domenica 5 gennaio 2020
sabato 28 dicembre 2019
Tre tristi tigri – Guillermo Cabrera Infante
"Tres
tristres tigres, tragaban trigo en un trigal,
en
tres tristes trasto, tragaban trigo tres tristes tigres."
Cabrera Infante è stato un
funambolo della parola scritta e TTT
rappresenta il vertice della sua produzione letteraria, un romanzo (molto sui
generis) che racconta a ritmo di jazz la vita nell'Avana pre-rivoluzionaria
della fine anni Cinquanta.
A brandelli di una narrazione più
o meno convenzionale, si alternano pagine bianche, pagine nere, pagine ruotate
allo specchio e ricordi, frammenti di conversazioni nei quali l'autore prova a
restituirci la lingua della strada, quella parlata dalla gente. Il risultato è
un romanzo polifonico, strampalato e affascinante, scritto in uno stile che
definirei "surrealismo caraibico" e che rappresenta un unicum nella
letteratura sudamericana.
Inutile anche solo provare a dare
un'idea della trama parlando della morte
di Trockij raccontata secondo lo stile di diversi scrittori, o delle versioni
corrette più volte di un episodio accaduto a due turisti americani, o delle
conversazioni di una donna con il suo psicologo, per non dire degli assurdi e
straripanti giochi di parole di Bustrófedon…
TTT è soprattutto una specie di ultimo ballo sul
Titanic, il racconto di una società decadente: Batista è al canto del cigno, di
lì a poco la rivoluzione castrista spazzerà via quel mondo e intanto i
personaggi del libro sfrecciano su auto sportive lungo il Malecón, attratti dalle bellezze locali ("Cuba:
un'isola nella quale le donne non usano vestiti ma guanti per tutto il
corpo"), incuranti o inconsapevoli di quello che sta per succedere e
interessato solo a succhiare il nettare di un tempo che fugge.
È proprio il movimento la cifra
del libro, un girovagare folle e disperato tra bar e locali notturni. Tutti
parlano senza dire niente di ciò che sembra davvero importante, sfuggendo con
pervicacia ogni forma di impegno e affrontando anche i temi più importanti con
indolenza e cinismo, annacquando i pensieri nell'alcool e rifugiandosi in
sterili giochi di parole ("Questo è il mio autoritratto: – dice ad un
certo punto uno dei protagonisti – passo la vita sciupando le mie poche
cartucce in molti colpi a salve"), quasi che lo scopo delle loro vite non fosse altro che ridurre tutto alla
nobile arte del cazzeggio.
Aggiungo che TTT è un altro dei troppi grandi libri scomparsi da tempo dagli
scaffali delle librerie italiane a testimonianza della miopia delle nostre case
editrici.
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sabato 21 dicembre 2019
Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati – Andreas Moster
Chiudo gli occhi e la giostra comincia
a girare
Esordio con il botto di uno
scrittore da seguire con attenzione, Siamo
vissuti qui è un libro che coniuga con sapienza una trama originale con uno
stile "espressionista", alternando nella narrazione il punto di vista
interno ed esterno e il tempo presente con il passato remoto.
Atmosfere claustrofobiche, che riecheggiano
quelle del Gelo bernhardiano, per una
storia ambientata in un paesino di montagna, dove la vita che scorre su binari
cristallizzati attraverso generazioni di padri padroni e madri invisibili viene
sconvolta dall'arrivo di uno straniero. Tra simboli, metafore e riti di
iniziazione, Moster descrive con mano sicura quello che succede quando un
granello di sabbia entra nei meccanismi della macchina e finisce per mandarla
fuori giri. Desideri da sempre frustrati trovano l'occasione per alzare la
testa ed opporsi ad uno status quo iniquo, resuscitandone gli istinti più
bestiali. I personaggi del romanzo sono tutti o quasi ben caratterizzati e i
vuoti che la narrazione presenta sembrano essere un "non detto"
inserito ad arte per alimentare la tensione narrativa, ma identificherei il
tratto dominante del libro nel linguaggio e mi riferisco soprattutto alle parti
in cui la ragazzina parla in prima persona, frasi brevi e secche come sentenze
ma che si lasciano dietro una scia di amarezza, fatica e disillusione,
difficile da dimenticare. Verrebbe da dire che forse è proprio la parola
l'unica strada che la ragazza può percorrere per rompere le catene che la
tengono legata al padre e al paese, solo attraverso la parola riuscirà ad
essere libera, almeno con la fantasia.
"Chiudo gli occhi e la
giostra comincia a girare. Spalanco gli occhi e la giostra si ferma."
sabato 14 dicembre 2019
Uccidendo nani a bastonate – Alberto Laiseca
Alberto Jesús Laiseca è stato uno
dei tanti "irregolari" della letteratura sudamericana come ben testimonia
questa raccolta, una serie di racconti nei quali si fatica a trovare un tratto
comune. Da subito si è proiettati in un mondo nel quale il reale si scompone e
trasforma in immaginario come nelle Metamorfosi di Escher, con il tempo che
risulta un'opinione e le regole che finiscono
spesso per essere capovolte. È un mondo che diverte e insieme confonde il
lettore che inevitabilmente arranca dietro alle trovate dello scrittore
argentino faticando a trovare punti fissi ai quali ancorarsi.
Non è semplice entrare in sintonia
con una scrittura così ricca di aggettivi e con un genere sospeso tra il
grottesco e il fantastico e che Laiseca definiva "realismo delirante",
ma attenzione a non prendere sottogamba queste storie: a volte basta sostituire
ai protagonisti le vittime della repressione argentina per scoprire un
sottotesto molto più ricco di quanto possa sembrare in apparenza.
Tra le pagine di Uccidendo nani a bastonate si trova un
po' di tutto (a parte i nani del titolo che sono solo una metafora
"forte"): autobus spinti dagli uomini, macchine per viaggiare dentro
ad un tornado, strumenti di tortura, persino una macchina per pugnoscrittura a
pedali e piante che assorbono la violenza… ma sono soprattutto i temi di questi
racconti a disorientare il lettore. La lingua, la pazzia, la paranoia, il
potere tecnocratico, la tortura e soprattutto i frequenti riferimenti al
nazismo, spesso ridicolizzato (e di nuovo non si può non pensare alla guerra
sporca degli anni '70).
Passeggiando sull'orlo del vulcano,
Laiseca si diverte a gettarci in faccia ciò che dovrebbe scandalizzarci,
mostrandoci come ciò sia stato ormai depotenziato fino a diventato routine, non
riuscendo più a scuotere i nostri animi, lasciandoci nel dubbio se gli
strampalati racconti di Uccidendo nani a
bastonate siano esercizi di stile, apologhi travestiti da nonsense o, più
probabilmente, entrambi le cose.
sabato 7 dicembre 2019
Leviatano o il migliore dei mondi – Arno Schmidt
Nichilista?
Altroché!
Difficile guardare al futuro con
ottimismo per chi, come Arno Schmidt, ha partecipato alla II Guerra mondiale
nelle fila dell'esercito tedesco, avendone vissuto in prima persona gli orrori
e le aberrazioni. Il cinismo è la cifra di un autore che non nutre più alcuna
fiducia nell'uomo e nell'umanità e che sembra solo attendere ed auspicare la
fine della storia.
Leviatano è un libro durissimo, il resoconto diaristico di
due giorni di viaggio in treno di un gruppo di sbandati slesiani in fuga
dall'esercito russo. Una scrittura per frammenti: immagini, gesti, colori. Parole
appuntite come spade, verbi ripetute, frasi secche e condensate all'osso che si
alternano con ritmo sincopato restituendo perfettamente l'atmosfera cupa del
momento ("Il lungo crepuscolo. Trascinare. Buio bisbiglia, al modo di un
pittore che mescoli incerto un colore notturno. Trascinare. Giallo polveroso.
Trascinare. Rosso fuligginoso. Trascinare. Da una finestra sul vuoto ammiccò
pieno il primo astro; grasso, sfacciatamente giallo, un banchiere. Trascinare.
Il cielo si fece chiaro e promise freddo in arrivo.")
I protagonisti sono uomini e donne
che si aggirano intorno ai binari di luoghi spettrali come morti-viventi,
sonnambuli che galleggiano in un presente fragilissimo, sospeso tra un passato
troppo lontano e un futuro inesistente. L'hic et nunc di Arno Schmidt è
provvisorietà, pura sopravvivenza senza margini per la speranza. Nulla sembra
avere senso: Dio, le leggi che regolano la materia, i principi della fisica e
della filosofia, le cose del mondo.
Un mondo alla fine del mondo, dove
vivere o morire è solo questione di fortuna.
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