sabato 22 novembre 2025

Il cerchio – Meša Selimović

 


Il cerchio – Meša Selimović


Quel suo ideale indefinito di felicità.

Libro importante di un autore rilevante del secondo Novecento, che meriterebbe di essere affiancato ad Andrić e Crnjanski e che forse paga una certa “ruvidezza”: il rifiuto di venire a patti con stili e mode, in favore di una poetica densa di contenuti filosofici, etici e sociali.
Il cerchio, testo incompleto e pubblicato postumo, è un ottimo esempio della narrativa dello scrittore bosniaco: una scrittura “eccentrica”, che parte da un episodio centrale per aprirsi in riflessioni più ampie.
La vicenda da cui prende le mosse il romanzo è l'uccisione da parte della polizia militare di Mladen, attivista della Resistenza e fratello di Vladimir, protagonista della trama. Con la decisione di non arrendersi, Mladen ha condannato (inconsapevolmente?) a morte anche il padre e la madre, ma il loro sacrificio viene rapidamente dimenticato: l’eroe celebrato è Mladen Radenović, a cui viene dedicato un museo la cui inaugurazione avviene senza neppure invitare Vladimir. Da questo fatto (che ne ricorda uno analogo della biografia di Selimović, la fucilazione del fratello partigiano da parte dei suoi stessi compagni) si dipana una serie di riflessioni che originano proprio dal fatto che Vladimir fosse o meno consapevole delle conseguenze del suo gesto: esiste, cioè, una causa superiore? È giusto sacrificare in nome dell'Idea non solo la propria ma anche le vite degli altri?
Da qui alle domande sul ruolo del Potere il passo è breve. Un Potere dogmatico, che si nutre di ideologia e di eroi, che considera solo il bene comune e non le sorti individuali, che non accetta sfumature, opinioni divergenti o deviazioni dal percorso stabilito, e per il quale la coscienza del singolo resta una scatola vuota.
Vladimir/Selimović si chiede se sia possibile seguire l’Idea rivoluzionaria senza sacrificare l’individualità. È una colpa voler essere se stessi? È una colpa cercare di formare una personalità ancora confusa, avvolta nella nebbia dell’incapacità di rispondere alle domande che la vita pone?
La risposta, o una delle risposte, alle sue domande sembra indicargliela lo zio:
"L'arte è tanto potente che è ridicolo tenere discorsi politici, sono una fatica, un tespih da derviscio, una noiosa pioggia autunnale, uno smog. L'arte è la forza della tempesta, la freschezza della primavera, la forza della vita. Il suo incantesimo è onnipotente. Essa parla sempre di tutto. Essa ricorda, ha memoria, ama, non dimentica nessuno, si rivolge a ciascuno, è presente in tutto ciò che è umano."

"«… Ci occupiamo dell'educazione fino a un certo punto. Ma senza arte e senza una morale umana, l'uomo sarà un insieme scomposti di conoscenze, simile alla macchina, sebbene non riuscirà a raggiungere la perfezione del calcolatore elettronico, e in sostanza sarà infelice, perché l'uomo non è e non deve essere una macchina, e prima o poi bramerà il suo scopo umano.».
Lo scopo della vita dell'uomo secondo lo zio è l'armonia in sé, l'equilibrio interiore, il piacere che si raggiuge con la conoscenza silenziosa, progressiva, una conoscenza coltivata gradualmente di ciò che è più umano, il raggiungimento della bellezza che è troppo fluida per poter essere conquistata, ma l'uomo è ricco anche solo se l'intuisce. E aveva teso senza posa a quel suo ideale indefinito di felicità, cercandola nella spontaneità dell'esistenza, ed era riuscito a sperimentare, o a intuire, l'armonia desiderata tra tante volontà contrastanti dell'uomo."
Il cerchio è un grande libro fuori dal tempo: un messaggio in bottiglia che, a distanza di anni, continua a interrogare le nostre coscienze e a ricordarci quanto fragili siano i rapporti tra individuo, idea e potere.

domenica 26 ottobre 2025

 

Belladonna – Daša Drndić
Feltrinelli editore (I ed. 2012)

La storia di Andreas Ban, psicologo e scrittore che da un giorno all'altro la società decide di mettere da parte. Una persona con la schiena dritta, come l'autrice del libro. Uno sconfitto, che non per questo è disposto a rinunciare a un briciolo delle sue idee. Dal suo esilio in una cittadina di provincia, ripercorre le tappe della sua vita, che si intrecciano a quelle croate; speranze disilluse dal tempo, in un mondo che fatica sempre più a riconoscere, mentre il corpo invecchia, si ammala e lentamente si consuma.
Attraverso Andreas Ban, Daša Drndić lancia i suoi strali contro la politica, le istituzioni, la religione, l'arte e anche gli intellettuali, che hanno perso la loro funzione per trasformarsi in arrivisti accademici. Le parole, un tempo in grado di muovere le masse e scuotere le coscienze, ora non servono più. Addomesticate dal pensiero dominante, superficiale e superfluo, che galleggia prigioniero delle sue false sicurezze. La coscienza collettiva rimasta ormai un ricordo, in grado di "sussultare un istante, ma poi torna a tacere", quando si tocca un nervo scoperto.
Davanti a un mondo che corre e dimentica in fretta, a una società asettica e che rifiuta le responsabilità, l'unico rifugio per Ban sembra essere la memoria, intesa come ricordo di "un'esistenza più inventata e immaginata che reale", tentativo di vivere più vite, "diventare diverse persone i cui destini vive in parallelo", il tutto con lo scopo non di rivivere il suo passato, ma annientarlo. Ma "è difficile cancellare completamente la storia e la memoria, la storia e la memoria amano ritornare. Si infilano nella testa della gente e penetrano nel loro sangue. Lì, ho imparato: le persone sono collegate in maniera invisibile senza che lo sappiano, si toccano l'un l'altra attraverso vite che per loro rimangono per sempre estranee; entrano in tempi che pensano non essere i loro, camminano nei paesaggi che sono nuovi solo a loro ma che sono esistiti per secoli."

Belladonna è uno dei grandi romanzi del nuovo millennio, che ricorda Sebald nella struttura ma se ne distacca per una visione – etica più che estetizzante – della memoria. Si tratta di un'opera d
all'alto valore letterario ma anche testimoniale: un'accusa alla Croazia che si allarga a tutto l'Occidente, fino a coinvolgere l'intera umanità, tutti noi che preferiamo dimenticare piuttosto che ricordare.

domenica 28 settembre 2025

Didascalie a foto d'epoca – Vladislav Otrošenko

 

Voland editore (I ed. 2007)


L’errore più grande che si possa commettere con Otrošenko è non prenderlo sul serio, riducendosi a una lettura superficiale della sua opera. Certo, gioca con il lettore, e anche le foto che lo ritraggono in questo libro, volutamente eccentriche, sembrano testimoniarlo; ma si tratta solo di una cortina di fumo dietro cui si cela uno scrittore autentico. Sta a noi non fermarci all'apparenza, entrare nel testo per scoprire che c'è molto di più di quello che appare.
Didascalie a foto d'epoca si presenta come un romanzo breve (kniga) costellato di storie sconnesse e paradossali, che sembrano scritte sotto l’influsso dell’ebbrezza. Si tratta di una cronaca familiare incentrata su una strana famiglia di tredici zii dalle basette lunghissime, figli di Annuška, una madre beata e passiva caratterizzata dal disinteresse per il mondo e dalle scarse capacità di comprensione, e Malach, un ometto immortale che vive in un bugigattolo all'interno di una casa sconfinata ("archetipo della Russia fantastica", nelle parole dello scrittore) che sembra estendersi per migliaia di chilometri.
Nonostante venga naturale accostarlo a un testo a metà tra il gogoliano e il realismo magico, la prosa di Otrošenko resta in realtà difficilmente classificabile. Nelle pagine dello scrittore cosacco si respira l’aria del basso Don: un’idea di spazi immensi dove tutto è possibile, un presente infinito in cui spazio e tempo perdono confini e si dilatano in una realtà letteraria che conferisce al racconto una dimensione straniante, capace di disorientare il lettore e risucchiarlo al suo interno. Così le vite descritte appaiono frammentarie, affidando al sogno (e, come nota lo stesso autore in un’intervista, alla dimensione del romanzo) il compito di ricomporle.
Didascalie a foto d’epoca è l’opera di uno scrittore solitario, che persegue con coraggio un’idea di letteratura in dialogo con l’asse di Puškin e Gogol’, alimentandolo con nuova linfa. Ma non solo: per certi versi Otrošenko sembra riprendere anche la scrittura frammentaria  di Pil'njak, trasferendola in una dimensione fantastica.  Anche la matrice mitico-arcaica alla quale attingono entrambi e l'uso sperimentale della lingua sostengono il paragone, pur trattandosi di scrittori collocati in contesti diversi e che privilegiano registi differenti.

venerdì 5 settembre 2025

Paginette – Antonio Pizzuto




Lerici editore (I ed. 1964)


Paginette rappresenta una tappa fondamentale nel percorso stilistico di Antonio Pizzuto, consolidando e approfondendo la ricerca iniziata con Ravenna. La scrittura di Pizzuto privilegia l’uso dell’imperfetto e dell’infinito storico, creando frasi che mettono in primo piano lo stile rispetto al contenuto. È la lingua, barocchissima e musicale, la vera protagonista, insieme alla costruzione della frase ricca di figure retoriche (paratassi, metafore, neologismi, sineddoche…).
Il contenuto della trama è un filo sottile, quasi secondario rispetto all’elaborazione stilistica. L'oggetto della narrazione è rappresentato dai piccoli frammenti di quotidianità: la vita di ringhiera diventa un microcosmo brulicante di personaggi, chiacchiere e azioni apparentemente insignificanti, un mondo che scorre tra corse per commissioni, amori giovanili e piccole incombenze quotidiane. Al centro di questo universo c’è Lumpi, protagonista instancabile e inquieto, che si muove tra le piccole vicende del suo quartiere. Lumpi e gli altri personaggi appaiono come figure sempre più rarefatte, quasi destinate a scomparire, prefigurando un progressivo dissolversi della presenza umana nella scrittura di Pizzuto.
Paginette è un testo importante, che ben rappresenta la filosofia del suo autore, quell'"anti-storicismo assoluto" che teorizza l'impossibilità di cogliere la realtà del fatti, affidando alla scrittura il compito di fermare l’inafferrabile, anche attraverso il gioco linguistico e stilistico dell'autore.


domenica 31 agosto 2025

I mondi reali – Abelardo Castillo

 



I mondi reali – Abelardo Castillo
Del Vecchio editore (I ed. 1997)


Abelardo Castillo è un cuentista coi controfiocchi, uno dei grandi narratori argentini del secondo Novecento, accostabile – per influenza e intensità – a scrittori come Quiroga o Arlt. In Italia il suo nome circola poco al di fuori delle cerchie specialistiche, ma questa raccolta, pubblicata da Del Vecchio, offre l’occasione di riscoprirlo. I racconti scelti sono tutti di alto livello, con punte sublimi come Il Decurione, un testo capace di condensare in poche pagine la sua visione tragica del mondo.
La voce di Castillo è potente, riconoscibile sin dalle prime righe: nei suoi racconti risuonano echi di Kafka e Poe, ma soprattutto la lezione aspra e visionaria di Roberto Arlt, il suo vero fratello letterario. Da questi modelli trae non tanto suggestioni di stile, quanto un modo di guardare alla realtà come un campo minato di ossessioni, colpe e destini segnati. La scrittura è sorvegliata al millimetro: non una virgola fuori posto, non un aggettivo di troppo. Ogni frase si incastra con la successiva per costruire un congegno narrativo impeccabile, in cui tensione e fatalità si alimentano a vicenda. È una prosa che non indulge mai, che non cerca effetti facili, ma che conquista per rigore e precisione chirurgica.

Dialoghi secchi, pervasi di dolore e inevitabilità, portano i personaggi dei racconti verso il fondo del loro mare. I protagonisti di Castillo sono uomini e donne votati al fallimento: amanti che si tradiscono, adolescenti inquieti, perdenti senza redenzione. Una lunga teoria di anti-eroi che non hanno mai avuto una vera possibilità di vincere la partita con la vita. Il lettore li segue fino all’ultimo respiro con la consapevolezza che la letteratura qui non consola, ma si insinua nel pertugio tra realtà e sogno, spalancando un abisso.