Un saggio (Il mio Puskin) e un paio di raccolte di poesia (Insonnia e Versi per Blok). Notevole soprattutto lo scritto
su Puskin che finisce per dire molto anche sull'autrice. Cvetaeva parla della
sua scoperta del padre della letteratura russa all'età di quattro anni,
partendo dalla fascinazione esercitata su di lei dal dipinto di Naumov
raffigurante il duello con D'Anthes e dalla statua in bronzo del grande poeta.
Da questa prima fase (nera come il monumento) passa poi all'incontro con le sue
opere, un incontro caratterizzato da una comprensione più emotiva che reale di
quei versi. C'è la fase azzurro-lilla, come il colore del volume trovato
nell'armadio della sorella: dapprima Gli
zingari e la convinzione che l'amore sia perdita non incontro e poi l'Onegin, a rafforzare il concetto
("Io né allora, né dopo, mai amai, quando si baciavo, sempre – quando si
separavano. […] Questa prima mia scena d'amore ha segnato tutte le mie
successive, tutta la passione in me dell'amore infelice, non corrisposto,
impossibile. Da quel preciso momento io non volli essere felice e con ciò mi
votai – al non amore"). Ma, come scrive Cvetaeva, "in molto altro
Evgenij Onegin ha segnato il mio destino. […] Lezione di coraggio. Lezione di
orgoglio. Lezione di fedeltà. Lezione di destino. Lezione di solitudine."
C'è poi il Puskin sottile-azzurro
dei libri di scuola e quello dell'antologia del fratello dell'autrice con il
Puskin storico e le "poesie spaventose" (l'annegato, il vampiro, i demoni) con la consapevolezza che paura,
compassione, collera e nostalgia saranno compagni di strada che
l'accompagneranno per tutta la vita.
Anche le poesie successive (Al mare su tutte) rafforzano nella
Cvetaeva bambina la convinzione che l'amore viva nella lontananza e nella
solitudine ("io tutte le cose della mia vita le ho incominciate ad amare e
le ho amate nell'addio, e non nell'incontro, nella separazione, e non
nell'unione, non per la vita, ma per la morte"), con la conclusione che
siano i versi "l'unico elemento da cui non ci si accomiata – mai."