sabato 29 luglio 2017
sabato 22 luglio 2017
Antoine Volodine – Terminus radioso
Viaggio alla fine del mondo
L’umanità immaginata da Volodine in questo libro è
abitata da morti che camminano, personaggi inconsapevoli della loro condizione
che si aggirano straniati tra le macerie di quel che resta. Post-capitalisti,
post-comunisti… post-vivi probabilmente o peggio, perché il dramma del
personaggi di Terminus radioso nasce
non solo dal fatto di essere morti, ma di essere morti che non riescono a
morire completamente, uomini e donne che vivono nei sogni e negli incubi di
altri e che neppure lì riescono ad essere liberi, simili per certi versi ai
dannati dell’Inferno, condannati ad
espiare all’infinito le loro colpe. Burattini, li definisce a un certo punto l’autore,
chiamati a recitare a comando una parte. Simulacri che vagano come ubriachi per
un mondo deserto, esseri senza regole e principi, con in tasca solo qualche
vaga reminiscenza di ideali egualitari.
Nessuna redenzione né lieto fine: quelle di Terminus radioso sono pagine cupe, claustrofobiche,
che a tratti riecheggiano l’eco della Strada
McCarthiana. Il tempo sembra scorrere senza senso, la vita sembra scorrere
senza senso. Gli ideali sono diventati illusioni e le illusioni rimpianti: tutto
è perso e l’unica cosa che rimane sono i ricordi, quei ricordi ai quali Kronauer,
il protagonista, cerca di attaccarsi disperatamente ma che altrettanto inesorabilmente
sente scivolare via.
Quel che resta sono manciate di sentimenti e
soprattutto istinti e pulsioni, flebili segnali di una vita che corre via
veloce in attesa che anche l’ultimo uomo si estingua e la natura riprenda il
suo posto, una natura trasformata dalle radiazioni create dall’uomo, martoriata
ma mai doma e che per tutto il libro rimane in paziente attesa, come una bestia
ferita che attende solo il momento della vendetta.
Leggendo Volodine, l’impressione è che a volte
paghi pegno al proprio dogmatismo, al fatto di aver costruito una letteratura
(parlo del post-esotismo) un po’ troppo rigida nella sua architettura, con la
conseguenza di essere ripetitiva negli argomenti, nel loro sviluppo e nelle
finalità narrative. Da questo punto di vista ho trovato Terminus radioso molto simile ad Angeli minori, che per certi versi ho preferito.
P.S.: nella terza di copertina si legge che “Volodine firma un romanzo fosco e ironico che
intona un inno all’umorismo del disastro, alla fuga dal reale, alle tecniche di
resistenza di fronte al buio, alla notte, alla catastrofe”.
Ironico? Umorismo? Tecniche di resistenza al buio?
Cioè: questo sarebbe un libro che fa ridere?
Se è così confesso che di Terminus radioso io non ho capito niente.
sabato 15 luglio 2017
Josè Lezama Lima – Paradiso
Abbacinante
Difficile, davvero troppo difficile per me scrivere
qualche nota una volta arrivato al termine della lettura di un’opera come
questa. Un libro “mondo”, che contiene così tanti spunti, idee, collegamenti…
da lasciarmi interdetto e con addosso una sensazione di inadeguatezza ad
esprimere quel poco che vorrei dire, se non utilizzando delle metafore.
Paragonerei la lettura di Paradiso all’ingresso in un’enorme cattedrale barocca, una di
quelle costruzioni che già da fuori ti intimoriscono per la loro imponenza e ti
fanno sentire più piccolo di quello che sei e che appena varcato il portone d’ingresso
ti fanno provare un misto di vertigine e straniamento per la ricchezza di
particolari che le riempiono in ogni angolo. L’occhio vaga senza riuscire a
fermarsi per più di qualche secondo, c’è bisogno di una guida, di qualcuno che
ti illustri il significato di quei quadri, di quelle sculture, di quegli
affreschi, di quegli stucchi… una guida che per quanto esaustiva (anzi, proprio
per questo) ti farà sentire ancora più ignorante e consapevole che quello che
riuscirai a comprendere e apprezzare sarà solo una parte infinitesimale dei
tesori che la cattedrale contiene.
Paradiso è libro di
una bellezza abbacinante (e sì, Lezama Lima è per me una specie di proto-Cărtărescu,
con tutte le differenze del caso), un albero, per usare un’altra metafora che
ricorre tra le pagine dell’opera lezamiana, con migliaia di radici e
altrettanti rami frondosi.
“Hai la base
di una radice. – diceva Fibo a Josè Eugenio – Quando stai in piedi sembra che tu stia
crescendo, ma verso l’interno, verso il sogno. Nessuno si può fare una ragione
di quella crescita.”
Già, il sogno. Uno dei territori nei quali spesso
sconfina il libro, il sogno come i miti greci, egiziani e orientali, la storia
cubana, il sesso, la morte, la memoria, le tradizioni e mille altri rivoli nei
quali a Lezama Lima piace perdersi e ritrovarsi, come se volesse divertirsi
alle spalle del lettore, aggrovigliando quella matassa che finge di srotolare
davanti ai nostri occhi. Ma il suo è un gioco che coinvolge anche noi, anche a
noi piace avventurarci senza mappa in un territorio che non è biografia né romanzo,
né poesia, né dialogo platonico… ma che è tutte queste cose insieme e altre
ancora. Anche a noi piace perderci tra pagine grondanti di una scrittura
lussureggiante, addentrarci tra le pieghe di una costruzione stilistica che
procede a coppie o più spesso terzetti come in una composizione musicale, nella
quale i personaggi sembrano collegati da ponti (Rialta… ecco un’altra
metafora). Una prosa poetica fatta di lunghi periodi ricchi di aggettivi, colori
e sensazioni che girano con movenze sinuose e suadenti intorno al lettore, finendo
poi per avvolgerlo nelle loro spire con un abbraccio fatto di immagini
ubriacanti che mescolano sogno e storia.
Paradiso è un’escursione
nella natura selvaggia della foresta amazzonica: non è un comodo viaggio tra
mille comfort, ma un’esperienza anche faticosa, fatta di momenti bui ed
incontri sorprendenti, di passaggi oscuri alternati a lampi di luce.
Forse Paradiso
non è tutto paradiso. Forse è più bello proprio per questo.
sabato 8 luglio 2017
Antoine Volodine – Il post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima
Resistere non serve a niente?
La storia del post-esotismo nel racconto di Lutz
Bassmann, un uomo che attende la morte rinchiuso nel braccio di massima
sicurezza da ventisette anni, guardando le fotografie dei suoi amici defunti
mentre l’umidità avvolge ogni cosa e fuori piove incessantemente.
Bassmann è solo un portavoce, l’ultimo
sopravvissuto di un gruppo che non esiste più, superstite senza speranze che
attende di portare a termine la definitiva disfatta. A lui il compito di
prolungare l’esistenza di quelli che l’hanno preceduto, a lui il compito di far
vivere la loro memoria attraverso il colloquio con due cronisti della stampa organica
al sistema che si interessano (o fingono di farlo) alla storia del
post-esotismo.
La narrazione è resa farraginosa da brevi “lezioni” sugli aspetti formali del
post-esotismo che ne interrompono bruscamente il corso e il racconto di
Bassmann è quello di un uomo consapevole della sconfitta che cerca di soffiare
sulle braci della memoria per non lasciar spegnere il fuoco. Parla di un
movimento avverso e ostile allo status quo, un movimento di resistenza che
cerca di nascondere le sue intenzioni per non dare vantaggi all’avversario e
che vede anche nel lettore un possibile nemico. Un movimento che tiene il mondo
a distanza, attento a non fare commerci con la nostra realtà per non lasciarsi
contaminare e corrompere da essa, così esterno da far diventare virtuale quello
che per noi è il mondo reale.
Volodine è un visionario, un Pessoa a tratti più “strutturato”,
che con il post-esotismo costruisce un luogo del pensiero dove non mancano le
contraddizioni, considerato che è a un tempo nichilismo ma anche zona franca
dove poter coltivare una deriva egualitaria. Un movimento che sembra una interpretazione
in chiave letteraria di questi anni complicati: il post-esotismo come risposta
allo sgretolamento degli ideali, al fallimento dell’utopia socialista e alla
deriva capitalista.
Resistere non serve a nulla? No, resistere per
Volodine sembra essere l’unica possibilità.
sabato 3 giugno 2017
Yasmina Reza – Babilonia
Il mestiere di scrivere
Libro dedicato, come Felici e felici, allo studio delle dinamiche di coppia, a cui si
affiancano l’amicizia, la memoria, la fotografia e il ruolo degli oggetti nelle
nostre vite. Come nel libro precedente, anche qui è l’alta borghesia (questa
volta over-60) l’oggetto dell’indagine della scrittrice franco-iraniana, una
borghesia della quale vengono messi alla berlina comportamenti, pensieri, tic e
preferenze sessuali. Qualche esempio.
A proposito del matrimonio:
“Al Centro Studi sulla proprietà intellettuale di Strasburgo avevo
un’amica, una ragazza un po’ schiva. Un giorno ha sposato un tizio taciturno e
poco attraente. Mi ha detto, lui è solo, io sono sola. Trent’anni dopo l’ho
incontrata sul Thalys, costruiva mongolfiere per parchi di divertimenti, stava
ancora con lui e avevano avuto tre figli. Per la coppia Gumbiner-Manoscrivi il
finale è meno piacevole, ma nonostante le infinite variazioni il motivo non è
forse sempre lo stesso?”
Sullo stile di vita:
“Ho buttato giù uno Xanax e sono andata a farmi bella con un nuovo
trattamento anti-età consigliato da Gwyneth Paltrow. […] Di recente su internet
ho ordinato il balsamo per labbra preferito di Cate Blanchett, con la scusa che
tutte le australiane chic ce l’hanno nella borsetta.”
“Dai una botta di giovinezza all’esistenza. La donna dev’essere
allegra. A differenza dell’uomo, a cui sono concessi lo spleen e la malinconia.
A partire da una certa età, una donna è condannata al buonumore. Se tieni il
broncio a vent’anni è sexy, se tieni il broncio a sessanta è una rottura di
palle.”
Sui rapporti familiari:
“Dieci giorni fa è morta mia madre. Non la vedevo spesso, nella mia
vita non cambia molto, salvo che prima da qualche parte sulla terra c’era mia
madre.”
“Con mio marito ci sto bene. Ci conosciamo a memoria. Io gli rimprovero
il suo amore senza riserve. Non mi mette in pericolo. Non mi esalta. Mi ama
anche brutta, il che non è affatto rassicurante. Tra noi non c’è nessuna
elettricità – ce n’è mai stata?”
Sul modo di pensare:
“ho lanciato il tema dei concetti vuoti. Ne abbiamo trovati una
valanga, e tra questi è curiosamente spuntato quello di tolleranza.”
“Non sopporto più la parola raccoglimento. E neanche il concetto. Da
quando il mondo corre verso un caos indescrivibile è diventata la grande moda.
Politici e cittadini (ancora una parola ingegnosamente vacua) passano il tempo
a raccogliersi. Preferivo prima, quando la testa del nemico veniva portata in
punta di lancia. Nemmeno la virtù è seria.”
Insomma: un romanzo nel quale la società intera sembra
uscire con le ossa rotte dal confronto con la penna al vetriolo della Reza, il
tutto raccontato con uno stile formalmente ineccepibile, tanto che Babilonia mi è sembrato il libro scritto
meglio tra quelli che ho letto di questa scrittrice.
Eppure c’è qualcosa tra queste pagine che mi è suonato
stonato, che non mi ha convinto: è il modo di giudicare facendo intendere di
non voler giudicare, che mi sembra una maniera di mettere le mani avanti (del
tipo: “io mi limito a fotografare la realtà, non è colpa mia se le cose sono
così…”), di tirare il sasso nascondendo la mano, qualcosa che ha a che fare con
quel modo radical chic di guardare agli altri quasi con compatimento, con un
sottinteso di superiorità nei loro confronti. Probabilmente (sicuramente) è solo
una mia impressione, dovuta al fatto che la Reza sembra battere parecchio sullo
stesso tasto, ma un po’ mi disturba.
Iscriviti a:
Post (Atom)