l’uomo si trova di fronte alla Divinità, o per lo - meno davanti alla propria implacabile coscienza.


[Ernesto Sabato: "Sopra eroi e tombe"]

sabato 23 luglio 2016

Rivka Galchen – Innovazioni americane



Storytellers generazione 2.0

Nella mia mappa degli scrittori di racconti statunitensi, Rivka Galchen (con Chris Adrian ed Aimee Bender, tra gli altri), si inserisce nella scia degli epigoni di George Saunders, frequentatori cioè di un realismo magico scritto tra (molte) virgolette, perché declinato da ognuno degli interpreti in maniera personale, con cambiamenti di stile e di ispirazione da racconto a racconto.
Questo vale anche per  Innovazioni americane, una raccolta piuttosto eterogenea nella quale si alternano storie dall’impianto “classico” ad altre decisamente surreali. Succede così di imbattersi in oggetti che decidono di abbandonare la casa che li ospita (C’era una volta un impero, racconto che mi ha fatto pensare addirittura a Felisberto Hernandez), frigoriferi che si riempiono da soli (Mercato immobiliare), donne alle quali spunta una mammella sul dorso (Innovazioni americane) o personaggi che viaggiano nel tempo (La zona della dissimilitudine), accanto a questi troviamo poi racconti decisamente diversi, come il bellissimo Blu frutti di bosco, con la descrizione del sentimento amoroso visto con gli occhi e descritto attraverso le parole di una bambina: il suo inaspettato accendersi, la fiamma che brucia alta e potente e poi si spegne in un attimo.
Galchen, come A. Bender, sembra voler ampliare lo spettro della narrazione, mettendo reale e fantastico sullo stesso piano, lascandoli poi interagire come se non ci fosse contraddizione. Emblematico, a questo, proposito è il primo racconto della serie, L’ordine perduto, nel quale la narrazione sembra procedere in maniera piuttosto lineare, con la protagonista che riesce a sfuggire la realtà fino a che il marito non la mette davanti all’evidenza. È a questo punto che si produce una specie di collisione tra la verità che la donna racconta, quella che immagina e quella che propone il marito, sorprendentemente l’autrice sceglie di non far deflagrare il conflitto ma di risolverlo sfumandolo nell’assurdo (Chissà, forse in questo rapporto la sognatrice sono proprio io. Forse sono il l’uomo), quasi un sollevarsi in un volo chagalliano sulle cose.

mercoledì 20 luglio 2016

Sulla “tenace pulsione a sopravvivere degli uomini”


La nostra ragione, la nostra intelligenza, ci dimostrano continuamente che il mondo è atroce, motivo per cui la ragione e conduce al pessimismo, al cinismo e infine all’annientamento. Ma, per fortuna, l’uomo non è quasi mai un essere ragionevole, e quindi la speranza rinasce di continuo in mezzo alle sventure. Lo stesso rinascere di questa vita cosí assurda, cosí sottilmente e visceralmente assurda, dimostra che l’uomo non è un essere razionale. E cosí, non appena i terremoti devastano una grande regione del Giappone o del Cile, appena una gigantesca inondazione uccide centinaia di migliaia di cinesi nella regione dello Yang Tse; appena una guerra crudele, e per l’immensa maggioranza delle sue vittime senza senso, come la guerra dei Trent’anni, ha mutilato, torturato, assassinato e violato, incendiato e raso al suolo donne, bambini, paesi, immediatamente i superstiti, quelli che pure hanno assistito, spaventati e impotenti, a tali catastrofi naturali o umane, gli stessi esseri che in quei momenti di disperazione hanno pensato che mai piú avrebbero voluto vivere, che mai avrebbero voluto ricostruire le loro vite anche potendo, quegli stessi uomini e donne (soprattutto donne, perché la donna è la vita stessa e la terra madre, quella che non perde mai l’ultimo filo di speranza), quei precari esseri umani cominciano di nuovo, come formiche sciocche ma eroiche, a ricostruire il loro piccolo mondo di tutti i giorni: mondo piccolo, è vero, ma proprio per questo piú commovente. E quindi non erano le idee che salvavano il mondo, non era l’intelletto né la ragione, ma il contrario: erano le idee insensate, le cose prive di senso logico, la tenace pulsione a sopravvivere degli uomini, la loro ansia di respirare finché sarà possibile, il loro piccolo, testardo e grottesco eroismo di tutti i giorni di fronte alla sventura. E se l’angoscia è l’esperienza del Nulla, qualcosa come la prova ontologica del Nulla, non sarà forse la speranza la prova di un Senso Occulto dell’Esistenza, qualcosa per cui vale la pena di lottare? Ed essendo la speranza piú forte dell’angoscia non sarà che questo Senso Occulto è piú vero, per dire cosí, del famoso Nulla?

[Ernesto Sabato: "Sopra eroi e tombe"]

sabato 16 luglio 2016

Juan Carlos Onetti - Gli addii




L'Uomo che Guarda

L'uomo che Guarda è il protagonista di questo romanzo breve, l'ex campione di pallacanestro ammalato di tubercolosi che guarda passare la vita con indifferenza, rinunciando a combattere la malattia.
L'Uoomo che Guarda è la voce narrante, il proprietario dello spaccio che assiste all'autodistruzione del protagonista, cercando di immaginare il senso di quella scelta.
L'Uomo che Guarda è Onetti, che con questo romanzo sembra dirci che la vita è un mistero, un libro scritto in una lingua impossibile da decifrare, una malattia con sintomi e segni troppo vaghi per permetterci di arrivare a una diagnosi.
La vita: un lungo tunnel buio lungo il quale procediamo per approssimazioni, per ipotesi, per lo più false o vere solo in parte o solo per poco tempo. Inutile provare a capire, perché siamo destinati irrimediabilmente a fallire. Cosa ci resta, allora? La possibilità di raccontarla, la vita: esattamente quello che Onetti fa in questo piccolo libro di struggente bellezza.
Una sapienza stilistica che unisce alla capacità evocativa già notata in altre sue opere (“Eravamo a metà della primavera, sconcertati da un solo furtivo e privo di violenza, da nottate fresche, da piogge inutili”), uno studio attento dei personaggi, il carattere dei quali sembra venir fuori dalla descrizione del loro aspetto, dai gesti che compiono quotidianamente (emblematico a questo proposito è l'inizio del libro, con l'attenzione che cade sulle mani del protagonista “lente, intimidite e goffe, con movimenti senza fiducia”, che gestiscono le cose con fare disinteressato, che nascondono i soldi “con pudore”; particolari minimi dai quali però la voce narrante capisce che l'uomo “non si sarebbe curato, che non aveva nessuna idea da cui trarre la volontà di curarsi”). A tutto questo Onetti aggiunge un montaggio quasi cinematografico della trama, alternando campi lunghi e primi piani.
“Non si sarebbe curato”, dice la voce narrante all'inizio della storia, e a ciò aggiunge un'altra considerazione: “non è che ritenga impossibile curarsi, ma non crede nel valore, nell'importanza del curarsi”. Questo per dire che l'autore mette le mani avanti da subito, lasciandoci intuire come andranno a finire le cose; non gli interessa lavorare sulla suspance, su quello che potrebbe succedere, ma sviluppa il romanzo secondo due direttive, due punti di vista: quello della voce narrante (e degli altri comprimari che si succedono sulla scena), che prova a capire, a immaginare, a indovinare perché l'ex cestista si comporta in quel modo e quello del protagonista,  il vero personaggio onettiano, che procede lungo le pagine come un forzato con una grossa palla al piede. Si muove lentamente, lentamente scivola lungo il piano  inclinato dell'inevitabilità. Lui solo sa che non è la tubercolosi ad aver decretato la sua condanna, ma qualcosa accaduto molto prima, per questo non gli interessa curarsi, per questo è indifferente alla vita, perché è un uomo sconfitto, che ha smesso di lottare e ha deciso di arrendersi al suo destino.
Il protagonista ha una consapevolezza che quasi tutti gli altri non hanno. Lui è solo e sa di esserlo, mentre gli altri credono ancora, chi più chi meno, alla possibilità di poter condividere qualcosa, qualsiasi cosa, fossero anche solo le congetture sulla vita dell'ex-cestista.
Non c'è lieto fine in questo romanzo, le cose vanno come devono e non come noi vorremmo, eppure a me sembra di cogliere una piccola luce al fondo del tunnel: la voce che narra la storia è quella di un personaggio per certi versi simile al protagonista perché come lui è consapevole della sua situazione, della mediocrità della sua esistenza. Quello che lo differenzia da tutti gli altri è una capacità di intuire, di leggere nei comportamenti, che ne fa un unicum e che per certi aspetti gli permette di sublimare la realtà, di avvicinarsi con l'immaginazione ad un altrove diverso dal presente di miseria in cui vive. Probabilmente mi sbaglio e questa è solo una mia suggestione, ma a me piace vederla come una specie di lucina in fondo al tunnel, una fiammella flebile che che diventerà fuoco scoppiettante ne “La vita breve”.

domenica 10 luglio 2016

Anche la vita è autentica quanto i sogni?


E noi, persone senza importanza, simili alle formiche sopra i tronchi d'albero, cieche a tutto ciò che è a più di due centimetri dai nostri corpi sodi e bruni. La nostra vita con due centimetri di spessore. Allora mi è accaduto qualcosa: guardavo come la mamma fluttuava in cucina, immersa fino al petto, insieme col mulino e con l'inverno e con i colombi, nelle acque dense del manoscritto, e a un tratto mi sono chiesto se in qualche modo anche il mondo è una forma di realtà, magari consistente quanto la funzione, se in qualche modo anche la vita è autentica quanto i sogni...

[Mircea Cărtărescu. "Abbacinante. L'ala destra]