domenica 16 maggio 2010

Strani incontri: S.A. Samoilov


Se volete lasciarvi alle spalle la San Pietroburgo da cartolina non dovete far altro che scendere da uno di quei pullman che scaricano i turisti in piazza Sant’Isacco ed abbandonare la compagnia che – dopo aver fotografato da ogni angolazione il monumento a Nicola I – starà già raggiungendo la Cattedrale. Voi, invece, vi dirigerete nella direzione opposta, verso il Palazzo Mariinskj, attraverserete quasi senza accorgervene il Sinij Most e in breve vi troverete immersi in un dedalo di stradine comprese tra i canali Moika e Griboedova che a mio avviso rappresentano l’anima più vera della città.
E’ facile perdersi in mezzo a quei palazzi tutti uguali, sentirsi schiacciati dall’aspetto cupo di quelle facciate fumose che sembrano ancora impregnate dell’aria densa e febbrile di Delitto e Castigo. Strade cupe e silenziose che scorrono tortuose come fiumi carsici, per sfociare all’improvviso in quell’esplosione di luci, voci e colori che è piazza Sennaja.
E’ in una di quelle vie che l’ho incontrato, qualche mese fa.
Eravamo alla ricerca di qualcosa di originale da acquistare, quando mia moglie ha visto quel negozietto di antiquariato nascosto sotto il livello della strada. Lui era un signore alto e robusto che indossava un completo grigio ed un dolcevita nero che gli dava un’aria da esistenzialista, i capelli erano neri e tagliati cortissimi e gli occhi piccoli e scuri come il carbone, che ti fissavano dritto e sembravano volerti frugare dentro. Abbiamo girato un po’ nel suo negozio, curiosando tra oggetti d’epoca e stampe ingiallite, ma quando abbiamo trovato quello che ci sarebbe piaciuto acquistare, un samovar dell’Ottocento, abbiamo scoperto che era troppo caro per le nostre tasche. Prima di uscire ho notato una pila di libri ancora avvolti nel cellophane sul bancone, attratto dalla copertina (una suggestiva veduta di un canale di San Pietroburgo) ho chiesto all’amica russa che ci accompagnava di domandare di che libri si trattasse. S.A. Samoilov ha risposto che erano una raccolta di racconti scritti da lui, i racconti della Moika. Tanto per buttare lì qualcosa ho chiesto se visto l’affinità del titolo ci fosse qualche analogia con i racconti di San Pietroburgo di Gogol e lui, con un mezzo sorriso di cortesia ha risposto di no, che casomai suoi racconti erano più vicini a certe storie di Amy Hempel a Mary Robison. All’epoca non conoscevo quelle scrittrici, ma questo ho preferito tacerlo, limitandomi a restituire al mio interlocutore un sorriso interlocutorio. Per farla breve: ce ne siamo andati acquistando una copia dei racconti della Moika, non prima di essercela fatta autografare dall’autore.
Avevo completamente dimenticato l’incontro con S.A. Samoilov  quando a Pasqua ho ricevuto una mail con gli auguri da Natasha, contenente anche una sua traduzione in italiano di uno dei racconti della Moika. La nostra amica scriveva che nel frattempo il libro aveva vinto un premio letterario per cui si era meritato anche la citazione su un giornale locale e S.A. Samoilov aveva avuto il suo quarto d’ora di celebrità, comparendo in televisione per una breve intervista.


[…] Non gli piaceva trovarsi a conversare con altre coppie. Era una di quelle situazioni che definiva “a rischio di instabilità variabile”. Non sapeva bene perché, ma non si trovava a suo agio. Non riusciva ad essere rilassato, le considerava situazioni dinamiche, dove doveva per forza succedere qualcosa. Aveva sviluppato una strana teoria per la quale in queste circostanze la cosa migliore per lui era quella di mettersi a fare il buffone. Situazione a rischio di instabilità medio-basso, la definiva. Tutti contro uno andava benissimo, nessuna tensione, tutti che si divertivano. Sicuramente meglio - molto meglio - delle situazioni a rischio di instabilità alta, che erano quelle in cui nel bel mezzo di una discussione la donna dell’altra coppia si schierava al suo fianco. Non importava di cosa si parlasse, se di un argomento serio e scherzoso, questo genere di situazioni lui le viveva male. Partiva per la tangente, cominciava ad immaginare scenari e sviluppi futuri che lo avrebbero invariabilmente portato a letto con la moglie o la fidanzata dell’amico di turno, che non avrebbe potuto resistere al suo fascino.
Dimenticavo, probabilmente la situazione più tranquilla sarebbe stata quella in cui tutti parlavano del più e del meno senza che nessuno dovesse per forza innamorarsi di qualcun altro. Ovvio che ci avesse pensato, ma era una situazione che aveva scartato perché non riproducibile nella realtà. Lui non poteva non stare al centro, non era concepibile una discussione dove non fosse lui a menare le danze, non nel suo mondo. […]

[S.A. Samoilov: "Un uomo all'altezza"]

sabato 3 aprile 2010

Morandi

Parlo d’immobilità, del silenzio
un centrotavola di porcellana un vaso a goccia, una brocca.

Parlo di spazio, che è unilaterale,
senza risposta, e lasciato a seccare.

Parlo di pittura, di forma, del vuoto
che vigilano questi oggetti, e da cui sorgono.

Parlo di colpa, goccia rossa, goccia bianca,
la sua gobba e la curva, che è blu.

Parlo di bottiglie e rovina,
e di ciò che facciamo brillare nel buio, e perché

[Charles Wright: "Breve storia dell'ombra"]

domenica 28 marzo 2010

Schiara

Tutti siamo stati a Schiara, ad ascoltare il canto del mare.
A seguire con lo sguardo le traiettorie improbabili che il gabbiano disegna nel vuoto, ad accompagnarlo in volo fin quando scompare dietro al monte.
Ad osservare il gatto coricarsi pigro all’ombra del muro. Tutti abbiamo chiuso gli occhi insieme a lui.
A cercare con lo sguardo il filo dell’orizzonte, là dove il mare si fa cielo ed il cielo mare. Tutti abbiamo sognato in quel punto.
Ad incontare il vecchio contadino che risale da mille anni quegli scalini sconnessi.
A fissare incantati la mano del vento che disegna arabeschi sul dorso del mare, per ritrovarci poi a rincorrere il corso dei nostri pensieri.
A respirare il silenzio, cercando di lasciare entrare in noi almeno un po’ di quella serenità.
A provare un senso di vuoto e di pace insieme, e scoprire che felicità e malinconia sono due sorelle che viaggiano tenendosi per mano.

[Lars W. Vencelowe: "Pensieri, parole, opere ed omissioni"]

domenica 21 marzo 2010

Sogno

Al'improvviso si trova proiettato al centro di una scena per lui insolita: c'è della sabbia per terra (o forse è segatura) che nasconde il pavimento, e un pesante tendone blu disposto tutto intorno a delimitare lo spazio. Sembra di essere in un circo, pensa. Intorno a lui ci sono altre persone - saranno sei o sette - che parlano tranquille, per nulla preoccupate di trovarsi in quel posto. Fatica a mettere a fuoco le cose, come se fosse calata una specie di nebbia che sfuma i contorni, come se avesse dimenticato da qualche parte gli occhiali. Tutti sono concordi che quello che sta succedendo, il fatto di trovarsi lì, non sia una situazione reale, eppure la stanno vivendo, e allora dove si trovano? Che posto è quello? Che identità hanno in questo momento?
Ad un certo punto uno dei presenti dice: "Se siete così convinti che quello che succede qui dentro non sia reale, allora questa cos'è?" e con un gesto della mano solleva un lembo del tendone blu in maniera da lasciar uscire una tigre, che lentamente inizia a girare in mezzo al gruppetto di persone. Tutti rimangono immobili, impietriti dalla paura, fino a che uno non dice: "la tigre non esiste, tutto questo non esiste" ed allunga un braccio per toccare la fiera, ma come la sua mano raggiunge la tigre, questa scompare.

sabato 13 marzo 2010

Il posto più bello del mondo



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Al posto più bello del mondo si arriva dopo una camminata di dieci minuti scarsi. Si lascia la macchina lungo la Litoranea e poi si sale per qualche centinaio di metri, arrampicandosi lungo una scaletta stretta fra rovi di macchia mediterranea. All’inizio sono gradini regolari quelli che si offrono alla vista, ma salendo si ha l’impressione che l’opera dell’uomo fatichi a tenere testa alla natura. Gli anni, la pioggia ed il sole sono rivali difficili da fronteggiare: poche curve e gli scalini hanno già perso il rassicurante aspetto squadrato, per diventare via via più irregolari, i margini si stondano, le lastre di ardesia si rompono e nelle fessure si incuneano ciuffi d’erba, fino ad arrivare a tratti del percorso dove la stradina è poco più di un sentiero disegnato sulla terra.
Ti guardi intorno e vedi muretti a secco che franano un po’ dappertutto, erica, denti di leone, parietaria, felci selvatiche e piante grasse finite lì chissà come… Un mondo in mezzo al quale sono passato tante volte ma che solo ora mi fermo a guardare. Una varietà infinita di erbe e piccoli arbusti. Vorrei essere un botanico per saperne di più, per apprezzare meglio quello che vedo e non conosco e che sento così vicino. Una lucertola che si infila rapida tra due rocce, un fico, due ciliegi (o sono mandorli?). E quell’odore: forte e dolciastro insieme, sembra liquirizia. E’ il tarassaco? Probabilmente. Forse. O forse no. So solo che nella mia testa questo è quello che io chiamo l’odore delle Cinque Terre, ma non riesco ad identificare con precisione da che pianta provenga.
Una pigna che cade, il frinire di una cicala. Le voci di almeno tre o quattro specie diverse di uccelli che si rincorrono. E il silenzio. Con il canto del mare sullo sfondo.
Un silenzio terapeutico, al quale il mio stato d’animo si accorda subito volentieri. Mi sento più tranquillo, più sereno, i pensieri rallentano la loro corsa e cominciano a scorrere, lentamente, come una musica. Una sensazione nuova, che fa riflettere.
Penso ai rumori, ai quali sono così abituato da considerarli quasi necessari. Penso a quando in casa accendo la televisione o la radio solo per sentire rumore, non per interesse. E’ come se ne avessi bisogno, per sintonizzare il mio ritmo interiore al mondo esterno. E’ terribile: aver bisogno del rumore ed intonare ogni giorno il sentire, il pensare, il vivere quotidiano ai rumori del mondo. Solo ora me ne accorgo, ora che ho scoperto il silenzio.
Continuo a salire. Una decina di minuti di salita, ho detto. E infatti ci siamo quasi.
Ecco davanti ai miei occhi il posto più bello del mondo: un sentiero sterrato lungo cinquanta – sessanta passi da uomo e largo un passo e mezzo, che fiancheggia pochi filari di vite strappati ad un bosco che avanza e sembra destinato a vincere la sua battaglia. Il ciglio della stradina è sconnesso ed in certi punti cede franando sulla piana sottostante.
Tutto qui, con il mare che domina lo sfondo. Un mare sterminato e totale che sembra non partecipare quasi alla scena, seduto in disparte come l’attore consumato che lascia il privilegio del primo piano alle altre figure, ben sapendo che il ruolo del protagonista sarà sempre il suo.
Mi piace questo posto. Mi piace perché non è lì dietro l’angolo, ma va conquistato, dopo un percorso che è qualcosa di più di una semplice passeggiata. Mi piace perché non è un approdo definitivo ma è un posto di passaggio; dopo questo tratto di strada sterrata il sentiero continua fino ad arrivare ad un monastero da dove si gode una vista spettacolare e dove si riadunano i turisti.
Mi piace perché c’è il mare.

[Lars W. Vencelowe: "Pensieri, parole, opere ed omissioni"]