sabato 10 marzo 2018

Paolo Zanotti – Bambini bonsai




"È solo dopo, quando bambini non si è più, che si capisce come vanno davvero le cose."

Bambini bonsai è uno strano racconto nel quale si intrecciano le voci di una prima persona  e quella di Pepe, il protagonista della storia. Siamo all'interno di una favola sull’infanzia ambientata in un futuro prossimo quasi distopico, nel quale gli animali si sono estinti, il clima è cambiato, il mare è una superficie oleosa e sui resti del cimitero genovese di Staglieno sorge  una specie di baraccopoli. All’inizio il bambino è una specie di pupazzo carnoso costretto a stare dentro un secchio d’acqua per il rischio di disidratarsi; il padre, un androide con parti sostituite da protesi meccaniche, è un uomo fallito perso nella bottiglia di carrubo e nei sogni musicali e sottomesso alla moglie, una donna dominante e lontana, una bellissima spagnola sempre pronta a civettare con chiunque. La figura di adulto con la quale Pepe ha un rapporto privilegiato è zia Incarnazione, che gli regala modellini di animali e soprattutto la scatola con il ritratto della bimba dagli occhi di albicocca, regalo che apre a Pepe le porte del sogno e della fantasia.
Sarà una grande pioggia a segnare il punto di svolta nella vita del ragazzino, pioggia come rito di passaggio che porta i bambini  staccarsi dagli adulti per entrare nella vita vera come protagonisti. Rito di passaggio anomalo però, perché gli adulti la temono e si rintanano al chiuso incapaci di fronteggiarla, rivelandosi i veri immaturi della situazione.
Inutile riassumere ulteriormente la trama, meglio lasciare al lettore il piacere di scoprire la teoria di personaggi che animano le pagine del libro: la piccola Primavera, Petronilla (una specie di Alice nel Paese delle Meraviglie) con la sua variopinta compagnia di amici e Sofia, soprattutto. Da gustare sono anche gli episodi poetici e surreali dei quali Zanotti dissemina il percorso: i sogni premonitori di Pepe, i suoi strani incontri, il lamento del mare morente, l’utilizzo fantasioso degli animali nelle metafore, i denti di memoria...
Bambini bonsai è stata una lettura sorprendente. La descrizione fedele del mondo poetico e insieme crudele dei bambini, una parabola moderna sull’Eden perduto dell’infanzia e sulla rinuncia dolorosa ai sogni che comporta il passaggio all’età adulta ("mi ero illuso che crescere significasse solo accumulare cose nuove. Ma ecco che dovevo aprire gli occhi. Prendere atto che a ogni nuova tappa occorre rinunciare ai privilegi di quella precedente").

Se ripenso oggi a quel periodo me lo ricordo tutto affollato di fantasmi, simulacri, nebbie di immagini. Del resto cosa c’è di concreto nell’infanzia? Persino gli adulti non sono altro che un sogno che si fa da bambini: è solo dopo, quando bambini non si è più, che si capisce come vanno davvero le cose, e che non c’è poi tutta questa differenza.

sabato 3 marzo 2018

Cormac McCarthy - Meridiano di sangue


“Tutte le cose del mondo sbocciano, maturano e muoiono, ma in quelle dell'uomo non c'è tramonto e il mezzodì del suo fiorire è già l'inizio della notte. Il suo spirito si esaurisce nel momento stesso in cui raggiunge l'acme. Per lui il meridiano è insieme il crepuscolo e la sera del giorno.”

Meridiano di sangue è l’epica della frontiera raccontata con voce potente. Parole nette, che risuonano chiare e forti come quelle di un’omelia pronunciata dal pulpito di una cattedrale gotica. Si levano verso l’alto, dure e affilate come la lama di un coltello e poi riecheggiano contro le fredde pareti della Chiesa senza perdere un briciolo della loro capacità evocativa. Solo verso la conclusione il ritmo della narrazione muta e McCarthy si diverte a confondere le acque, sfumando i contorni per lasciarci un finale semi-aperto.
È la violenza il centro e la periferia di questo libro, Un Moloch mai sazio, che esige sempre nuovi sacrifici, un mostro che non conosce regole e travolge tutto quello che incontra sul suo percorso. È una violenza incontrollabile, che se all’inizio si presenta sotto le mentite spoglie di un mezzo utile a portare l’ordine, nel corso della narrazione getta la maschera per rivelarsi nella sua vera realtà: una Bestia assettata di sangue, non un mezzo ma il fine che trova la sua espressione attraverso la guerra (Ciò che gli uomini pensano della guerra non ha importanza, disse il giudice. La guerra perdura nel tempo. Tanto varrebbe chiedere agli uomini cosa pensano della pietra. La guerra c'è sempre stata. Prima che nascesse l'uomo, la guerra lo aspettava. Il mestiere per eccellenza attendeva il suo professionista per eccellenza. Così era e così sarà. Così e non diversamente).
Il ragazzo, il capitano Glanton e il giudice Holden sono i tre protagonisti del libro, personaggi che sembrerebbero incarnare tre aspetti diversi della violenza: quella intesa come unica possibilità, quella come mestiere e quella come “vocazione”. Violenza di pancia, di testa e di cuore, forse. O forse solo sfumature, modi diversi di percorrere un’unica strada che non conosce ritorno ma solo un crescendo esponenziale destinato a spegnersi con la stessa violenza di cui si è nutrito.
La legge morale è un'invenzione dell'umanità per deprivare il forte a vantaggio del debole. La legge storica la sovverte di continuo, dice il giudice e in nome della legge del più forte giustifica i suoi atti. La violenza come destino dell’uomo, quindi. Una violenza tanto più tragica perché inutile, dato che il nuovo ordine che essa impone sarà destinato a sua volta ad essere spazzato via. Un po’ come, nella poesia della Szymborska.

LA FINE E L’INIZIO

Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
In fondo un po’ d’ordine
da solo non si fa.

C’è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.

C’è chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.

C’è chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c’è chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.

Non è fotogenico,
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono già partite
per un’altra guerra.

Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.

C’è chi, con la scopa in mano,
ricorda ancora com’era.
C’è chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.

Ma presto lì si aggireranno altri
che troveranno il tutto
un po’ noioso.

C’è chi talvolta
dissotterrerà da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.

Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.

Sull’erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c’è chi deve starsene disteso
con una spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.

sabato 24 febbraio 2018

Boris Andreevič Pil'njak – L’anno nudo



I russi…

Si dice, a ragione, che quello che la letteratura russa ha prodotto tra Otto e Novecento sia pari a quello che altre culture hanno saputo fare nel corso di tutta la loro storia.
Pil’njak è un simbolista del primo Novecento. uno scrittore della generazione dell’epoca d’argento, uno dei “Compagni di strada” (poputčki), come li definì Trockij e l’anno nudo è un libro indubbiamente importante e originale, che per certi aspetti ricorda Pietroburgo di Belyj.
L’anno nudo di cui si parla è il 1919 e l’opera non è solo la descrizione del terzo anno della guerra civile russa, ma la rappresentazione di un’incredibile serie di conflitti. Sullo sfondo della lotta tra Rossi e Bianchi, si agitano infatti le tensioni tra Occidente e Oriente, tra nobili e contadini, tra vecchio e nuovo. Un miscuglio di interessi divergenti e di visioni antitetiche che solo uno scrittore come Pil’njak, in parte russo asiatico, in parte tedesco, in  parte ebreo (e che quindi i contrasti li viveva sulla propria pelle) poteva raccontare.
L’anno nudo è un libro particolare, nel quale la scrittura soverchia la trama, e si tratta di una scrittura ricca, ricchissima (laggiù, a mille verste, a Mosca, l’enorme macina della rivoluzione aveva macinato l’Ilinka e la Cina si metteva in moto strisciando dall'Ilinka, era strisciata... « Sin dove? » « Sino a Taiezhevo! » «Menti! Mee-enti! Meee-eeenti! » Di notte, a Mosca, nella Kitai-Gorod, il tubino faceva il giocoliere, in frac e una borsa sottobraccio, ma di notte prendeva il suo posto la Cina, l’impero celeste, quello che giace al di là della Grande Muraglia, senza tubino, con bottoni al posto degli occhi. E dunque: possibile che adesso la Cina si sostituisca con il tubino, il frac e la borsa sotto il braccio?... Non si presenta forse terzo al turno chi può energicamente funzionare ? Tormenta. Marzo. Ah, quale tormenta quando il vento divora la neve! Scioo-iaia, scio-oiaia, sciooooiaiaaa!... Gviiu, gvaaau, gaaauL. gviiiuu, gviiiiiuuuuL. Gu-vu-zz! Gu-vu-zz! !... Gla-vbum! Gla-vbumm... Scioo-iaa, gvi-iuu-gaau... Gla-vbum! Guguz!... Ah, quale tormenta, che tempo di tormenta!... Quanto è bello!).
Si passa dalle atmosfere decadenti della descrizione del disfacimento di una famiglia aristocratica, alla forza imperiosa, alla violenza con cui viene descritto il mondo nuovo che sta per imporsi. È tutto un alternarsi sincopato di toni, un sovrapporsi di immagini. Colori, soprattutto, che spaziano dai chiaroscuri più cupi ai rossi più sfolgoranti. Atmosfere di calma bellezza (Il cielo torrido riversava un torrido chiarore rossastro, il cielo era venato d’azzurro e d’infinito. Fioriva il giorno, fioriva luglio. Per l’intera giornata sembrava che le vie, le chiese, le case, le strade si fondessero nell’aria e vibrassero appena percettibilmente nell’arroventata aria d’oro. La città dormiva il suo sonno da sveglia, la città d’Ordynin fatta di pietra. I giorni entravano in fioritura, fiorivano, sfiorivano, in fila continua, rifiorivano la domenica. Fioriva il luglio e le notti di luglio si vestivano di velluto. Il luglio aveva sostituito le stelle di platino di giugno con l’argento, la luna nasceva piena, rotonda, umida, avvolgendo il mondo e la città di Ordynin in umidi teli di velluto e di raso. Di notte salivano strisciando grigie nebbie canute. Le giornate assomigliavano a una moglie di soldato di trent'anni che vestisse il sarafàn, una di quelle che vivevano nelle foreste dietro Ordynin verso il lembo settentrionale del cielo: è dolce le notti baciare nel fienile una di queste donne di soldati. Le giornate opprimevano con la calura.), sembrano indirizzare la narrazione in un solco, ma subito dopo ecco subentrare situazioni quasi gotiche, che capovolgono la direzione del racconto (La città moriva senza esser nata. E fu orribile in primavera, quando, come incenso a un funerale, nelle strade si consumavano fuochi fumosi che bruciavano le carogne, che avvolgevano la città in un’afa letale; nelle strade depredate, saccheggiate, insudiciate, con le finestre infrante, con le case sprangate, con i tetti rotti. E gli uomini, che prima andavano al ristorante con le cocottes, che amavano le donne senza bambini, che avevano mani senza calli e verso i quarantanni la tabe, che sognavano Monaco, che avevano gli ideali di Paul de Kock, ed erano stati educati alla tedesca, volevano ancora, ancora rapinare, depredare la città, ormai cadavere, per trasportare quanto avevano rubato in campagna, barattarlo con grano conquistato con i calli, per non morire oggi, per rimandare la morte di un mese, per poter di nuovo scrivere le loro carte, amare (ormai con pieno diritto) senza bambini e attendere bramosamente il putrido passato, non osando capire che per essi era rimasta una cosa sola: emanar fetore di morte, morire, e che il desiato passato non era che la morte, la via alla morte...).
L’anno nudo è un fiume che scorre impetuoso, trascinando a valle tutto quello che incontra sul suo percorso. È un libro sulla Russia, scritto troppo da vicino, troppo dentro al dramma che racconta, per poterlo narrare con distacco. Ma è proprio dal suo essere così dentro che trae la sua forza, la forza di essere un libro, come detto, per immagini, per istanti, privo di una trama coerente, proprio perché è difficile trovare una coerenza negli argomenti di cui tratta.

sabato 17 febbraio 2018

Julio Llamazares - La pioggia gialla


Astenersi depressi, distimici e borderline.

La pioggia gialla è un lungo monologo. La storia di un uomo che decide di legare il suo destino a quello del paese in cui ha sempre vissuto e che ora si va spopolando, firmando così la sua condanna a morte. Andrés de Casas Sosas rinuncia a rimettersi in gioco in un altro luogo, per cercare di mantenere viva la sua terra e i ricordi di chi l’ha abitata. È la scelta contro corrente di un uomo che ad un certo punto della vita smette di guardare avanti e inizia a guardarsi dietro e dentro. La solitudine diventa l’unica compagna ed è una compagna pericolosa perché con il tempo altera i suoi ricordi trasformandoli in fantasmi e se alla solitudine con il tempo ci si può anche abituare, non altrettanto si può fare con l’inquietudine che essa suscita. La memoria diventa un peso difficile da portare ma anche la sola certezza alla quale aggrapparsi, ed è una memoria che costringe Andrés de Casas Sosas a confrontarsi con un passato che non riesce ad accettare. 
Il tempo trascorso in solitudine fa perdere al protagonista del libro i punti di riferimento, come una barca alla mercé delle onde l’uomo si trova a vivere in una specie di limbo sospeso tra realtà, memoria e sogno. È un nessundove nel quale vita e morte si confondono e così fanno ricordi, allucinazioni, fantasie ad occhi aperti e sogni notturni. Gli incontri del protagonista, veri o immaginati, sono sempre incontri muti, senza dialoghi, come se non riuscisse ad aprirsi agli altri e fosse condannato a vivere dentro di sé. 
La pioggia gialla è un libro fuori dagli schemi: di silenzi e di sguardi più che di parole, di cose pensate più che di cose dette. Ma le parole sono importanti e Llamazares le usa con attenzione, scegliendole tra quelle più adatte ad evocare emozioni e riflessioni e collocandole sulla pagina in modo da comporre un ritmo scandito, attento a non correre mai troppo o troppo poco.
La pioggia gialla è un libro tristissimo.

sabato 10 febbraio 2018

Max Blecher - Accadimenti nell'irrealtà immediata


“Quando guardo per molto tempo un punto fisso sulla parete mi accade a volte di non sapere più né chi sono né dove mi trovo. Avverto allora da lontano l’assenza della mia identità, quasi fossi divenuto, per un istante, una persona del tutto estranea. Questo personaggio astratto e la mia persona reale si contendono con pari forza il mio convincimento.”
Un incipit che sembra quello di un libro della Lispector, per un’opera tanto ridotta nelle dimensioni quanto densa nei contenuti.  Lo stato di “assenza da se stesso”, di sospensione della coscienza, che si genera nell’animo dell’autore quando realtà e pensiero si scontrano è il tema di questo libro: chi sono davvero, si chiede Max Blecher, quello che vive con le cose, quello che le trascende con la fantasia, o entrambi?
L’autore ci racconta dei momenti di trance che aveva da bambino, durante i quali cadeva dentro se stesso, momenti così simili a crisi epilettiche. Ne descrive i prodromi, una specie di aura olfattiva, poi lo stato di semi-incoscienza, un deliquio nel quale si lasciava volentieri scivolare e infine il ritorno, la ripresa di contatto con la realtà, con gli oggetti che gli apparivano trasformati, come fossero illuminati da una luce più vivida. Una discesa nelle profondità dell’animo che non può essere resa compiutamente a parole ma solo descritta per immagini che raccontano il progressivo espandersi della natura del protagonista, che si allarga fino a compenetrare  quella delle cose che stanno intorno a lui.
Le crisi terminano con l’adolescenza dell’autore che crescendo è costretto a rinunciare a parte del suo mondo, come se il progressivo chiarirsi delle cose abbia comportato una riduzione delle loro potenzialità (ciò che avrebbe dovuto essere un’amplificazione e una sempre maggiore fascinazione è stato per me una sfilza di rinunce e di ribassi crudeli verso la banalità; l’evoluzione dall’infanzia fino all’adolescenza ha significato un continuo rimpicciolimento del mondo e, nella misura in cui le cose si organizzavano intorno a me, il loro aspetto ineffabile spariva, come una superficie lucente che si appanna), come se la realtà uccidesse l’immaginazione. 
L’adolescenza e la giovinezza del protagonista diventano così il nostalgico e folle tentativo di difendere quel che resta di un mondo di sogni che la luce del sole manda inevitabilmente in frantumi. Il mondo nuovo che appare ai suoi occhi è un mondo nel quale lui non si riconosce (in un mondo così esatto, qualunque iniziativa diventava superflua, se non addirittura impossibile) e al quale non riesce a prendere le misure (nel mondo, le distanze non erano semplicemente quelle che percepivamo con gli occhi, infime e permeabili, bensì altre invisibili, popolate di mostri e di timidezze, di progetti fantastici e di gesti impensabili che, se si fossero per un istante coagulati nella materia di cui auspicavamo di essere composti, avrebbero trasformato l’aspetto del mondo in un cataclisma tremendo, in un caos straordinario, pieno di spietate sciagure e di estatiche beatitudini). 
È una vita incompleta quella che Blecher si trova a vivere, perché è stata privata di una parte fondamentale, cioè della possibilità di sognare. Potremmo dire che il dramma del protagonista di Accadimenti nell’irrealtà immediata è quello di ritrovarsi ad essere un corpo senza testa, e se pensiamo che l’autore trascorse gli ultimi dieci anni della sua breve esistenza costretto a letto da una grave malattia (come fosse una testa priva del corpo), sentiamo ancora più forte la voglia di arrampicarsi sulle nuvole che esce dalle pagine di questo libro.