domenica 25 maggio 2014

Thomas Bernhard - Estinzione


Ciak, si spara.
J'accuse bernhardiano contro tutto e tutti. 
Un libro che parla di morte e dell'incapacità (impossibilità?) di accettare lo status quo. Una lettura a tratti faticosa, un monologo torrenziale dove il protagonista, Franz Josef Murau/Thomas Bernhard, con una prosa a tratti ossessiva, fatta di reiterazioni continue quasi fosse lingua parlata, lancia i suoi strali di volta in volta contro la famiglia, l'Austria, la Chiesa, il nazionalsocialismo (ma anche il socialismo per come è stato applicato) e in genere contro tutto quello che gli capita a tiro (ce n'è anche per Goethe e la fotografia intesa come mistificazione della realtà). Il tutto per la volontà di affrancarsi da un mondo che il protagonista rifiuta ma dal quale si sente contagiato, per estinguere quello che è stato, le radici e i valori sui cui si fonda la società e nei quali non si riconosce. 
 C'è pochissima azione in questo romanzo, quasi tutto quello che succede avviene “dentro” a Josef Franz. Le sue invettive, i suoi giudizi su persone e istituzioni, non sfociano in conflitto aperto ma rimangono compressi all'interno del suo animo come se anche lui fosse, in fondo, schiacciato dal mondo di convenzioni che vuole distruggere (emblematiche, a questo proposito, le pagine nelle quali corre a spalancare le finestre della dimora di Wolfsegg per lasciare entrare l'aria e la luce e quelli in cui apre le porte delle biblioteche di casa per togliere la polvere ai libri, per farli vivere. Almeno loro). 
 Non condividendo gli ideali dei genitori e della società austriaca, Josef Franz prova a costruirsi una vita a Roma, lontano dall'ambiente familiare, ma le morti dei genitori e del fratello lo riporteranno a Wolfsegg, quasi a testimoniare che non è possibile estinguere il proprio passato semplicemente allontanandosi. 
 Non si può fuggire, per estinguere è necessario tornare e fare i conti con le proprie radici in maniera definitiva. 
 Non si tratterà di un'estinzione indolore, perché Murau/Bernhard è cosciente di essere stato contagiato dall'ambiente e dagli ideali che vuole combattere e sa perfettamente che la strada che ha deciso di percorrere è senza uscita. Non è possibile liberarsi da un mondo di cui si fa parte, distruggere tutto vuol dire distruggere anche se stessi, un vicolo cieco per una conclusione quasi musiliana: pensare significa fallire, agire significa fallire. 

Trovo Bernhard spiazzante, eccessivo. Non si ferma davanti a niente e a nessuno, non fa sconti ne concessioni e intinge la penna nel veleno non tanto per il gusto di provocare quanto per il bisogno di dire quello che sente. 
 Aggiungerei che a me Bernhard non fa ridere per niente (come invece ha scritto J. Marias sostenendo che trovava le sue invettive “irresistibilmente e intenzionalmente divertenti”), magari è vero che la tragedia sfocia a volte nel grottesco, ma da qui a ridere...

domenica 11 maggio 2014

Julio Cortázar – Storie di cronopios e di famas


Cortázar è un pazzo. 
Probabilmente affetto da una specie di psicosi legata al linguaggio, alla parola. Ma anche all'elaborazione della realtà. Un pazzo pericoloso, perché ribalta gli schemi ai quali siamo abituati. 
Cortázar è un tizio che salta fuori dal nulla e improvvisamente si para davanti alla nostra macchina, ci ferma in mezzo alla strada e poi ci invita a scendere, a lasciare le nostre sicurezze per seguirlo in mezzo al bosco, attraverso sentieri che non avevamo mai considerato nonostante fossero così vicini al tragitto che percorriamo ogni giorno. Se decidiamo di andargli dietro – mi raccomando – è bene che lasciamo la logica in macchina. Non ci servirebbe nei territori dove Cortázar ha intenzione di condurci, anzi, ci sarebbe solo di impedimento. 
Il mondo che ci apprestiamo ad esplorare è un mondo spiazzante, fatto di oggetti consueti che però interagiscono in maniera inconsueta. Questa collisione genera una serie di conseguenze, nuove relazioni, la nascita di nuovi universi a cui non siamo abituati e che seguono regole diverse da quelle che conosciamo. Nel mondo di Cortázar non c'è un fine da perseguire, non dobbiamo arrivare per forza da qualche parte o imparare qualcosa, è un mondo che ai più non è neppure necessario, se ne può anche fare a meno, eppure è un mondo bello da esplorare, da lasciar vivere, è confortante sapere che esiste. 
Nonostante Cortázar non rappresenti un unicum nella letteratura sudamericana ma abbia diversi fratellini (Borges, Bioy Casares, ma anche e soprattutto Felisberto Hernández), credo che ci sia qualche suo parente anche dall'altra parte dell'Oceano ( e non penso solo a Jarry e alla patafisica). 
“...Noi siamo i primi nemici di coloro che castrano le parole, facendone un aborto impotente e insensato. Nella nostra opera ampliamo e approfondiamo il senso dell'oggetto e della parola, ma non lo distruggiamo affatto. Forse sosterrete che i nostri intrecci sono “irreali” e “illogici”. Ma chi ha detto che la logica “comune” è obbligatoria per l'arte? L'arte possiede la propria logica e non distrugge l'oggetto, ma aiuta a conoscerlo. Noi ampliamo il significato dell'oggetto, delle parole e dell'azione.” 
Sono Vvedensky, Charms, Zabolotsky, Oleinikov, Lipavsky eDruskin, insomma quei pazzi di Oberiu, che scrivevano il loro manifesto nel 1928.

domenica 4 maggio 2014

Perché vengo qui?


 vengo qui per stare dentro questo paesaggio classico, vengo qui perché questo è il luogo al mondo dove finora ho riscontrato il minor conflitto tra quello che sono e quello che vedo… 


Ho sempre avuto bisogno dell’Estate come utopia, piuttosto che come stagione. 



 «Perché tutti noi abbiamo sempre bisogno di dirci che ci piace questo posto? E quanto ci piace? E perché ci piace? È come se ci dovessimo giustificare l’un l’altro di ritrovarci qui ogni anno… Con tanto mondo che c’è, finiamo sempre qui…» «È che ci sentiamo un po’ fessi, Ivo, perciò ci diamo reciproco conforto, solidarietà. Ogni volta mi dico: ma perché cazzo devo andare lì pure quest’anno? Chi mi obbliga? Nessuno mi obbliga, Isa pure vuole venire, ma anche lei quando si tratta di decidersi, quando è tempo di fare il biglietto, cerca false alternative, fa proposte che non si possono nemmeno prendere in considerazione. Quest’anno ha proposto Dublino… L’Irlanda, capisci? Mi ci vedi a me a passare l’estate a Dublino? Lo fa apposta, perché alla fine si dica, vabbè, allora se è così andiamo all’Isola. Riusciamo a dirci addirittura che ci conviene venire qui. Ci conviene? Ci piace!

[Francesco Pecoraro: "La vita in tempo di pace"]


sabato 3 maggio 2014

Eugène Ionesco - Il solitario


La storia di un uomo che dopo aver ereditato da una zio d'America decide di licenziarsi dal lavoro. Ê uno come tanti: “scettico, disilluso, facile a stancarsi e stanco, uno che vive senza scopi, che lavora il meno possibile”. Un mediocre che pur non sentendosi a proprio agio nella vita non fa nulla per cambiarla, la subisce. Uno che vive cercando di mettere la sordina ai pochi desideri che gli rimangono, che si limita a guardare la vita che passa. Uno che alla realtà degli altri preferisce il suo altrove. 
I legami con l'universo ci sono, ma sono per lo più fili sottili: una specie di gelosia nei confronti della donna che l'ha appena lasciato, una telefonata a un conoscente, pochi discorsi formali e talora una sensazione di vuoto. Gli mancano, a volte, le persone con cui ha avuto contatti. 
Nonostante cerchi di convincersi che è necessario rassegnarsi alla vita, non sempre ci riesce. Rimane una sorta di rabbia che ogni tanto spunta fuori e questa è la molla che lo tiene vivo. Nel suo animo non accetta che ci siano limiti alla conoscenza, che non si possano penetrare le leggi che regolano l'universo. Vede che tutte le nostre costruzioni (morali, materiali e religiose) si basano su postulati e questo non sa accettarlo. Non riesce ad andare avanti sapendo di vivere in un mondo basato sul niente, eppure non può fare a meno di interrogarsi sulla nostra natura di uomini. 
La differenza tra lui e gli altri – dice – è che le persone normali stanno tra i due estremi, né luce né tenebre mentre lui riesce a vivere solo in stato di grazia perché ha aspirazioni troppo alte. Cerca sempre il limite, vuole conoscere tutto, non sa adattarsi ad una realtà incompleta.
 Fatalmente il protagonista finirà per restringere sempre più il suo raggio d'azione: prima al quartiere nel quale si è appena trasferito, poi all'appartamento, quindi alla camera da letto. Un'esistenza fatta solo di ricordi, di piccoli lampi di luce nel grigiore della vita, un avvitamento su se stesso che si fa sempre più stringente proprio mentre fuori scoppia la rivoluzione, una contesa nella quale non si capisce quali siano le parti in causa, chi combatta contro chi e soprattutto in nome di che cosa. 
Di nuovo una divaricazione tra lui e il mondo: gli altri che trovano rimedio nell'azione, nella rivolta contro la società e lui che invece non agisce ma vive nell'angoscia. In quell'angoscia causata dalla consapevolezza di vivere con una perenne sensazione di “mancanza”, di non saperere abbastanza, di non sapere tutto, soprattutto di non aver mai saputo adattarsi.
 Eppure, nonostante fin qui tutto sembri solo grigiore ed oppressione e la vita del protagonista ben incanalata lungo una stada senza uscita, il romanzo si chiude in maniera sorprendente. L'autore sembra voler tenderer la mano al protagonista riconoscendogli la volontà di non arrendersi e il tentativo di dare un senso alle cose che ha dimostrato per tutto il racconto, e quasi per premiarlo gli offre se non una via d'uscita almeno dei simboli: un albero in grado di nascere da un cumulo di rifiuti, le ante dell'armadio che si aprono e lasciano entrare nella stanza un mare di luce, un giardino di immagini e una scala d'argento che si dissolvono in pochi istanti, non prima però che qualcosa di quella luce sia penetrata nel protagonista ed in lui sia rimasta.

domenica 27 aprile 2014

IV


sono massi pesanti come piume
corde che stringono e sciolgono
orme che il piede scrive e l'acqua cancella
chiodi che lacerano le carni
ferite che il tempo lenisce
specchi che riflettono mentendo
porte che aprono porte che aprono porte..

                                        sono solo parole.

[Xenia Dubinina: "Dialoghi afasici"]