sabato 23 dicembre 2017

Nicanor Parra – Le montagne russe


Nicanor Parra è attualmente considerato il più importante poeta contemporaneo del Sudamerica, probabilmente del mondo e nella sua lunga carriera letteraria ha pubblicato oltre una ventina di libri. Montagne russe è l’unico attualmente reperibile in Italia (esaurite, da tempo immemore, le Antipoesie pubblicate da Einaudi): si tratta  di una raccolta striminzita, meno di quaranta poesie, cinque o sei in media per ognuno dei suoi libri più noti.
Non credo servano altre parole per dire di quanto l’editoria nostrana tenga in considerazione questo genere letterario.
Peccato, perché Parra è un gigante che meriterebbe ben altra considerazione. Un rivoluzionario, uno che senza tanti clamori ha preso la poesia e l’ha semplicemente ribaltata. Sì, perché Parra tira una bella riga sul lirismo, sulla poesia di maniera, sul calligrafismo che si specchia in se stesso, un po’ come avevano fatto gli Impressionisti con l’arte dell’Accademia. Prende a sassate il poeta-vate, quello che si era autoproclamato divinità, lo afferra per il bavero della giacca e senza tanti riguardi lo tira giù dalla nuvoletta sulla quale si era esiliato, per riportarlo nella realtà.
Se è vero che nel cammino dell’arte si procede non solo per continuità ma anche per brusche accelerazioni e cambi di strada, allora possiamo ben dire che Nicanor Parra è uno di quelli che in questo campo ha dato un bello strattone alla corda.

E noi di cotanto genio dobbiamo farci bastare una manciata di poesie…

sabato 9 dicembre 2017

Jan Brokken - Bagliori a San Pietroburgo

Libriccino che ha il pregio di offrire spunti e aneddoti agli amanti di San Pietroburgo. Un quaderno di appunti di viaggio, brevi impressioni su scrittori, pittori, musicisti e artisti che hanno animato gli ambienti culturali della Palmira del Nord nel secolo scorso. Non certo un’opera esaustiva, tutt’altro, anzi spesso si rimane con la voglia di saperne di più, come quando qualcuno cambia canale alla televisione sul più bello, ma un’opera che forse riesce nel suo intento, quello di suggerire percorsi e suscitare curiosità nel lettore. Tutto sommato un libro da leggere, almeno per quelli come me, legati a doppio filo con Piter.

sabato 4 novembre 2017

Ernesto Sabato - L’angelo dell’abisso


Dio non scrive romanzi

Terzo e ultimo dei tre romanzi scritti da Sabato, l’Angelo dell’abisso è anche quello che ha impegnato per più tempo lo scrittore argentino, considerato che a una prima edizione del 1974 ne è seguita una seconda e definitiva solo nel 1990.
In effetti si tratta di un testo non semplicissimo da maneggiare perché se già con Sopra eroi e tombe (il capolavoro di Sabato e uno dei vertici assoluti della letteratura latinoamericana) l’autore si era cimentato con una forma letteraria che mescolava narrativa, poesia, diaristica, saggistica e altro ancora, qui aggiunge un ulteriore elemento a quelli citati: lo scrittore che entra in prima persona nella trama ed interagisce con i suoi personaggi. Lo scopo è cercare di dare risposta agli interrogativi suscitati dal suo precedente romanzo (per questo considero la lettura di Sopra eroi e tombe propedeutica a quella de l’Angelo dell’abisso, oltreché imprescindibile) e a un altro sacco di domande.
Perché scrivere?  Questa, ad esempio, è una delle prime che Sabato si pone, rispondendo che la scrittura è per lui un modo di tramandare pensieri e insieme un viatico verso l’assoluto.
Scrivere di cosa? Si domanda subito dopo, risolvendo che non è fondamentale la ricerca di temi universali, ma che anche una storia minima, intima, può stimolare riflessioni ed avere valore consolatorio.
Cos’è L’Angelo dell’abisso lo spiega l’autore stesso all’inizio, in una dichiarazione d’intenti che è anche la miglior recensione possibile per questo libro (un romanzo su quella ricerca dell'assoluto, una follia tipica degli adolescenti ma anche di quegli uomini che non vogliono o non possono smettere di esserlo, e che in mezzo al fango e allo sterco lanciano grida disperate o muoiono gettando bombe in qualche angolo dell'universo. Una storia di ragazzi come Marcelo o Nacho, e di un artista che nei reconditi recessi del suo spirito sente agitarsi quelle creature (in parte intraviste fuori di sé, e in parte nelle profondità del suo cuore) che richiedono eternità e assoluto. Affinché il martirio di alcuni non si perda nel tumulto e nel caos ma possa toccare il cuore di altri uomini, per smuoverli e salvarli. Magari di qualcuno come lo stesso Sabato davanti a quel tipo di adolescenti implacabili, dominato, oltre che dalla propria brama di assoluto, dai demoni che continuano a perseguitarlo dai loro antri, personaggi che a volte sono comparsi nei suoi libri ma che si sentono traditi dalla goffaggine o dalla vigliaccheria del loro intermediario; e vergognandosi lui stesso, Sabato, di essere sopravvissuto a quegli esseri capaci di morire o di uccidere per odio o per amore, o per il loro impegno nello sviscerare il significato dell'esistenza. E vergognandosi non solo di essergli sopravvissuto, ma di farlo in modo meschino, con tiepide compensazioni. Con la nausea e la tristezza del successo).
Di nostro possiamo aggiungere che questo è un libro nel quale l’autore alterna prima e terza persona, autobiografismo e narrazione (la prosecuzione della storia di Sopra eroi e tombe), realismo e mistero. Un libro nel quale i personaggi si muovono su un terreno minato, fatto di contraddizioni continue: speranze, sogni interrotti, premonizioni, ossessioni, cospirazioni vere o presunte… un avanzare a tentoni nelle nebbie della vita (dentro di lui tutto era confuso, si faceva  disfaceva, non riusciva mai a capire cosa volesse o dove si stesse dirigendo), dove l’unica certezza e che non si raggiungeranno mai certezze durature.
Sono contraddizioni che sembrano nascere dalla lacerazione che Sabato vive tra il suo mondo concettuale e quello sotterraneo, tra la scienza che aveva abbandonato e la letteratura che aveva abbracciato senza riuscire a spiegarsi fino in fondo i motivi di questa scelta. Un conflitto irrisolto dunque, un continuo tentativo di giustificare e, quasi, giustificarsi: davanti ai giovani, che si sentono traditi e gli rinfacciano di non aver mantenuto fede agli ideali della prima ora per lasciarsi traviare dal mondo borghese, davanti a se stesso, diviso tra una parte che si sente lontana dagli altri, e quella che invece vive in mezzo alla gente ma che è solo un simulacro del vero Ernesto Sabato.
Contrasti, dunque. Come quello tra vita e arte, tra verità assoluta e verità personali. Come quello tra corpo e anima che apre ad una visionaria teoria dei sogni, un contrasto figlio della natura duale dell’uomo stesso, perché oltre la parte razionale esiste anche un inconscio, che troppo spesso si cerca di soffocare.

In conclusione, L’Angelo dell’abisso è un grande libro sulla crisi dell’uomo, un’opera a volte oscura, a tratti contorta, un testo in bilico tra saggio e narrativa che merita di esser letto.

mercoledì 4 ottobre 2017

Clarice Lispector - Le passioni e i legami


Viaggio intorno alla coscienza del sé.
 
Perché leggo? Per il piacere di vivere altre vite oltre la mia, certo. Ma soprattutto perché ogni volta che apro un libro spero di imbattermi in opere come questa e in scrittrici come Clarice Lispector.
Un autore che ha focalizzato l’attenzione sempre lo steso tema, sul quale non si è mai stancata di riflettere per tutto il corso della sua opera letteraria, fino a farne una vera e propria ossessione. Parlo dell’esplorazione del sé, del viaggio negli abissi della coscienza, ossessione che la accomuna ad altri scrittori di razza. Dostoevskij, per dirne uno, vi si dedica scavando nella psicologia dei personaggi, mettendone a nudo le contraddizioni, illuminandone le zone d’ombra, Thomas Bernhard, per dirne un altro, lo fa utilizzando il bisturi della ragione. Lispector invece decide di percorrere un’altra strada, costruendosi da sola l’equipaggiamento con i quali affrontare la sua ossessione.
È il linguaggio la corda alla quale la scrittrice brasiliana si aggrappa nella sua discesa nelle profondità dell’anima, un attrezzo della pericolosità del quale è perfettamente consapevole, uno strumento imprescindibile ma che necessita di essere modellato e rimodulato in continuazione perché spesso inadeguato e quasi sempre contraddittorio. Uno strumento con il quale Lispector imbastisce un furioso corpo a corpo che inizia nel 1943 con Vicino al cuore selvaggio e termina solo trent’anni dopo con Acqua viva. 
Se una “personalizzazione” del linguaggio è il mezzo che la scrittrice utilizza nel suo percorso letterario, la scoperta dell’uomo è, come detto, il fine della sua ricerca. Una scoperta che passa attraverso il tentativo di svincolarsi dalla ragione per arrivare a una conoscenza affidata all’istinto (La mela nel buio), alla sensibilità (La passione secondo G.H.) o alla consapevolezza (Un apprendistato o il libro dei piaceri). È un percorso tortuoso, che ognuno dei personaggi dei libri citati deve costruirsi in maniera personale, adattandolo alla propria situazione. Un percorso alla fine del quale non c’è mai una comprensione assoluta, ma la conoscenza dell’istante, perché quello a cui aspira la scrittrice è arrivare ad afferrare l’armonia del momento.
Per Martim, il protagonista di La mela nel buio, il viaggio alle radici del sé è una specie di fuga catartica a seguito di un delitto, una fuga dagli altri e da ciò che lui era in precedenza (il suo vecchio sé), un percorso interiore accidentato e farraginoso durante il quale l’uomo prova a spogliarsi dalle sovrastrutture della ragione per affidarsi ad una conoscenza istintuale. Il suo scopo è quello di arrivare ad una salvezza verso la quale si sente diretto ma che non riesce a mettere a fuoco compiutamente finendo per essere schiacciato dalla realtà che manderà in frantumi il suo tentativo di costruirsi una coscienza.
Il viaggio della protagonista de La passione secondo G.H. è un lungo monologo in forma di dialogo con un “lui” mutevole, rappresentato dalla mano che accompagna G.H. nella sua discesa negli inferi dell’anima. È un viaggio più “strutturato” rispetto a quello di Martim, ma con tappe comuni: anche qui il primo passo è rappresentato dallo spogliarsi delle convenzioni per andare a vedere cosa si nasconde dietro la patina con la quale avvolgiamo cose, persone e sentimenti, anche qui si abbandona l’ordine della ragione per privilegiare gli strumenti dell’istinto e arrivare al nocciolo, al neutro, all’inespressivo, all’indicibile. La differenza tra Martim e G.H. è che in questo caso il viaggio assume i contorni di un percorso iniziatico verso Dio, un viaggio vertiginoso e quasi mistico che però si arresta sulla soglia della conoscenza piena, completa, perché “il nodo vitale di una cosa non lo si tocca mai”. Qui perà non c’è però fallimento, come nel caso di Martim, perché G.H. ha visto e quindi sa, ha acquisito una consapevolezza con la quale può far ritorno nel mondo, più forte di quando era partita.
Il viaggio di Lori, protagonista de Un apprendistato o il libro dei piaceri, è il viaggio di una ragazza che cerca di capire chi è e cosa vuole, al di là delle maschere che ha indossato fino a quel momento. Un viaggio fra simboli e metafore (l’amante Ulisse, il mare, l’acqua…) che guarda all’anima ma anche al corpo, che cerca di liberarsi dal dolore consolatorio per imparare l’allegria, un viaggio nelle profondità dell’animo ma finalizzato ad aprirsi all’altro, a dare e ricevere, un viaggio verso la libertà, verso la realizzazione di Lori come persona.

Entrare nel mondo di Clarice Lispector non è un processo semplice, il passaggio è stretto, la via angusta, eppure si tratta di un’impresa stimolante, che premia il lettore. Lispector è una di quelle scrittrici con le quali accade la magia di trovarsi, nel bel mezzo della lettura, dall’altra parte dello specchio. Non dentro la trama, ma dentro l’autrice. Si sente (o si crede di sentire) come lei sentiva. Non è scoperta, ma riconoscimento e vedere sulla pagina magicamente descritte a parole sensazioni che dentro di noi vivevano ma solo a un livello indefinito ci fa sentire meno soli.