sabato 27 settembre 2014

José Saramago – Le intermittenze della morte


Da un Saramago che ha appena spento ottantatre candeline non credo sia lecito attendersi sperimentazioni letterarie o cambiamenti di registro rispetto alla sua produzione più recente e infatti Le intermittenze della morte è un buon libro "di scuola", perfettamente in linea con il carattere "saramaghiano" più classico. 
La scrittura è quella tipica e densa che contraddistingue il maestro di Azinhaga dagli anni Ottanta (da Una terra chiamata Alentejo in poi), fatta di uno stile "orale", periodi lunghissimi, quasi senza a capo, ortografia limitata alle virgole e a pochissimi punti, uso delle maiuscole per distinguere chi sta parlando. 
Canonica la forma e consueto anche il contenuto: come ne La zattera di pietra, Cecità e Saggio sulla lucidità, anche qui l'assunto iniziale del libro è il classico cosa succederebbe se, l'evento inaspettato da cui consegue tutto il resto. 
Il problema è che da qui in poi l'uso di cliché mi è sembrato un po' eccessivo. 
Cito a caso: la frase che apre il libro (il giorno seguente non morì nessuno) è anche quella che lo chiude, come ne La morte di Ricardo Reis, i bersagli contro cui si scaglia l'autore sono tutto sommato i soliti (società, Chiesa, politica), la storia è ambientata in un luogo sconosciuto e in un tempo non precisato, mancano i nomi dei personaggi, come spesso succede nei libri di Saramago anche qui c'è un cane... e se vogliamo forse c'è scarsa originalità anche nel riproporre la coppia Eros/Thanatos. 
Peccati veniali ci mancherebbe, il libro è interessante e si legge volentieri, ho apprezzato la consueta ironia dell'autore, le allegorie, la pietas. 
Consuete, appunto.

sabato 20 settembre 2014

Franco Arminio - Geografia commossa dell'Italia interna


Vivo in campagna, svolgo la mia professione in città ma appena ne ho la possibilità mi piace dedicarmi alla cura dei campi, mi reggo su una gamba mentre l'altra sogna (come direbbe Strand), mi muovo in equilibrio costante tra mondo reale e mondo di fantasia. Amo la poesia. Con queste premesse avrei dovuto apprezzare questo libro. Invece. 
L'ho trovato incomprensibile, mi sono perso già dalla prima pagina e da lì in poi è stato tutto un rincorrere - a vuoto - il filo della matassa. 
Non esagero: sono state sufficienti poche battute introduttive, quelle che avrebbero dovuto chiarirne gli intendimenti per confondermi le idee. Ê successo esattamente alla quindicesima riga, quando Arminio ha introdotto il termine "paesologia", definendolo così: disciplina indisciplinata, raccoglie le voci del mondo, sente quel che vuol sentire, dice quello che vuol dire. Ecco, lì mi sono perso, anche perché poco più avanti, a ulteriore chiarimento, scrive che la paesologia denuncia l'imbroglio della modernità. Quello che conta è sentire che la modernità è una baracca da smontare [...] per costruire casa senza muri e senza tetti, costruire non la crescita, non lo sviluppo, costruire il senso di stare da qualche parte nel tempo che passa. Boh. 
Quello che ci capisco io è che la paesologia sarebbe una disciplina che non si riesce a definire (poco più avanti scrive che è una risposta a una domanda mai formulata e quindi mai ricevuta) e che si propone qualcosa di irrealizzabile. Ri-boh. 
Poco male, il fatto è che questo libro non ha neppure una trama definita: si tratta di pensieri, riflessioni, articoli di giornali, riviste e siti internet riciclati e assemblati a costituire una specie di testo antologico, all'interno del quale il fil rouge sembrerebbe essere la critica del modello di sviluppo della nostra società. 
I colpevoli sono, ovviamente, facilmente identificabili, anche con toni leggermente apodittici: Chi dobbiamo imputare per questo delirio della crescita infinita che sta distruggendo la Terra? - si domanda retoricamente Arminio - La mentalità capitalistica o il cristianesimo (ça va sans dire...). Perché il problema di quest'epoca, ci spiega, è teologico. Avremmo bisogno di una politica che abbia una dimensione mondiale e una dimensione locale, una capacità di vedere nello stesso tempo le questioni di una vallata e quelle di un continente, dobbiamo pensare come può pensare dio e come può pensare una mosca
Una volta identificati i colpevoli dello status quo e delineati con altrettanta precisione gli obiettivi da raggiungere, rimane solo da trovare lo strumento e i modi per arrivare all'Arcadia che Arminio teorizza. Nessun problema, il nostro ha già pensato con la consueta chiarezza anche a questi dettagli. Io spero che l'anno nuovo veda la nascita di una sinistra radicalmente ecologista, una sinistra limpida che lavora per una democrazia profonda. - scrive in Divagazioni sull'anno nuovo - Altro che elezioni. Una democrazia radicalmente locale, costruita da comunità provvisorie che si formano in ogni luogo e che in ogni luogo discutono col centro sulla forma da dare alle cose. Una capillare manutenzione dal basso. La società si decide spezzando l'autismo corale, aggredendolo e costruendo luoghi in cui ci si mette in cerchio e si fa democrazia. Si sta insieme e si decide, si passa il tempo e si decide su come passare il tempo. Dobbiamo imparare a stare da soli e a farci compagnia. Dobbiamo scendere molto in fondo a noi stessi e rimanere ben saldi in superficie assieme agli altri. Abbastanza chiaro, no? Tutto e il suo contrario. 
Alle affermazioni di Arminio mi verrebbe di rispondere con Venditti: No, compagni, amici, io disapprovo il passo, manca l'analisi e poi non c'ho l'elmetto. Sì perché è proprio l'analisi quella che mi sembra un po' debole. 
Quello che voglio dire è che a volte capita di imbattersi in argomenti particolarmente complessi, meritevoli di analisi approfondita e per i quali difficilmente esistono soluzioni a portata di mano. In questo caso, forse, sarebbe meglio astenersi da dire banalità. Parlare di Taranto in due paginette (La città di ferro), per interrogarsi se sia meglio mettere soldi su una fabbrica che non sarà mai innocua o se non sia preferibile orientare l'investimento anche in un grande piano di recupero del centro antico, mi sembra lecito ma anche esercizio retorico che poco aggiunge alla sostanza del problema, visto che la soluzione proposta è che ci vuole una politica all'altezza di un luogo straordinariamente bello e complesso: c'è la fabbrica, ci sono gli operai, ma ci sono anche i contadini intorno alla città, anche loro hanno un lavoro, anche loro hanno diritto a essere tutelati. E hanno diritto a essere tutelati i bambini e gli anziani di Taranto. E anche gli ipocondriaci: le persone che tendono a sviluppare malattie immaginarie
Tutte queste cose, ci sia perdonata l'immodestia, le sapevamo già (compresa la definizione di ipocondriaco), senza che ci fosse bisogno che ce le dicesse Arminio, se proprio doveva scrivere un articolo su Taranto (come sull'Aquila) forse poteva cercare di evidenziare un aspetto rimasto in ombra, di proporre un'analisi diversa, di sviluppare l'argomento in maniera originale... Questo almeno è quello che mi sarei aspettato io. 
Tralascio volutamente le descrizioni "poetiche" che affiorano qua e là e mi limito a segnalare questa perla: Rocchetta Sant'Antonio. Puglia nord. Per arrivare da casa ci vuole poco meno di mezz'ora. Una strada fatta di curve e pale eoliche. Non si incontra traffico. Ê una giornata di settembre né calda né fredda, la luce non è bella neppure brutta, il vento è debole, le nuvole sono lontane, il mio cuore è ancora storto (Un paesologo a Rocchetta).
Concludo dicendo che con questo pot-pourri di materiale raffazzonato si arriva a pagina 95, un po' pochino per farne un libro, per cui si è pensato bene di aggiungere una trentina di pagine chiamate Saggi deliranti e facoltativi, fatte di brevi riflessioni, aforismi, perle di saggezza e pensieri sfolgoranti da cui è possibile attingere a piene mani. Qualche esempio? Un paese è essenzialmente un luogo in cui circolano brutte notizie. 
 Nei paesi ci sono espressioni di grande eleganza. Tipo: Anna e Michele si sono messi insieme. 
 Siamo troppi e c'è troppo parlare. Un anno di silenzio, per ricominciare. (Ecco: se fossi Arminio su quest'ultima affermazione ci rifletterei seriamente...) 
 In questa ultima sezione del libro ho notato diversi attacchi alla Rete (che sarebbe il nostro diluvio universale, una pioggia incessante di parole) e a Facebook, non per l'uso che ne viene fatto, ma proprio come mezzo. Facebook è una creatura piccolo-borghese, - scrive Arminio - perché il tratto dominante della piccola borghesia è proprio quello di considerare che tutto è piccolo
 Non credo sia necessario aggiungere che il nostro ha un profilo Facebook dove è registrato come personaggio pubblico e paesologo con link ai suoi blog e dove sono segnalati suoi interventi pubblici (https://www.facebook.com/francoarminio?fref=ts).

sabato 13 settembre 2014

Ricardo Piglia - Respirazione artificiale


Premessa: questo libro richiede attenzione e concentrazione, non è la tipica lettura estiva (per questo, visto che ho avuto la bella idea di portarmelo in spiaggia, ho dovuto rileggerlo un paio di volte). 

Ê un libro originale, forse anche troppo. Originale nello stile, con la narrazione che passa dalla prima alla terza persona e poi a una stranissima “narrazione riferita” (non saprei come definirla diversamente): “una sera, raccontò Marconi, mi racconta Tardewski”, “apro, e nel farlo, dice Tardewski che gli raccontò Marconi”, e originale nella struttura, che assembla il romanzo epistolare, la biografia, la saga familiare, il giallo, il saggio storico-filosofico-letterario... 
Ho faticato ad orientarmi, a trovare un “centro” nel libro. Se volessi riassumere la trama potrei dire che è la storia dello scrittore Emilio Renzi che scrive la biografia dello zio Marcelo Maggi, il quale a sua volta tenta di ricostruire la biografia di Enrique Ossorio partendo dai suoi scritti... semplificazione estrema e rozza ma che credo renda bene le difficoltà che ho incontrato, anche considerando che poi la trama non si risolve, nel senso che quando Renzi parte per incontrare di persona Maggi, quest'ultimo sparisce. 
Un romanzo nel quale la narrazione mi sembra procedere per dittici, per coppie di personaggi (Maggi/Renzi, Maggi/Tardewski, Renzi/Tardewski, Borges/Arlt, Cartesio/Hitler, Kafka/Joyce, Kafka/Hitler) visti in continuità o in contrapposizione e nel quale la parte più convincente mi è sembrata la seconda, quella meta-letteraria, dove Piglia costruisce una specie di mappa della letteratura argentina esprimendo giudizi spesso tranchant su un sacco di scrittori e poi mescola realtà e fantasia a disegnare una trama verosimile, non vera ma più affascinante del vero. 
Respirazione artificiale è tante cose: un romanzo sull'esilio, sulla solitudine e sull'utopia, sul fallimento consapevole (non solo quello di Tardewski), sul Caso che interviene a modificare il corso delle vite, sulla ricerca delle radici, sul bisogno di fare ordine nel passato per cominciare a comprendere, sulle storie che ci raccontiamo per immaginare che ci sia successo qualcosa nella vita, ma soprattutto sul bisogno e sulla difficoltà di scrivere la musica che sentiamo dentro. 
Questo credo che sia, se non il trait d'union, almeno uno dei fili importanti che legano la storia:“Sento una musica e non posso suonarla, diceva, credo, Coleman Hawkins”, scrive Emilio Renzi a Maggi per spiegare l'impasse in cui si trova, “c'è qualcosa che ho compreso: la ragione che spiega questo disordine potrà essere formulata in una sola frase. Ma ho una sola paura, arrivare a concepirla e non poterla esprimere” dice il senatore Luciano Ossorio a Renzi, “tormentato dalle sue idee, perché voleva pensare bene e perché incontrava enormi difficoltà a scrivere. Lo faceva disperare la sola possibilità di non poter arrivare alla verità”, così si esprime Tardewski a proposito di Wittgenstein. 
Un romanzo sulla difficoltà di dire, di trovare le parole che mettano ordine tra le cose, di riuscire a restituire all'esterno quello che sentiamo nella maniera più precisa e compiuta possibile. 
Un romanzo sull'impossibilità del dire bene tutto ciò che deve essere detto (parafrasando Valery).

sabato 23 agosto 2014

Parole, parole, parole...


Le nostre parole sono come squadre di salvataggio che non rinunciano alla ricerca, il loro scopo è riscattare gli eventi passati e le vite ormai spente dal buco nero dell’oblio.

Le parole sono frecce, proiettili, uccelli leggendari all'inseguimento degli dei, le parole sono pesci preistorici che scoprono un segreto terrificante nel profondo degli abissi, sono reti sufficientemente grandi da catturare il mondo e abbracciare i cieli, ma a volte le parole non sono niente, sono stracci usati dove il freddo penetra, sono fortezze in disuso che la morte e la sventura varcano con facilità.

[Jón Kalman Stefánsson: "Paradiso e Inferno"]


Spesso le parole sono solo pietre inerti, indumenti consunti e laceri. Possono anche essere erbacce, portatori di infezioni nocive, assi marce che non reggerebbero nemmeno il peso di una formica, figuriamoci la vita umana. Eppure, le parole sono una delle poche cose di cui disponiamo davvero, quando tutto sembra prendersi gioco di noi. Tienilo a mente. E tieni a mente anche una cosa che nessuno capisce: le parole più insignificanti e improbabili possono caricarsi inaspettatamente di un pesante fardello, e condurre la vita in salvo, oltre burroni vertiginosi. 

Alcune parole sembrano sopportare il potere distruttivo del tempo, è così strano, certo, si stagionano, diventano un po’ opache, ma resistono e conservano in loro le vite trascorse da tempo, conservano il battito di cuori scomparsi, l’eco di una voce infantile, conservano antichi baci. 

Alcune parole sono scorze nel tempo, e racchiudono forse il ricordo di te. Le parole possono essere proiettili, ma possono anche essere squadre di soccorso. 

[Jón Kalman Stefánsson: "La tristezza degli angeli"]