sabato 23 agosto 2014

Parole, parole, parole...


Le nostre parole sono come squadre di salvataggio che non rinunciano alla ricerca, il loro scopo è riscattare gli eventi passati e le vite ormai spente dal buco nero dell’oblio.

Le parole sono frecce, proiettili, uccelli leggendari all'inseguimento degli dei, le parole sono pesci preistorici che scoprono un segreto terrificante nel profondo degli abissi, sono reti sufficientemente grandi da catturare il mondo e abbracciare i cieli, ma a volte le parole non sono niente, sono stracci usati dove il freddo penetra, sono fortezze in disuso che la morte e la sventura varcano con facilità.

[Jón Kalman Stefánsson: "Paradiso e Inferno"]


Spesso le parole sono solo pietre inerti, indumenti consunti e laceri. Possono anche essere erbacce, portatori di infezioni nocive, assi marce che non reggerebbero nemmeno il peso di una formica, figuriamoci la vita umana. Eppure, le parole sono una delle poche cose di cui disponiamo davvero, quando tutto sembra prendersi gioco di noi. Tienilo a mente. E tieni a mente anche una cosa che nessuno capisce: le parole più insignificanti e improbabili possono caricarsi inaspettatamente di un pesante fardello, e condurre la vita in salvo, oltre burroni vertiginosi. 

Alcune parole sembrano sopportare il potere distruttivo del tempo, è così strano, certo, si stagionano, diventano un po’ opache, ma resistono e conservano in loro le vite trascorse da tempo, conservano il battito di cuori scomparsi, l’eco di una voce infantile, conservano antichi baci. 

Alcune parole sono scorze nel tempo, e racchiudono forse il ricordo di te. Le parole possono essere proiettili, ma possono anche essere squadre di soccorso. 

[Jón Kalman Stefánsson: "La tristezza degli angeli"]

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