domenica 11 dicembre 2016

Hermann Broch – I sonnambuli


---Hors Catégorie---

Leggere il proprio tempo è impresa difficile, difficilissima. Molti si confrontano con questa montagna, pochi, pochissimi ne vengono a capo. Con il paradosso che spesso a riscuotere più successo è chi fallisce e non chi riesce nell’impresa, come se vedere nel profondo ci facesse paura, come se in realtà non volessimo capire davvero quello che ci succede. E così succede che ci si affidi alle voci di comodo e che si accomodi sotto l’ombrello protettivo del senso comune, del pensiero condiviso, privilegiando di volta in volta le voci consolatorie o quelle apocalittiche, sempre seguendo la corrente.
Broch è stato uno di quelli in grado di leggere il suo tempo e I sonnambuli è un libro enorme, uno di quelli che sta dalle parti dell’Uomo senza qualità, tanto per capirci. Perché I sonnambuli non è solo un’opera che spiega la realtà mitteleuropea a cavallo del Novecento, ma parte dal particolare per giungere ad una riflessione sull’uomo tout court,  con riflessioni che superano la prova degli anni tanto da poter essere considerate valide anche per i tempi che ci troviamo ad abitare.
Romanzo realistico o romanzo psicologico, si è scritto; romanzo-mondo, dico io. Opera che contiene al suo interno talmente tante idee che necessiterebbe di letture ripetute e più attente di quelle che io sono riuscito a concedergli: tre volumi che narrano accadimenti che si svolgono rispettivamente nel 1888, nel 1903 e nel 1918, a distanza di quindici anni uno dall’altro, tre protagonisti, Pasenow, Esch ed Huguenau, che incarnano in ognuna delle tre parti lo spirito del tempo.
Pasenow è l’uomo legato alla disciplina, il soldato che affida alla divisa il ruolo di “indicare e stabilire l’ordine del mondo ed eliminare l’aspetto incerto e fluido della vita”. Avrebbe bisogno di una guida, di qualcuno in grado di dirgli cosa fare e di aiutarlo ad orientarsi nelle cose del mondo, non trovandolo decide di sacrificare la libertà e di affidarsi alle regole della vita militare, limitandosi a galleggiare nella quotidianità. Non capisce la realtà, è attratto da chi è diverso da lui, dal nuovo, ma non sa muoversi su questo terreno per cui si ingegna a costruire collegamenti improbabili che gli consentano di spiegare quello che succede, perennemente sospeso tra ciò che vuole e ciò che crede gli altri si aspettino da lui.
Se Pasenow è il vecchio, lo spirito di un’epoca destinata a scomparire, l’ultimo rigurgito di un secolo superato che cerca di arroccarsi nella difesa ottusa di un ordine fine a se stesso, rifiutandosi di confrontarsi con il cambiamento, Esch invece incarna la forza per certi versi “dionisiaca” delle nuove idee. Dibattuto tra sensi di colpa e ricerca del piacere inteso come via per trascendere l’angoscia che lo domina, riscattare la solitudine dell’animo umano (unica strada verso la salvezza), sente il dovere morale di fare qualcosa, di espiare in qualche modo e portare giustizia (“sacrificarsi per l’avvenire ed espiare il passato; un galantuomo si sacrifica, se no non ci sarà mai un ordine!”). Un Esch dostoevskijano, direi, che si trova a confrontarsi con idee nuove, a percorrere con passo insicuro quelle stesse strade che Pasenow rifiutava, terreni impervi che confinano con l’anarchia.
Per quanto diversi, Pasenow ed Esch hanno un tratto che li accomuna: entrambi si sforzano di leggere il loro tempo ed entrambi sembrano farlo filtrando la realtà attraverso un paio di occhiali sbagliati. Faticano ad interpretare i rapporti tra i fatti e quelli tra le persone, ci costruiscono sopra teorie strampalate e poi agiscono a base a queste costruzioni fallaci.
Il terzo volume de I sonnambuli rappresenta la summa dell’intera opera, un cambio di marcia rispetto ai due volumi precedenti espresso anche dal punto di vista stilistico: la narrazione è contaminata da inserimenti di saggistica, testi poetici, teatrali, riflessioni filosofiche, dialoghi, critica, storia dell’arte, articoli di giornale, lettere… che rendono farraginosa la lettura ma contemporaneamente costituiscono le tessere necessarie alla composizione del puzzle che Broch ha in mente. Huguenau, il protagonista di questa terza parte, è il simbolo dell’epoca, un opportunista chiuso in se stesso, privo di valori, una personalità sterile figlia di una logica che non porta a nulla ma guarda solo al proprio interesse. Huguenau incarna alla perfezione la crisi di valori che Broch vuole descrivere, una crisi figlia dell’indifferenza, di una frammentazione della realtà in mille rivoli, sfere di interesse che finiscono per svilupparsi autonomamente una dall’altra e per radicalizzarsi fino a schiacciare l’uomo facendolo diventare ingranaggio. Sono sfere che, come detto, seguono logiche personali, perseguono fini diversi, vanno in direzioni diverse e tendono a conclusioni diverse: il risultato è uno smembramento della realtà con l’individuo che diventa “incapace di afferrare un qualunque valore al di fuori della sua strettissima sfera individuale”, perché “l’uomo sciolto da ogni gruppo etico, è diventato unicamente portatore del valore individuale, l’uomo metafisicamente “espulso”, espulso perché il gruppo si è dissolto e polverizzato in individui, è affrancato dal valore e dallo stile e a determinarlo non resta ormai che l’irrazionale”. Razionale ed irrazionale sono le parti che Broch identifica come necessarie e complementari alla costituzione di un unicum  inteso come entità superiore posta al di fuori delle nostre competenze e verso la quale dovrebbe tendere l’uomo  per arrivare alla salvezza.


Semplicemente una delle letture più importanti di sempre.

domenica 20 novembre 2016

Bruno Schulz – Le botteghe color cannella




Libro di una bellezza struggente, che testimonia la superiorità della (grande) letteratura sulla realtà. Di fronte all’angosciante situazione personale, politica e sociale che si trovava a vivere, Schulz reagisce rifugiandosi nell’immaginazione, costruendo una cosmogonia che ha al centro il padre-demiurgo, personaggio dai tratti donchisciotteschi, al quale fa da contraltare la domestica Adela, figura che incarna il potere della ragione che si oppone e schiaccia la fantasia.
Le botteghe color cannella è un viaggio sorprendente, una cavalcata attraverso i tentativi del padre e poi anche del figlio di rompere le maglie di una realtà che ha imprigionato gli uomini nel ruolo di attori per farsi protagonisti, creatori di un loro mondo. Si tratta di tentativi attuati in maniera diversa ma accomunati dal carattere della provvisorietà, dal fatto che entrambi non si propongono di arrivare per forza a un risultato concreto; proprio perché sono giocati nel campo della fantasia, questi tentativi devono rimanere sul lato del possibile e non su quello del certo, in maniera da poter sempre essere alimentati da nuova linfa, da nuove idee. 
Il tentativo prometeico del padre è ben esplicato nell’esposizione del “Trattato dei manichini”, teoria con la quale egli dichiara di voler diventare creatore “in minore”, di una sfera più piccola rispetto a quella del divino, ma con una sua identità ben definita:
Troppo a lungo abbiamo vissuto sotto l'incubo dell'irraggiungibile perfezione del Demiurgo, diceva mio padre, troppo a lungo la perfezione della sua opera ha paralizzato il nostro slancio creativo. Non vogliamo competere con lui. Non abbiamo l'ambizione di eguagliarlo. Vogliamo essere creatori in una sfera nostra, inferiore, aspiriamo a una nostra creazione, aspiriamo alle delizie della creazione, aspiriamo, in una parola, alla demiurgia.
Il tentativo del figlio invece è affidato  al racconto dell’”Epoca geniale”, periodo della vita del protagonista in cui egli si proporrà di perseguire gli stessi scopi del padre con strumenti diversi (il disegno) e soprattutto con la ricerca di simboli, quali il Libro, l’Autentico, il depositario del sapere universale, che prende vita e vigore dalla natura mortale degli altri libri, mentre lui non può finire, ma si espande durante la lettura.
I racconti de Le botteghe color cannella sono un caleidoscopio di colori, odori, sapori, un fluire di pensieri fantastici che si spandono in ogni direzione, un’esplosione di trovate alla quale si fatica a star dietro: dall’idea di far covare uova di uccelli esotici da galline locali con il risultato di ritrovarsi con strani animali per casa, alla Via dei Coccodrilli, grigio quartiere della città nel quale le carrozze circolano senza conducente, i tram sono sventrati e spinti da facchini e i treni non si sa quando passeranno e dove si fermeranno.
E poi ancora: la trasformazione del padre in scarafaggio e successivamente la sua ricomparsa in vita dopo la morte (se è davvero morto) sotto forma di gambero o di scorpione, la storia di Francesco Giuseppe I e di suo fratello (se è davvero suo fratello) e il richiamo in vita di una serie di personaggi storici con i quali il protagonista si imbarca in una strampalata avventura che non arriverà alla conclusione perché egli abdicherà al suo ruolo di guida. Ci sono gli studi di “meteorologia comparata” del padre che spiega il prolungarsi dell’estate nell’autunno con l’influenza della mielosità dell’arte barocca che finirebbe con l’influenzare anche il clima, e la possibilità di rallentare il tempo, sospenderlo, cancellarlo, fino ad avere tanti tempi individuali al posto di un tempo assoluto, c’è il “mesmerismo”, l’idea dell’uomo come stato transitorio della materia e la teoria della Natura che sfrutterebbe gli esperimenti dell’uomo per un fine che non conosciamo… Insomma: Le botteghe color cannella è un fiume che ha rotto gli argini e si spande in ogni direzione nel tentativo di sfuggire all’obbligo di correre all’interno di quelle sponde nelle quali è da sempre stato costretto, un fiume scosso dalla curiosità, animato dalla voglia di vedere cosa c’è dall’altra parte, in quei territori che gli sono sempre stati proibiti.

Nei Diari, Gombrowicz ha per l’amico (?) Schultz parole al vetriolo e lo definisce un masochista, impaurito dalla sola idea di esistere; respinto dalla vita, si muoveva di soppiatto ai suoi margini, aggiungendo poi che Schulz era l’autoannullamento nella forma: il pazzo annegato. Io (ça va sans dire…) ero l’aspirazione a raggiungere, attraverso la forma, il mio “io” e la realtà, il pazzo ribelle.
Sorprendente? Fino a un certo punto. Ovvio che una personalità strabordante ed egocentrica come Gombrowicz cercasse di sminuire l’importanza di Schulz: lui era un’ape regina e non tollerava che qualcuno potesse fargli ombra, tantomeno un amico, tantomeno uno che pescava nel suo stesso mare. Ingeneroso, certo, ma per quel che mi riguarda il suo posto nel Pantheon dei Grandi del Novecento Gombrowicz se l’è conquistato con i suoi romanzi più che con qualche rancoroso giudizio.

Tornando ab ovo: considero Le botteghe color cannella lettura consigliata a tutti ma necessaria a quelli che credono nel potere magico della Letteratura. Per loro questo sarà un libro iniziatico, il Libro, l’Autentico. E Schulz il Messia.

sabato 5 novembre 2016

Georgi Gospodinov – …e altre storie


Anche nei racconti (che pure non mi sembrano la forma letteraria che più gli è congeniale) Gospodinov si conferma una delle voci più interessanti nel panorama letterario europeo contemporaneo.

“…e altre storie” è una raccolta in bilico tra reale e surreale, nella quale ritroviamo di frequente episodi dell’infanzia dell’autore che filtrati dalle esperienze successive finiscono per diventare qualcosa di diverso. Infanzia come regno della fantasia che genera possibilità infinite ed altrettanti mondi, ai quali si contrappone la realtà monolitica delle età successive, per definizione unica e immodificabile.

La capacità di inventare storie è la strada che Gospodinov ci indica per sfuggire al grigiore di una vita altrimenti destinata a correre sui binari delle certezze, ma lo scrittore non si ferma qui: l’ironia lieve che attraversa queste storie e che sembra voler togliere peso alle situazioni narrate è una specie di cavallo di Troia che nasconde al suo interno un disegno eversivo, visto che lo stesso autore non manca di farci notare come ormai nessuna storia può più essere inoffensiva (“La mosca nel pisciatoio”). Nella lotta contro la realtà la fantasia diventa un’arma in grado di  generare conseguenze imprevedibili: basta il saluto di una sconosciuta ad innescarla, forse perché siamo in qualche modo “predisposti”, in attesa dell’imprevisto, di qualcosa fuori dagli schemi in grado di modificare la routine (“Cristina che saluta tutti dal treno”).

Ma la fantasia può essere un’arma pericolosa anche per chi la usa, come in “Un regalo arrivato tardi”, quando un poveraccio crede di essere inquadrato dalla televisione e si sente costretto ad improvvisarsi intrattenitore per una notte intera, o come nel bellissimo “Peonie e pansè” che ci mette in guardia sul rischio di rimanere abbacinati dalla bellezza del sogno finendo per perdere di vista i tempi della vita o magari per auto-suggestionarsi come il vecchio di “Anima viva” che parla con i defunti del cimitero come se fossero vivi.

Storie per recuperare la capacità di volare, storie per ingannare il tempo, storie per difendersi dalla realtà… ne abbiamo bisogno, questo è il punto: sono belle di per sé, per il solo fatto di esistere, e pazienza se ad ascoltarle è qualcuno che non capisce la nostra lingua (come in “Una seconda storia”, uno dei racconti più interessanti della raccolta).