domenica 10 agosto 2014

Jón Kalman Stefánsson – Paradiso e Inferno


Paradiso e Inferno è un libro di una bellezza struggente. 
Ritroviamo la domanda “perché si vive?” che era alla base di Luce d'estate, anche se qui è rappresentata in maniera diversa, vale a dire nella ricerca da parte del Ragazzo (il protagonista del libro) dell'essenza delle cose, qualunque essa sia, essenza che che Bardur, un altro dei dei personaggi, identifica con la poesia, capace di portare “in luoghi dove le parole non arrivano". 
Già, le parole. Paradiso e Inferno è un libro di parole, che racconta tante storie, ma soprattutto che racconta - come ogni grande opera che si rispetti - la Vita, che cerca di far rivivere chi non c'è più, di richiamarlo alla memoria per fargli raccontare ancora una volta la sua storia, per vincere la Morte. 
Le parole di Jón Kalman Stefánsson sono da gustare una ad una, da lasciar sciogliere in bocca come caramelle. Parole che cadono leggere come fiocchi di neve, sembra che non possano far male, che debbano scivolare via veloci come pioggia e invece rimangono e si compattano in una prosa densa. Ecco, Stefánsson scava nell'anima dei personaggi come un chirurgo gentile, che opera con mano delicata ma ferma, sapendo perfettamente dove andare a parare e cosa toccare. 
Le parole, si diceva. Bardur muore per star dietro alle parole, quelle parole che il Ragazzo ascolta e spesso non sa dire. Le parole alle quali l'autore attribuisce il ruolo di “squadre di salvataggio che non rinunciano alla ricerca, il loro scopo è riscattare gli eventi passati e la vita ormai spenta dal buco nero dell'oblio”, parole che però hanno due facce perché sono “reti sufficientemente grandi da catturare il mondo e abbracciare i cieli, ma a volte non sono niente, sono stracci usati dove il freddo penetra, sono fortezze in disuso che la morte e la sventura varcano con facilità”. 
Paradiso e Inferno è un libro sospeso tra buio e luce, il buio della morte, della resa e della rinuncia alla lotta e la luce che invece ci spinge ad andare avanti, perché “da qualche parte, nel profondo delle regioni della mente, si nasconde una luce che tremola e rifiuta di estinguersi, rifiuta di cedere il passo al peso delle tenebre e allo morte che soffoca. Quella luce ci alimenta e ci tortura, ci costringe a continuare invece di sdraiarci per terra come bestie prive di favella e aspettare ciò che, forse, non arriverà mai. La luce brilla, noi andiamo avanti. I movimenti senza dubbio incerti, esitanti, ma il loro fine è ben chiaro – salvare il mondo. Salvare te e noi stessi con queste storie, questi brandelli di versi e di sogni che da tempo sono precipitati nell'oblio. Ci troviamo a bordo di una barca che fa acqua, e con le reti guaste vogliamo pescare le stelle.” 
Oltre che scrittore di narrativa Jón Kalman Stefánsson è anche scrittore di poesie e direi che qui la sensibilità del poeta si vede tutta.

sabato 9 agosto 2014

domenica 3 agosto 2014

Witold Gombrowicz – Ferdydurke


Ferdydurke è un libro “coraggioso” ed anticonformista. 
Gombrowicz è perfettamente consapevole dei rischi che corre decidendo di affrontare un argomento come l'immaturità, eppure lo fa con coerenza apprezzabile. Nessun ammiccamento, nessuna strizzatina d'occhio al lettore, nessuna intenzione di épater le bourgeois, solo la decisione dell'autore di tirare dritto per la sua strada, senza schivare le difficoltà, anzi decidendo di evidenziarle. 
Si parla di immaturità, di quella del singolo e di quella della massa, e Gombrowicz affronta l'argomento “da dentro”, ammettendo la sua immaturità e sottolineandola anche con uno stile che a tratti può rendere fastidiosa la lettura, ma tant'è: se vuoi capire il mare devi bagnarti – sembra dirci Gingio, il protagonista del libro, invitandoci ad entrare nelle pagine di Ferdydurke
L'immaturità è la malattia della nostra epoca, dice Gombrowicz riferendosi al periodo tra le due Guerre, e proprio il riconoscere di non esserne immune lo rende diverso dagli altri, perché tra chi è infantile sapendo di esserlo e chi lo è atteggiandosi da campione della maturità, la differenza è grande. Il primo parte da una consapevolezza che all'altro manca e cerca di superare il suo status, mentre il secondo non aspira a nulla, è convinto della sua superiorità e pertanto destinato a non “evolvere”. 
Parlare di immaturità senza fare ricorso ai consunti luoghi comuni non è semplice, ma Gombrowicz riesce ad evitare anche questo tranello: spontaneità, bei sentimenti, idealismo e voglia di sognare hanno il loro contraltare in stupidità, rifiuto delle responsabilità, infantilismo e ristrettezza degli orizzonti. 
Ferdydurke non è un libro divertente, come potrebbe sembrare in apparenza. L'ironia è piuttosto sarcasmo, che talora scivola nel grottesco, un occhio caustico su una realtà che sembra deformata come in un quadro di Grosz. Oltre alla condanna dell'uomo all'immaturità, c'è un altro dramma sul quale Gombrowicz pone l'attenzione nel libro: anche la ricerca di una forma, di un sistema che ci permetta di sostanziare le cose e di darci certezze, è destinata a fallire. Non siamo e non potremo mai essere veramente autentici perché non siamo quello che vorremmo essere ma il frutto di un compromesso tra noi e gli altri ed è (e sarà sempre) un compromesso al ribasso. 
Aggiungerei che l'immaturità che Gombrowicz identifica come “il” problema, il tratto distintivo dell'uomo dei suoi tempi, è un aspetto che contraddistingue anche la nostra epoca. La differenza è che forse adesso è meno evidente, perché messo in ombra da altre caratteristiche dell'uomo contemporaneo (penso, tra tutte, alla velocità che rende difficile se non impossibile una vera analisi, con tutto ciò che questo comporta), ma riveste comunque carattere di universalità. 
Ferdydurke è un libro su cui ho cominciato a lavorare una volta terminata la lettura dell'ultima pagina. E questo, a mio avviso, è un gran pregio.

sabato 2 agosto 2014

John Ashbery - Il Nuovo Realismo


Ho perso gli splendidi sogni
che si arruolavano al risveglio,
freddo e in attesa. Quel mondo è una guerra adesso
il sorriso portatile eclissa un altro luogo
la cuffietta del guerriero è colma di sabbia.
Il copricapo biondo è fradicio
il raggio ha asportato la tua foto
se lo spazio potesse immaginare un pilota
le nuvole sarebbero stracci, frumento il sole
una piccola danzatrice ha ornato il copriletto di sangue rappreso
una fontana perforata presumeva
che la cravatta centrale fosse quella esatta di destra
quella con le pesche ammezzate e le viole
e il brusio dell’acqua frizzante
che sgorga dal sereno
annerirsi di spazio, il suo vuoto
lanciato verso l’acqua, il motore tetro
che singhiozza, negazione dapprima
lo vedi questo non puoi farmelo
insomma, avevamo opinioni diverse
occhi e clitoride un milione di miglia da
la minuta e persistente trazione.
L’albero era festonato di escrementi di uccelli
aria di montagna l’oggetto delle nostre tre conversazioni
il bimbo saltò con contentezza sulle
pagine occidentali—perfino meglio di quanto non sia
pietre del giorno
la polizia formò un cordone ai congegni
dove giocavamo
una pagina strappata con un’oasi appassionata
chiederemo loro di
il gattino, la pietra troppo cresciuta sta alla pari
l’erba e le ovaie solide
un ananas vicino
e il legname sulla pianta sul retro
tu in particolar modo non perché sei noto
quell’albero del mezzogiorno—pretesto delle tue radici
sono tra diverse droghe
sul pazzo mercato azionario
vicino alla tua banca ottusa.
Spesso mi hai domandato fuori orario
il pinnacolo di vetro, la sua manutenzione e crollo
sapendo che se fossimo stati in una stalla
pannelli di paglia sarebbero… Che vada
l’orto botanico esplode di gelsomino e lillà
e qui non annuso altro che inchiostro di giornale
il tè è andato giù
tutto è andato giù facilmente
lui torna a venire di continuo, maledizione
delle albe flessibili
che intreccia pomeriggi—che un fischio sia il risultato
alcune sere nel loro clima presidente
il suo mandato stipato di ghiaccio
la credenza esplose sotto milioni di candele
e speranza… un grigio Niagara. 
Sotto l’acqua frantumata sulla roccia
la colomba influenza l’uomo… nel suo fardello
composto di cannibalismo e quiete
i topi ruggiscono e un etiope
spruzza perline di piombo sulla pupa d’argilla
una volta che l’ossigeno viene tolto le
braccia possono tornare a muoversi liberamente.
I soldati sospirano comodamente
nella guarnigione, tu non ti fidi più di me.
Un giorno piovoso ci portò la verità
che la suffragetta aveva proclamato
e la cera aveva scompigliato
solo la bellezza offriva peccato
estraendolo dal tondo e dall’ovale
qualcosa che si addicesse agli orli dell’alba
la casa dove accadde che la terra bruciava stagione su tale feccia
la staccionata tolta e tutta la piastrellatura sparita
Di nuovo salendo in mongolfiera
leggendo dalle pagine dell’elenco telefonico
lo scooter e l’etiope se l’erano svignata
l’edificio andava demolito
un piacevole occhiolino… avevi detto che il sole tramontava
e c’erano solo altre onde,
altro Nilo… In questi momenti penso spesso all’uomo
che… i pagamenti ebbero accesso alla notte
della sua rivendicazione un universo perfetto
onice, imperturbabile, pacata… vedi, la sessione s’era conclusa
uno mi si avvicinò
loro velano il cielo
plasmato in nuova purezza, il cargo
un cielo, la leva comunque
i tre del personale della piantagione
non vennero mai premiati.      Mescolata
all’indistinguibile giorno, e notte, la luna nuova
orbita con cenere sotto al cammino
folle nella notte si fermarono alla caduta
luci fluiscono innegabilmente allontanandosi
la purga è da due soldi. Bloccato da un camion a rimorchio
sposta la tua zavorra, radioso
in percallina a quadretti
lo sceriffo
spigolava, tutto superiore, e il grano
scomparve per sempre, il rifugio
che il ranch
fiore lacerato che corona giornata curiosa.
Un albero maestro del tutto – non eliminato
aggiustando il modo in cui sorridi
i raggi del sole viaggiarono fino a me
il sentiero… si fermò solo dove tu camminasti oltre il dovuto
e libagione. La risposta aveva finito,
nuvole salivano svelte, la mobilia
epoche lontana presso la pagina strappata del libro
dimenticato al sole
la falena rosa vicina al suo confine
un mutamento di un milionesimo
se dobbiamo continuare
e l’oasi in fiamme
il deserto ammutolito, i nubiani sprofondati nei sogni
spaventati dai gufi. Tu devi riscuotere la confisca
noi cambiamo questo blocco concavo, la differenza tra noi tre
le guardie al picco brumarono la sua porta
un tavolo per tre
va via la luce—essuda
la tua idea—appollaiato su un’insegna estremamente crassa
nemmeno la più difficile, ma l’adozione non è modo
v’era un’estasi calma nel modo in cui lei parlava
forse potrei passar sopra al modo in cui lo scherzo
si rivoltava sempre contro di me, alla fine.
Le sbarre erano state tolte da tutte le finestre
c’era qualcosa di cheto nel modo in cui la luce le entrava
nel trousseau. Vino pescato dal mare—loro non avevano saputo
che noi stavamo arrivando rilassati per sempre
noi stavamo fuori dalla terra perché se ti allontani troppo
da un profumo puoi spremerne fuori la vita
una foca apparve e poi le altre
gialle nel sole immenso.
Un cane da guardia si esibì ed essi trionfarono
il giorno era tetro—ghiaccio invece di aria
il sospiro dei bambini alla musica scorsa
che soppiantava i latrati del bastardino.
Era fino a questo punto che si sarebbe spinta—
Una taverna con piante.
Dinamite distante sull’orizzonte
e un seguito, e un trambusto. Delfini sabbia-
repellenti. Sciami di bulldozer
squassarono la costruzione, e lei morì ridendo
perché solo una volta la prosperità lascia che te la cavi
sulla tua soglia lei soleva spiegare
che accadrebbe se i mercanti di ritorno al mattino mettessero al traino l’orlo del furgone
di sera si dovrebbe essere ben svelti a levarseli di torno.
Il giudice bussò. Le zinnie
non avevano mai avuto un aspetto migliore—rosse, gialle e blu
erano, e i non-ti-scordar-di-me e le dalie
almeno sessanta diverse varietà
mentre la persiana s’alzava
e l’ambulanza arrivava sfrecciando nella polvere
del nuovo giorno, la luna e il sole e le stelle,
e l’iceberg affondava adagio
nel vulcano e il mare fuggiva lontano
giallo sulla sabbia calda, verde come gli alberi verdi.