domenica 15 novembre 2009

sabato 14 novembre 2009

Guardare il mare



"Desidero vedere il mare in santa pace" disse. [...]"Mi dà l'impressione... ecco... come se..." esitò, cercando le parole per espirimersi "come se io fossi maggiormente me stesso, se comprenderete ciò che voglio dire. Maggiormente me stesso, e non così completamente una parte di qualcun altro. Non semplicemente una cellula del corpo sociale. Non dà anche a voi questa impressione Lenina?"
Ma Lenima piangeva. "E' orribile, è orribile!" [...] "Dopo tutto, ciascuno lavora per un altro. Noi non possiamo far nurlla senza gli altri. Perchè gi Epsilon..."
"Sì, lo so" disse Bernardo ironico, "Persino gli Epsilon sono utili. Lo sono anch'io. E, dannazione, vorrei non esserlo!"
Lenina era offesa dalle sue imprecazioni. "Bernardo!" protestò con voce di rattristato stupore. "Come potete?"
Con tono differente: "Come posso?" egli ripetè meditabondo. "No, il vero probema è: come va che io non posso, o piuttosto - perchè, dopo tutto, io so benissimo perchè non posso - cosa sarebbe se io potessi, se fossi libero, non tenuto in schiavitù dal mio condizionamento?"
"Ma, Bernardo, voi dite le cose più terribili."
"E voi non desiderate d'essere libera, Lenina?"
"Non so cosa volete dire. Io sono libera. Libera di viviere una vita meravigliosa. Tutti ora sono felici."
Egli rise. "Sì, tutti ora sono felici. Cominciamo con l'insegnarlo ai bambini di cinque anni. Ma non vorreste essere felice in un'altra maniera, Lenina? Nella vostra maniera per esempio; non nella maniera di tutti gli altri."

[...]

"Voglio sapere cos'è la passione" lo udì dire. "Voglio provare qualche scossa violenta."
"Quando l'individuo sente la comunità è in pericolo." avvertì Lenina.
"Ebbene, perchè non dovrebbe essere un pò in pericolo?"
"Bernardo!"
Ma Bernardo non rimase per nulla sconcertato.
"Degli adulti intellettualmente e durante le ore di lavoro" continuò. "Dei bambini quando si tratta di sentire e di desiderare."

[Aldous Huxley: "Il mondo nuovo"]

sabato 7 novembre 2009

Il linguaggio (ostacolo alto)


Definiamo il linguaggio come il mezzo che ci serve per manifestare i nostri pensieri.
[...] La cosa più pericolosa di questa definizione è l'atteggiamento ottimistico con cui siamo soliti ascoltarla. Perchè ella stessa non ci assicura che mediante il linguaggio possiamo manifestare, con sufficiente adeguatezza, tutti i nostri pensieri. Non si compromette fino a tal punto, però tanto meno ci fa vedere limpidamente la verità rigorosa: che essendo impossibile all'uomo intendersi con i suoi simili, perchè è condannato a radicale solitudine, egli si sforza estenuamente di mettersi in contatto con il prossimo. Di questi sforzi il linguaggio è quello che riesce talvolta a dichiarare con maggior approssimazione alcune cose tra quelle che ci passano dentro. Niente più. Però, ordinariamente, non usiamo queste riserve. Al contrario, quando l'uomo si mette a parlare lo fa perchè crede che si accinge a dire quanto pensa. Ebbene, questo è quel che è illusorio. Il linguaggio non offre fino a tanto. Dice, più o meno, una parte di quel che pensiamo e pone un ostacolo insormontabile alla trasfusione del resto. Serve abbastanza bene per enunciati e prove matematiche; già a parlar di fisica comincia a farsi equivoco ed insufficiente. Però a mano a mano che la conversazione si occupa di temi più importanti di questi, più umani, più "reali", va aumentando la sua imprecisione, la sua torpidità e confusione. Docili al pregiudizio inveterato secondo cui parlando ci intendiamo, diciamo e ascoltiamo con tanta buona fede che finiamo molte volte per fraintenderci molto più che, se fossimo muti, cercassimo di indovinarci.

[Josè Ortega y Gasset: "La ribellione delle masse"]

domenica 1 novembre 2009

domenica 25 ottobre 2009

Ariel (sulla prospettiva)

Essere dentro.
Dentro ad una tempesta, come nave travolta dalla furia delle acque, naufraghi alla deriva in balia delle correnti.
Oppure essere dentro ad un quadro, essere le macchie di colore che il pittore disegna sulla tela.
Essere dentro alla vita, viandanti in cerca della strada, pellegrini smarriti lungo il cammino. Personaggi in cerca d'autore.
Essere dentro. Ecco il nocciolo del problema. Che siamo dentro, che non riusciamo a cogliere il significato più profondo delle cose perchè ci siamo "troppo" dentro. Manca il distacco necessario, la giusta distanza. Manca la prospettiva.
Cosa capirebbe di un quadro l'osservatore che si incollasse con il naso alla tela? Niente. Al massimo un particolare, una sfumatura. Ma perderebbe il contesto, la visione d'insieme.
Per apprezzare il quadro nel suo complesso l'osservatre dovrebbe porsi ad almeno un metro o due di distanza, avvicinarsi od allontanarsi a seconda delle dimensioni dell'opera.
Illusione. Pensare di poter capire la vita... proprio noi che ci siamo così dentro.
Guardo Ariel che si dibatte tra i flutti, e mi sento così piccolo, così impotente...

[Lars W. Vencelowe: "Pensieri, parole, opere ed omissioni"]