sabato 28 novembre 2015

Juan Carlos Onetti - Raccattacadaveri



Onetti è Onetti è Onetti…

Raccattacadaveri è uno dei libri che Onetti dedica alla saga di Santa Maria, Raccattacadaveri è Larsen, gestore di un bordello, ma Raccattacadaveri non è solo una trama come tante, Raccattacadaveri è un capolavoro di stile, una delizia per il lettore, con passaggi da leggere e rileggere più volte per gustarne appieno il bouquet, come un vino sapientemente invecchiato del quale non vogliamo perdere neppure una sfumatura.
Sfrondare, tagliare, eliminare il più possibile gli aggettivi, dire e non dire, andare all’osso… così dicono i soloni della scrittura creativa. Sì, certo: vallo a dire a Onetti, prova a togliere solo una parola a quelle frasi rigogliose, cariche come grappoli d’uva.
Era un uomo di oltre cinquant’anni, con una peluria a piumino intorno alla pelle rosea del cranio, con la faccia flaccida e glabra, con sporadiche fiammelle d’astuzia e d’interesse sotto la canizie precoce delle sopraccigli. S’accomodava, corretto e pesante, sul sedile circolare della sedia, teneva unite le scarpe piccole e lucide, e descriveva curve nell’aria con la mano sinistra, o la presentava a palmo rovesciato sulla coscia. Forse sapeva di cosa stava parlando quando imponeva il racconto della sua vita, ed enumerava o diminuiva ingiustizie; quando la voce ridente ripercorreva luoghi comuni: il capitalismo, l’oligarchia, le cooperative agricole o il laburismo inglese; quando lasciava intendere che tutto ciò era stato, se non un prologo deliberato, un antecedente fatale dell’esistenza di un postribolo a Santa Maria.
Ecco, questo, per esempio, è Barthè, il farmacista.
E questo Jorge, il ragazzo:
io sono io, Jorge. Io sono io, questo essere, questo loro “ragazzino”, triste, diverso, incerto e saldo quanto nessuno di loro potrebbe mai sospettare; così discosto e così incombente su tutti loro. Io sono costui che guardo vivere e fare, con simpatia, senza amore eccessivo; io sono costui con la pazienza cortese e inesauribile nei confronti di ognuna delle commedie tediose e senza spirito nelle quali loro si ostinano a complicarsi per far sì che gli riesca intellegibile, per preservarsi dalle novità e dalle diffidenze. Cammino in un giardino curato e umido, mi lascio bagnare il viso dalla pioggia che non spiega nulla, penso oscenità distratte, guardo la luce della finestra dei miei. Non voglio imparare a vivere, ma scoprire la vita una volta per sempre. Giudico con passione e vergogna, non posso impedirmi di giudicare; tossisco e sputo verso il profumo dei fiori e della terra, ricordo la condanna e l’orgoglio di non partecipare alle loro azioni.
E siamo solo a pagina 30. 30 di 300.
Trecento pagine di prosa ipnotica, parole che galleggiano leggere sul foglio, la sciabordio dell’onda che lambisce la riva, quel ritmo regolare che chiede solo di essere assecondato. Rallentare la corsa dei pensieri, chiudere gli occhi, ascoltare, provare a sentire le cose. Lasciarsi andare.
Raccattacadaveri è un libro di immagini: le donne di vita che arrivano a Santa Maria, i vari protagonisti della trama, il dottor Diaz Grey che lascia la casa di Larsen:
Scesero le scale, entrando nel vento freddo che arrivava dalla strada; Diaz Grey con gli occhi socchiusi e col bastone appeso al braccio, mentre si appoggiava al corrimano e così si lasciava guidare, risentì, con la stessa intensità di cinque anni prima, ma con una tenera curiosità che non aveva conosciuto prima, la tentazione del suicidio. Si calava nella penombra verso il vento e la solitudine delle strade, verso le abitudini, verso il pranzo da solo, verso la ripetizione di gesti e di frasi rivolti alla serva, verso i vecchi trucchi per mezzo dei quali riusciva a non pensarsi, a non affrontarsi.
Un mondo di vinti, di personaggi che interpretano una parte e mentono, anche a se stessi. Un mondo fatto di attese infinite, di disincanto, di parole che evocano immagini che evocano suggestioni…


Leggere Raccattacadaveri ed entrare nel suo mondo è stato per me un grande privilegio.

domenica 22 novembre 2015

Mircea Cărtărescu – Nostalgia


Cinque racconti nei quali troviamo alcune delle tematiche della produzione cartarescuana che saranno poi abbondantemente riprese e sviluppate nella trilogia di Abbacinante: il dualismo sogno/realtà, la solitudine, le ossessioni, il rifugio nella scrittura come strumento di difesa nei confronti del mondo, il viaggio verso l’assoluto e la ricerca di una “porta” che permetta di entrare e uscire a piacimento dal reale.
Il primo racconto, l’uomo della roulette, è una storia borgesiana nella quale la letteratura è utilizzata come “cavallo di Troia” per passare dalla realtà al sogno, la dimensione che l’autore predilige, il luogo dove l’impossibile diventa possibile e i personaggi non muoiono mai.
Nel secondo, il Mendebile, si parla di un ragazzino diverso da tutti gli altri (Mendebilul in rumeno è lo psicolabile, il debole di mente, ma anche l’escluso), un bambino dalla personalità magnetica in grado di conquistare gli altri mostrando loro le potenzialità della parola e della fantasia sull’azione. Il Mendebile è un suscitatore di sogni, una specie di illusionista in grado di mostrare punti di vista diversi da quelli considerati fino a quel momento, una specie di Prometeo che affascina e seduce gli altri fino a quando riesce a cavalcare il potere eversivo della parola, ma destinato a veder concludere la parabola del suo successo quando mostrerà di non essere immune al fascino di emozioni e passioni proprio come tutti.
I gemelli è il racconto di un rapporto a due che non riesce ad evolvere, un tira e molla continuo che attraversa il confine tra fisiologico e patologico trasformandosi in ossessione,. L’amore – dice l’autore – è al tempo stesso qualcosa di naturale e di inspiegabile e le dinamiche che scaturiscono da questa contraddizione sono al centro dell’indagine di Cărtărescu che viviseziona i sentimenti e i comportamenti del protagonista della storia come un pezzo anatomico passato al microscopio. Come proteggersi da una realtà che ci chiama con canto di sirena per farci cadere tra le sue spire? Smettendo di guardare la nostra immagine riflessa nello specchio (ancora Borges): l’unica maniera che abbiamo di sfuggire alle seduzioni del mondo materiale è quella di evitare di guardarlo, per non finire irrimediabilmente risucchiati al suo interno. Se non guardare il mondo è un modo per proteggere il nostro corpo, scrivere è la risposta che Cărtărescu propone per difendere la nostra mente, consapevole però che quella che sceglie di combattere è una lotta impari destinata alla sconfitta: il destino dell’uomo è quello di precipitare nel gorgo del mondo e ogni passo che egli compie per tirarsi fuori dalle sabbie mobili della realtà finisce per farlo scivolare ancora un po’ di più verso il fondo.
REM è una storia che definirei murakamiana con echi kafkiani (il punto di vista del narratore è quello di un insetto), una specie di cammino iniziatico verso il REM, origine e spiegazione di ogni cosa, l’uscita e l’ingresso, l’inizio e la fine. Una storia stranissima, che fa da contenitore e contenuto e che si avvita su se stessa con la forza di un vortice marino che ci attrae trascinandoci al suo interno.
Il tema delle ossessioni ritorna prepotente nell’architetto, l’ultimo racconto della raccolta, nel quale, appunto, un architetto attribuisce al clacson della sua automobile un significato che travalica quello consueto, stabilendo che sia lo strumento che essa utilizza per esprimere se stessa, per comunicare con l’esterno. Di qui una serie di conseguenze immaginifiche fino a un’antropizzazione dell’auto o a un’”oggetivizzazione” dell’uomo, al punto che i due diventano qualcosa di simbiotico, un unicum che pian piano perde in contatto con la realtà assurgendo a qualcosa di superiore, mistico, una specie di buco nero che finisce per inglobare tutto quello che incontra.


sabato 31 ottobre 2015

Mircea Cărtărescu – Abbacinante. L’ala sinistra



Mi ricordo, vale a dire invento.

Cărtărescu vive in un mondo tutto suo, una specie di zona grigia sospesa tra sogno e realtà, un territorio dove - più o meno - siamo stati tutti, prima di tornare alla tranquilla routine della quotidianità. Ecco, la differenza è che Cărtărescu in quel mondo ci vive, eterno viandante di una terra di mezzo in cui esperienza e immaginazione si contaminano fino a confondersi una nell'altra.  
L’esperienza sono i ricordi, la materia prima con la quale l’autore si diverte a giocare, montandoli e smontandoli a suo piacimento. Il protagonista del romanzo diventa così una specie di matrioska: ogni ricordo che contiene dentro di sé è modificato da quello successivo e la loro stratificazione nel tempo aggiunge, se possibile, confusione a confusione. Effetto voluto e cercato da Cărtărescu che non si propone di mettere ordine nella memoria, ma di rimettere disordine nei suoi pensieri.
Mi ricordo, vale a dire invento: ecco il punto nodale ( o uno dei punti nodali) del romanzo e della filosofia Cărtărescuana in genere: non spiegare tutto, non governare il disordine, ma cavalcarlo, descriverlo, raccontando le interazioni tra le parti che lo compongono, dando vita così a una serie di straordinarie passeggiate da talpa nella sequenza realtà-allucinazione-sogno.
Se folle è il fine, folle deve essere anche il mezzo usato per perseguirlo. E così ci troviamo davanti ad un romanzo dai ritmi sincopati che pretende attenzione da parte del lettore. Basta un attimo di distrazione e dalla placida narrazione dei ricordi ci si ritrova nel bel mezzo di un’allucinata guerra tra demoni ed angeli, zombie e viventi, per poi rientrare nell'alveo della normalità con altrettanta rapidità.
Se si decide di intraprendere la lettura di Abbacinante è bene essere disposti a correre, o meglio rincorrere Cărtărescu nei meandri della sua fantasia, pronti a seguirlo anche in descrizioni che spaziano dall'anatomico al filosofico, toccando anche tutto quello che c’è nel mezzo (e nel mezzo ci sono un sacco di cose…). Se si decide di iniziare questo viaggio è bene sapere che il capitano della barchetta nella quale stiamo per salire è un folle, uno che ha deciso di non sciogliere il dualismo soggetto/oggetto e che per questo si comporta sia da osservatore che da osservato, autore del romanzo e insieme personaggio di una storia scritta da non è lui. Siamo, al tempo stesso, parte di un tutto e tutto, assoluto e relativo insieme: ecco un esempio degli avvitamenti di cui Cărtărescu è maestro, con buona pace della linearità e della logica.
E a me piace da matti tanta caparbietà nell'imboccare volutamente strade senza uscita per dimostrare che è l’altezza dell’ostacolo con il quale si sceglie di confrontarsi a darci la dimensione di quello che siamo.
Già, da matti, perché Abbacinante è un progetto folle per lettori che apprezzino la follia, intesa come curiosità, voglia di superare i limiti del reale attraverso lo strumento della fantasia, un tentativo di costruire un mondo che sta all'incrocio di sogno, memoria ed emozioni, scavando nel passato con le armi del ricordo e dell’immaginazione per provare a ricostruire l’identità e la natura dell’uomo.

Concludendo, Abbacinante è un libro in cui, tra echi rilkiani (il punto danzante intorno al quale gira il mondo, la bellezza atroce), Cărtărescu sviluppa una teoria del mondo che pur essendo scritta in prosa è da leggere e interpretare secondo la chiave della poesia.

domenica 25 ottobre 2015

Marilynne Robinson - Gilead



Una storia d’altri tempi, raccontata con un ritmo d’altri tempi. Una prosa “pulita”, fatta di parole che si posano leggere sulla pagina, frasi brevi che cuciono insieme un libro di memorie.
Una lunga lettera al figlio, il pretesto per ripercorrere un vita fatta anche delle vite degli altri. Ricordi, importanti ma anche insignificanti, uniti insieme a costituire il bagaglio della voce narrante, il predicatore John Ames. I ricordi di bambino, di quando l’emozione arrivava prima della comprensione, si mescolano alle esperienze più recenti, che ci restituiscono il ritratto di un uomo vecchio e malato animato dalla sensibilità di un ragazzino, un uomo capace ancora di guardare le cose e la vita con stupore e ammirazione.
L’uomo è attore e Dio il pubblico, dice John Ames. Un pubblico che però non è lì per giudicare ma per valutare, con un comportamento più “estetico” che censorio, togliendo di colpo quella cappa di pesantezza, giudizio, colpa e pena che appesantisce la religione, privilegiando l’aspetto gioioso della fede.
John Ames non ha paura a dire che gli mancherà il mondo terreno, è un uomo di Chiesa, ma con i piedi ben piantati nella terra, nel senso che non è immune da passioni come la gelosia e i rimpianti e non nasconde i dubbi nell'interpretazione dei libri della fede.


Gilead è un bel libro, che parla della vita di uomini senza celarne le umanissime miserie mettendo però l'accento sui momenti di tenerezza, sulla compassione e sulla pietà, Gilead è il ritratto di un uomo che ha vissuto, un uomo buono che ha visto la bellezza della vita e ha saputo riconoscerla.