sabato 13 marzo 2010

Il posto più bello del mondo



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Al posto più bello del mondo si arriva dopo una camminata di dieci minuti scarsi. Si lascia la macchina lungo la Litoranea e poi si sale per qualche centinaio di metri, arrampicandosi lungo una scaletta stretta fra rovi di macchia mediterranea. All’inizio sono gradini regolari quelli che si offrono alla vista, ma salendo si ha l’impressione che l’opera dell’uomo fatichi a tenere testa alla natura. Gli anni, la pioggia ed il sole sono rivali difficili da fronteggiare: poche curve e gli scalini hanno già perso il rassicurante aspetto squadrato, per diventare via via più irregolari, i margini si stondano, le lastre di ardesia si rompono e nelle fessure si incuneano ciuffi d’erba, fino ad arrivare a tratti del percorso dove la stradina è poco più di un sentiero disegnato sulla terra.
Ti guardi intorno e vedi muretti a secco che franano un po’ dappertutto, erica, denti di leone, parietaria, felci selvatiche e piante grasse finite lì chissà come… Un mondo in mezzo al quale sono passato tante volte ma che solo ora mi fermo a guardare. Una varietà infinita di erbe e piccoli arbusti. Vorrei essere un botanico per saperne di più, per apprezzare meglio quello che vedo e non conosco e che sento così vicino. Una lucertola che si infila rapida tra due rocce, un fico, due ciliegi (o sono mandorli?). E quell’odore: forte e dolciastro insieme, sembra liquirizia. E’ il tarassaco? Probabilmente. Forse. O forse no. So solo che nella mia testa questo è quello che io chiamo l’odore delle Cinque Terre, ma non riesco ad identificare con precisione da che pianta provenga.
Una pigna che cade, il frinire di una cicala. Le voci di almeno tre o quattro specie diverse di uccelli che si rincorrono. E il silenzio. Con il canto del mare sullo sfondo.
Un silenzio terapeutico, al quale il mio stato d’animo si accorda subito volentieri. Mi sento più tranquillo, più sereno, i pensieri rallentano la loro corsa e cominciano a scorrere, lentamente, come una musica. Una sensazione nuova, che fa riflettere.
Penso ai rumori, ai quali sono così abituato da considerarli quasi necessari. Penso a quando in casa accendo la televisione o la radio solo per sentire rumore, non per interesse. E’ come se ne avessi bisogno, per sintonizzare il mio ritmo interiore al mondo esterno. E’ terribile: aver bisogno del rumore ed intonare ogni giorno il sentire, il pensare, il vivere quotidiano ai rumori del mondo. Solo ora me ne accorgo, ora che ho scoperto il silenzio.
Continuo a salire. Una decina di minuti di salita, ho detto. E infatti ci siamo quasi.
Ecco davanti ai miei occhi il posto più bello del mondo: un sentiero sterrato lungo cinquanta – sessanta passi da uomo e largo un passo e mezzo, che fiancheggia pochi filari di vite strappati ad un bosco che avanza e sembra destinato a vincere la sua battaglia. Il ciglio della stradina è sconnesso ed in certi punti cede franando sulla piana sottostante.
Tutto qui, con il mare che domina lo sfondo. Un mare sterminato e totale che sembra non partecipare quasi alla scena, seduto in disparte come l’attore consumato che lascia il privilegio del primo piano alle altre figure, ben sapendo che il ruolo del protagonista sarà sempre il suo.
Mi piace questo posto. Mi piace perché non è lì dietro l’angolo, ma va conquistato, dopo un percorso che è qualcosa di più di una semplice passeggiata. Mi piace perché non è un approdo definitivo ma è un posto di passaggio; dopo questo tratto di strada sterrata il sentiero continua fino ad arrivare ad un monastero da dove si gode una vista spettacolare e dove si riadunano i turisti.
Mi piace perché c’è il mare.

[Lars W. Vencelowe: "Pensieri, parole, opere ed omissioni"]

1 commento:

Paolo ha detto...

Lo conosco quel posto. E0 tanto che non ci vado ma è vivo nei miei ricordi.
Paolo