sabato 1 marzo 2014

Cormac McCarthy - Sunset Limited


Un libro “concentrato”, più che un libro breve. Un dialogo, una pièce teatrale, una partita a scacchi dove il Bianco e il Nero sono la ragione e la fede. 
Una partita che, nonostante i tentativi del Nero, non può essere giocata perché non esiste un terreno comune dove confrontare le tesi che i due contendenti esprimono; tesi che, riprendendo la metafora del Sunset Limited (il treno della metropolitana newyorkese) corrono su binari paralleli, destinati a non incontrarsi mai, eppure necessari entrambi per la corsa del treno. 
Il Nero cercherà fino alla fine di aiutare il Bianco a trovare i motivi per desistere dal proposito suicida. Invano però, perché il Bianco ha già analizzato nei dettagli la situazione ed il suicidio è la soluzione alle sue domande; un un sorprendente finale ci dimostrerà che è il Nero quello che cerca una ragione per cui valga la pena vivere, quello che ha “bisogno” di aiutare l l'altro per trovare un motivo per andare avanti. 
Il dramma del testo nasce, come detto, dall'impossibilità di far dialogare Bianco e Nero, due metà incompatibili eppure entrambi presenti nell'animo umano. Siamo fatti (anche) di contraddizione, mi verrebbe da dire. Né tutti neri, né tutti bianchi, siamo sfumature di grigio. 
 Che lo si accetti o no.

domenica 23 febbraio 2014

Fëdor Michajlovič Dostoevskij - Povera gente

Succede che un giorno, mentre te ne stai andando verso i cinquanta, ti sorprendi a pensare che hai letto poco di Dostoevskij. 
Succede che pensi che non sta bene. Che a te non sta bene. 
E allora decidi che è arrivato il momento di mettersi a leggerlo. 
Dall'inizio. 
Tutto. 

Opera prima di Dostoevskij, pubblicata nel 1846 all'età di ventiquattro anni e certamente opera minore, nonostante l'immediato successo riscosso. 
Si tratta di un romanzo epistolare ambientato a Pietroburgo e parzialmente ispirato al Cappotto gogoliano. Una trama lineare: il fitto carteggio ed i pochi incontri tra Makar Djevuskin e Varvara Dobrosjelova, lui maturo copista e lei giovane orfana, che si raccontano le reciproche disavventure, i casi della vita, le loro storie di povera gente, cercando di sostenersi a vicenda, lasciando intravedere un sentimento destinato a rimanere sulla carta perché Djevuskin non vorrà mai ammetterlo, parlando sempre di amore paterno. Alla fine Varvara deciderà di accettare la proposta di matrimonio di un ricco e vecchio possidente per togliersi dalla posizione di indigenza ed anche per aiutare economicamente l'amico Makar che però precipiterà nello sconforto non riuscendo ad accettare la decisione della ragazza. 
Pur nella semplicità dell'argomento trattato, con descrizioni di maniera e qualche scivolamento nel patetismo, mi sembra di poter dire che in Povera gente è già in nuce quell'attenzione all'introspezione, quello scavo nei sentimenti dei protagonisti che caratterizzeranno tutta la produzione letteraria di Dostoevskij. L'affetto che Makar e Varvara dicono di provare l'uno per l'altro alla prova dei fatti dimostra di non essere immune da una buona dose di egoismo. Il copista, ad esempio, sacrifica buona parte dei suoi magrissimi guadagni ed accetta di vivere nella miseria più nera pur di aiutare la ragazza, ma il suo aiuto non sembra poi tanto disinteressato (“voi intanto pensate di lasciarci; ma tenete bene a mente che a me può capitare un guaio serio. Voi rischiate di rovinarvi, e di rovinare me”). Più che sostenere la giovinetta Makar sembra volerle rimanere attaccato come un naufrago ad una zattera dalla quale dipende la sua salvezza (“ma se poi vi aiuto, povero me, mi scappate via come un uccellino dal nido che quei brutti gufi, quegli uccellacci da rapina si preparano a farne un boccone”). Dal canto suo Varvara dimostrerà di non essere da meno: quando capita l'occasione propizia la coglie al volo, accettando di sposare un uomo che non ama, dimostrando di riuscire a mettersi alle spalle il passato senza troppi sensi di colpa nei confronti dell'amico. 
Anche il genere letterario scelto da Dostoevskij per il suo primo romanzo è funzionale al tipo di ricerca che l'autore si propone di sviluppare. Grazie all'epistola, infatti, può esprimersi per monologhi più che per dialoghi, monologhi che – come osserva M. Bachtin – sono costruiti tenendo sempre in considerazione l'interlocutore assente (“nella sua prima opera Dostoevskij elabora lo stile così caratteristico di tutta la sua opera, di tutta la sua creazione, determinato dalla intensa anticipazione della parola altrui”). In Povera gente l'altro, anche se non nominato, è sempre presente: Djevuskin si sente giudicato, pensa sentendosi osservato e poi agisce in base a questo sentire. Quella dell'altro è una presenza qui solo abbozzata e non ancora pienamente sviluppata ma è una costante fondamentale che verrà ripresa ed esplorata più compiutamente nelle opere successive del grande russo.

sabato 22 febbraio 2014

Quel che impararono gli allievi di Amalfitano


E cos'è che impararono gli allievi di Amalfitano? Impararono a recitare a voce alta. Mandarono a memoria le due o tre poesie che più amavano per ricordarle e recitarle nei momenti opportuni: funerali, nozze, solitudini. Capirono che un libro era un labirinto e un deserto. Che la cosa più importante del mondo era leggere e viaggiare, forse la stessa cosa, senza fermarsi mai. Che una volta letti gli scrittori uscivano dall'anima delle pietre, che era dove vivevano da morti, e si stabilivano nell'anima dei lettori come in una prigione morbida, ma che poi questa prigione si allargava o scoppiava. Che ogni sistema di scrittura è un tradimento. Che la vera poesia vive tra l’abisso e la sventura e che vicino a casa sua passa la strada maestra dei gesti gratuiti, dell’eleganza degli occhi e della sorte di Marcabruno. Che il principale insegnamento della letteratura era il coraggio, un coraggio strano, come un pozzo di pietra in mezzo a un paesaggio lacustre, un coraggio simile a un vortice e a uno specchio. Che leggere non era più comodo che scrivere. Che leggendo s’imparava a dubitare e a ricordare. Che la memoria era l’amore.

[R. Bolaño: "I dispiaceri del vero poliziotto"]

domenica 16 febbraio 2014

Sintesi e analisi

Il problema dei nostri tempi?
Tutto è sintesi, ma manca l'analisi.

(LWV)

sabato 15 febbraio 2014

Parole povere



Uno, in piedi, conta gli spiccioli sul palmo 
l'altro mette il portafoglio nero 
nella tasca di dietro dei pantaloni da lavoro. 

Una sarchia la terra magra di un orto in salita 
la vestaglia a fiori tenui 
la sottoveste che si vede quando si piega. 

Uno impugna la motosega 
e sa di segatura e stelle. 

 Uno rompe l'aria con il suo grido 
perché un tronco gli ha schiacciato il braccio 
ha fatto crack come un grosso ramo quando si è spezzato 
e io c'ero, ero piccolino. 

Uno cade dalla bicicletta legata 
e quando si alza ha la manica della giacca 
strappata e prova a rincorrerci. 

Uno manda via i bambini e le cornacchie 
con il fucile caricato a sale. 

Uno pieno di muscoli e macchie sulla canottiera 
Isolina portami un caffè, dice. 

Uno bussa la mattina di Natale 
con una scatola di scarpe sottobraccio 
aprite, aprite. È arrivato lo zio, è arrivato 
zitto zitto dalla Francia, dice, schiamazzando. 

 Una esce di casa coprendosi un occhio con il palmo 
mentre con l'occhio scoperto piange. 

Una ride e ha una grande finestra sui denti davanti 
anche l'altra ride, ma non ha né finestre né denti davanti. 

Una scrive su un involto da salumiere 
sono stufa di stare nel mondo di qua, vado in quello di là.

Uno prepara un cartello 
da mettere sulla sua catasta nel bosco 
non toccarli fatica a farli, c'è scritto in vernice rossa. 

Uno prepara una saponetta al tritolo 
da mettere sotto la catasta e il cartello di prima 
ma io non l'ho visto. 

Una dà un calcio a un gatto 
e perde la pantofola nel farlo. 

Una perde la testa quando viene la sera 
dopo una bottiglia di Vov. 

Una ha la gobba grande 
e trova sempre le monete per strada. 

Uno è stato trovato 
una notte freddissima d'inverno 
le scarpe nella neve i disegni della neve 
sul suo petto. 

Uno dice qui la notte viene con le montagne all'improvviso 
ma d'inverno è bello quando si confondono 
l'alto con il basso, il bianco con il blu. 

Uno con parole proprie 
mette su lì per lì uno sciopero destinato alla disfatta 
voi dicete sempre di livorare 
ma non dicete mai di venir a tirar paga 
ingegnere, ha detto. Ed è già 
il ricordo di un ricordare. 

Uno legge Topolino 
gli piacciono i film di Tarzan e Stanlio e Ollio 
e si è fatto in casa una canoa troppo grande 
che non passa per la porta. 

Uno l'ho ricordato adesso adesso 
in questo fioco di luce premuta dal buio 
ma non ricordo che faccia abbia. 

Uno mi dice a questo punto bisogna mettere 
la parola amen 
perché questa sarebbe una preghiera, come l'hai fatta tu. 

E io dico che mi piace la parola amen 
perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra 
e di pietà dentro il silenzio 
ma io non la metterei la parola amen 
perché non ho nessuna pietà di voi 
perché ho soltanto i miei occhi nei vostri 
e l'allegria dei vinti e una tristezza grande.

[Pierluigi Cappello: "Mandate a dire all'imperatore"]